Psicologia
Robbers Cave: come nascono (e si sciolgono) i conflitti
Nel 1954 due gruppi di ragazzini in un campo estivo divennero nemici giurati in pochi giorni. Poi tornarono amici. L'esperimento di Sherif spiega come si formano i 'noi' contro 'loro'.

Cosa serve perché due gruppi di persone, fino a ieri estranee, diventino nemici? Sorprendentemente, pochissimo. Lo dimostrò nel 1954 uno degli esperimenti più celebri della psicologia sociale, condotto non in un laboratorio ma in un campo estivo per ragazzi, nel parco di Robbers Cave, in Oklahoma. Il suo ideatore, lo psicologo turco-americano Muzafer Sherif, voleva capire come nascono i conflitti tra gruppi — e, soprattutto, come si possono spegnere.
Ventidue ragazzini, due gruppi, nessun sospetto
I protagonisti erano ventidue ragazzini di circa undici anni, tutti maschi, bianchi, di famiglie simili e psicologicamente equilibrate, accuratamente selezionati perché non si conoscessero tra loro. Nessuno di loro — e nessuna delle famiglie — sapeva di partecipare a un esperimento: credevano di andare a un normale campo estivo. Gli adulti presenti erano in realtà ricercatori sotto copertura, travestiti da animatori e custodi.
Nella prima fase i ragazzi furono divisi in due gruppi separati, tenuti all'inizio all'oscuro l'uno dell'esistenza dell'altro. Ciascun gruppo trascorse alcuni giorni da solo, facendo escursioni, cucinando, costruendo cose insieme. In pochissimo tempo si saldò una forte identità interna: i due gruppi si diedero perfino un nome, gli "Aquile" e i "Serpenti a sonagli", e svilupparono regole, leader e un senso di appartenenza.
La nascita del conflitto
Nella seconda fase i ricercatori misero i due gruppi in competizione: tornei di baseball, tiro alla fune e cacce al tesoro, con premi destinati solo ai vincitori. Bastò questo. In pochi giorni l'ostilità esplose: insulti, bandiere dell'altro gruppo bruciate, incursioni notturne nelle cabine avversarie, risse evitate a stento. I ragazzi iniziarono a descrivere gli altri come "imbroglioni" e "vigliacchi", esaltando al contempo le qualità del proprio gruppo. Era nata, dal nulla, la dinamica del noi contro loro.
Questa parte dello studio diede una conferma sperimentale alla cosiddetta teoria del conflitto realistico: i gruppi entrano in conflitto quando competono per risorse limitate, e la competizione genera pregiudizio e ostilità anche tra persone che, individualmente, non avevano alcun motivo di odiarsi. Non servono differenze di razza, religione o cultura: basta dividere e mettere in concorrenza.
Come spegnere l'ostilità
La fase più importante, però, fu la terza: come riconciliare i due gruppi ormai nemici? Sherif provò prima la soluzione più ovvia: semplicemente metterli a contatto, facendoli mangiare e guardare film insieme. Non funzionò affatto, anzi: i momenti di contatto diventavano occasioni per nuove offese e battaglie di cibo. La sola vicinanza, da sola, non basta a sanare un conflitto.
La svolta arrivò con quelli che Sherif chiamò obiettivi sovraordinati: problemi così grandi da non poter essere risolti da un solo gruppo, che richiedevano la collaborazione di tutti. I ricercatori sabotarono di nascosto l'approvvigionamento idrico del campo, costringendo i ragazzi a cercare insieme il guasto; bloccarono il camion dei rifornimenti, che dovette essere trainato con una fune da tutti i ragazzi uniti. Lavorando fianco a fianco per scopi comuni, le barriere caddero una a una. Alla fine del campo, le vecchie "Aquile" e i "Serpenti a sonagli" chiesero di tornare a casa sullo stesso autobus, e alcuni usarono i propri premi per offrire da bere ai rivali di un tempo.
Una lezione ancora attualissima
L'esperimento di Robbers Cave, descritto anche dall'enciclopedia Britannica, resta un classico per il suo messaggio doppio. Da un lato mostra quanto sia facile e rapido creare divisioni e ostilità tra gruppi: basta dividere le persone e metterle in competizione perché emergano pregiudizi e aggressività. Dall'altro indica una via d'uscita concreta: non il semplice contatto, ma la cooperazione verso obiettivi comuni che nessuno può raggiungere da solo.
Dalla teoria alle aule scolastiche
L'intuizione di Sherif sugli obiettivi comuni ha avuto applicazioni concrete. Negli anni Settanta lo psicologo Elliot Aronson, ispirandosi a questi principi, ideò la cosiddetta "classe a mosaico" (jigsaw classroom) per ridurre le tensioni nelle scuole appena desegregate degli Stati Uniti. Il metodo divide gli studenti in piccoli gruppi in cui ciascuno possiede solo un pezzo delle informazioni necessarie a completare il compito: per riuscire, tutti devono ascoltarsi e collaborare, esattamente come i ragazzi di Robbers Cave davanti al camion bloccato. I risultati mostrarono una riduzione dei pregiudizi e un miglioramento dei rapporti tra studenti di origini diverse, confermando che la cooperazione strutturata è uno strumento potente contro l'ostilità tra gruppi.
Va detto che lo studio ha anche limiti importanti, riconosciuti dagli stessi storici della psicologia: il campione era piccolo e omogeneo, gli sperimentatori intervennero attivamente per orientare gli eventi, e un precedente tentativo simile era fallito. Eppure le sue intuizioni continuano a illuminare i conflitti del mondo reale, dalle tensioni tra tifoserie a quelle tra comunità e nazioni. La ricetta di Sherif — trovare uno scopo più grande che costringa i rivali a remare nella stessa direzione — resta una delle idee più utili che la psicologia abbia mai consegnato alla convivenza umana.
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