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Psicologia

La fallacia del giocatore: perché il nostro cervello sbaglia con il caso

Dopo 26 rossi di fila alla roulette, il nero è davvero "dovuto"? La scienza spiega l'errore cognitivo che costa caro a giocatori, giudici e investitori.

di Andrea Bertolotti··6 min di lettura
Ruota della roulette in un casinò con pallina e settori rossi e neri, simbolo della fallacia di Monte Carlo
Ruota della roulette in un casinò con pallina e settori rossi e neri, simbolo della fallacia di Monte Carlo

Il 18 agosto 1913, nella sala della roulette del Casinò di Monte Carlo, accadde qualcosa di statisticamente raro ma psicologicamente devastante: la pallina cadde sul nero per 26 volte consecutive. Man mano che la striscia si allungava, i giocatori presenti iniziarono a scommettere cifre sempre più alte sul rosso, convinti che la «fortuna si dovesse riequilibrare». Il risultato fu una perdita collettiva di milioni di franchi. Quell'episodio ha dato il nome a uno degli errori cognitivi più studiati dalla psicologia moderna: la fallacia del giocatore d'azzardo, nota anche come Monte Carlo fallacy o gambler's fallacy.

Che cos'è la fallacia del giocatore d'azzardo

La fallacia del giocatore d'azzardo è la convinzione errata che, in una sequenza di eventi casuali e indipendenti, un certo risultato che non si è verificato di recente diventi più probabile nel prossimo futuro — o viceversa, che un risultato che si è ripetuto molte volte sia «esaurito» e quindi imminente il contrario. In termini statistici si tratta di un errore fondamentale: ogni giro della roulette è un evento indipendente. La probabilità di ottenere nero o rosso (escludendo lo zero) è sempre circa del 48,6 % a ogni singolo giro, indipendentemente da ciò che è accaduto nei giri precedenti. La pallina non ha memoria.

Eppure il nostro cervello si comporta come se la roulette tenesse un registro. Perché?

Fiches colorate impilate su un tavolo da gioco in un casinò
Le fiches si accumulano sul tavolo mentre i giocatori inseguono l'illusione del riequilibrio statistico — Foto: dp singh Bhullar / Pexels

Le radici cognitive: Tversky, Kahneman e la legge dei piccoli numeri

La spiegazione scientifica più rigorosa venne formulata dai due psicologi israeliani Amos Tversky e Daniel Kahneman nel loro storico articolo «Belief in the Law of Small Numbers», pubblicato nel 1971 sul Psychological Bulletin (vol. 76, n. 2, pp. 105–110). I due ricercatori dimostrarono che gli esseri umani tendono a credere che anche campioni piccoli debbano «somigliare» alla distribuzione statistica complessiva della popolazione: se nella realtà il 50 % degli eventi è rosso, il nostro intuito si aspetta che anche in ogni sequenza breve di 10 giri ci siano esattamente 5 rossi e 5 neri.

Questo fenomeno è una conseguenza dell'euristica della rappresentatività: il meccanismo mentale con cui giudichiamo la probabilità di un evento in base a quanto esso «assomiglia» al prototipo atteso. Una sequenza come NNNNNR ci sembra più «casuale» di NNNNNN, anche se le due sequenze hanno esattamente la stessa probabilità di verificarsi. Quando una serie di nero si allunga, il rosso ci sembra sempre più «rappresentativo» di ciò che dovrebbe accadere, e l'attesa di una correzione cresce — ma è un'illusione, non statistica.

La cosiddetta legge dei piccoli numeri è l'errore di applicare la legge dei grandi numeri — secondo cui, su milioni di lanci, le frequenze convergono alla probabilità teorica — a sequenze brevi dove tale convergenza non può avvenire per definizione.

Non confonderla con altri bias: la hot-hand fallacy e gli eventi non indipendenti

La fallacia del giocatore d'azzardo ha un «gemello speculare» altrettanto noto: la hot-hand fallacy (fallacia della mano calda). Mentre la prima ci porta a predire un'inversione della tendenza (dopo molti neri arriverà il rosso), la seconda ci porta a predire una continuazione (chi ha segnato tre canestri di fila segnerà anche il quarto). Lo studio classico sulla hot-hand fallacy fu condotto nel 1985 da Gilovich, Vallone e Tversky sui dati di tiro dei giocatori di basket della NBA, che dimostrò come la credenza popolare nei «periodi di grazia» non fosse supportata dai dati statistici delle sequenze di tiro.

È tuttavia fondamentale distinguere entrambe le fallacie dagli errori di ragionamento che coinvolgono eventi non indipendenti. Se da un mazzo di carte vengono estratte senza rimpiazzo, la probabilità di pescare un asso cambia davvero a ogni carta estratta — non è una fallacia credere che dopo tre assi usciti la probabilità del quarto sia diminuita. La fallacia scatta solo quando si applica questo ragionamento a eventi genuinamente indipendenti come lanci di moneta, dadi o giri di roulette.

Dadi bianchi su sfondo scuro, simbolo di casualità e probabilità nei giochi d'azzardo
Ogni lancio di dado è un evento indipendente: la storia dei lanci precedenti non influenza mai il prossimo risultato — Foto: SHVETS production / Pexels

Quando la fallacia colpisce giudici, banchieri e arbitri

Uno studio di grande impatto scientifico ha dimostrato che la fallacia del giocatore d'azzardo non è prerogativa dei casinò, ma permea decisioni di alto profilo nella vita reale. Daniel L. Chen, Tobias J. Moskowitz e Kelly Shue hanno pubblicato nel 2016 sulla Quarterly Journal of Economics (vol. 131, n. 3, pp. 1181–1242) la ricerca «Decision-Making under the Gambler's Fallacy: Evidence from Asylum Judges, Loan Officers, and Baseball Umpires», analizzando tre categorie di decisori professionali.

I risultati furono sorprendenti: i giudici di asilo erano il 3,3 % più propensi a negare una richiesta dopo averne accettata una in precedenza. Gli ufficiali del credito mostravano un effetto ancora più pronunciato: dopo aver approvato un prestito, la probabilità di rifiutare la richiesta successiva aumentava di ben 23 punti percentuali. Anche gli arbitri di baseball chiamavano «ball» (lancio non valido) con maggiore frequenza dopo aver assegnato due strike di fila, come se cercassero inconsciamente di bilanciare le proprie decisioni. La loro analisi mostrò che circa il 9 % dei rifiuti di prestiti era attribuibile esclusivamente a questo bias.

Come spiega la Behavioral Scientist, anche in contesti ad alta posta in gioco — dove le decisioni hanno conseguenze concrete sulla vita delle persone — i professionisti non sono immuni dall'illusione che le sequenze casuali debbano «correggersi».

Applicazioni pratiche: finanza, lotterie e vita quotidiana

Nel mondo della finanza comportamentale, la fallacia del giocatore d'azzardo si manifesta quando gli investitori vendono un titolo dopo diversi giorni di rialzo, convinti che una correzione sia «imminente» — oppure, all'opposto, mantengono posizioni perdenti aspettando una risalita «dovuta». Come documentano le ricerche sui bias cognitivi negli investimenti, l'indipendenza degli eventi di mercato nel breve periodo rende queste previsioni basate su sequenze passate tanto illusorie quanto la puntata sul rosso dopo 26 neri.

Nelle lotterie, studi empirici hanno mostrato che i giocatori tendono a evitare numeri usciti di recente, riducendone le puntate, e ad aumentare le scommesse su numeri che «mancano da tempo». Questo comportamento è documentato anche nell'articolo di Canali e Virtù su Psicoattivo (2017), che riporta una ricerca di Cohen (1972) secondo cui il 75 % dei giocatori di roulette era più propenso a puntare sul nero dopo l'uscita del rosso.

Il bias non va confuso con il bias di ancoraggio — che riguarda l'eccessiva dipendenza da un valore iniziale di riferimento — né con il bias del senno di poi (hindsight bias), la tendenza a credere retrospettivamente di aver «previsto» un risultato. Sono distorsioni cognitive distinte, anche se possono coesistere e amplificarsi a vicenda in contesti decisionali complessi.

Come difendersi dall'illusione del bilanciamento

La consapevolezza del meccanismo è il primo passo. Ogni volta che ci troviamo a pensare «dopo tanti risultati uguali, ora deve cambiare», vale la pena fermarsi a chiedersi: questi eventi sono davvero indipendenti? Se la risposta è sì — come per una roulette, una moneta o un dado — allora la storia delle estrazioni precedenti è irrilevante per quella successiva. La pallina non ricorda, i dadi non ricordano, e il mercato azionario nel breve termine non è programmato per «compensare» le settimane precedenti.

Gli studi di Chen, Moskowitz e Shue suggeriscono anche che la fallacia si attenua con l'esperienza specifica nel dominio decisionale e con la presenza di incentivi chiari alla precisione. La soluzione strutturale — usata in alcuni sistemi giudiziari — è la randomizzazione dell'ordine dei casi, per interrompere le sequenze artificiali che alimentano l'illusione del bilanciamento.

Il cervello umano è un magnifico cercatore di schemi: ha evoluto questa capacità per sopravvivere in un mondo in cui i pattern esistono davvero. Il problema sorge quando proietta questa stessa capacità su fenomeni intrinsecamente casuali. Come scriveva il filosofo Nassim Nicholas Taleb, siamo «ingannati dalla casualità» — e la fallacia di Monte Carlo ne è forse l'esempio più eloquente, fissato per sempre in quella notte d'agosto del 1913, sotto le luci della sala da gioco che continuava a chiamare «nero».

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