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Psicologia

Sindrome dell'impostore: perché ci sentiamo dei truffatori

Persone competenti e di successo convinte di non meritare i propri risultati: cos'è la sindrome dell'impostore, descritta per la prima volta nel 1978.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Donna in abito elegante che guarda pensierosa fuori dalla finestra di un ufficio
Donna in abito elegante che guarda pensierosa fuori dalla finestra di un ufficio

Hai ottenuto una promozione, superato un esame difficile o ricevuto i complimenti del capo, eppure dentro di te una voce sussurra: «È stata solo fortuna, prima o poi capiranno che non valgo nulla». Se ti riconosci in questa sensazione, hai sperimentato la sindrome dell'impostore, un meccanismo psicologico sorprendentemente diffuso per cui persone competenti e di successo si sentono dei truffatori, convinte di non meritare i propri risultati. Non è un difetto raro, ma un'esperienza che riguarda, almeno una volta nella vita, la maggior parte delle persone.

Quando il successo non basta a convincerci

Il fenomeno fu descritto per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe statunitensi Pauline Rose Clance e Suzanne Imes, in uno studio dedicato a donne di grande successo professionale e accademico. Nonostante lauree, riconoscimenti e carriere brillanti, molte di loro erano convinte di aver ingannato tutti e vivevano nel terrore di essere «smascherate». Le ricercatrici coniarono l'espressione impostor phenomenon, il «fenomeno dell'impostore», descritto in dettaglio anche sul sito ufficiale di Pauline Rose Clance.

La caratteristica centrale è un errore sistematico nell'attribuire a se stessi i propri meriti. Chi soffre della sindrome dell'impostore tende a spiegare i successi con fattori esterni — la fortuna, il caso, l'aver lavorato moltissimo, l'essere riuscito a «bluffare» — anziché con il proprio talento e le proprie capacità. Allo stesso tempo, attribuisce ogni errore o difficoltà a una presunta incompetenza personale. È l'esatto opposto di chi si sopravvaluta.

Donna pensierosa con le mani sul volto in un ufficio
Chi vive la sindrome dell'impostore teme di essere «smascherato» nonostante i risultati ottenuti. Foto di Mizuno K su Pexels.

Il circolo vizioso dell'impostore

La sindrome dell'impostore funziona come una trappola che si autoalimenta. Davanti a un nuovo compito impegnativo, la persona prova ansia e dubbi. Per reagire, può scegliere due strade: prepararsi in modo eccessivo, lavorando molto più del necessario, oppure procrastinare fino all'ultimo momento. In entrambi i casi, se poi arriva il successo, non lo attribuisce alle proprie qualità: «ce l'ho fatta solo perché mi sono ammazzato di lavoro» oppure «è andata bene per miracolo».

Il sollievo che segue è quindi temporaneo. La convinzione di fondo — «non sono davvero capace» — resta intatta, pronta a riattivarsi alla sfida successiva. Così, paradossalmente, ogni nuovo traguardo non rafforza l'autostima, ma alimenta la paura di non essere all'altezza la prossima volta. È un ciclo che può accompagnare una persona per anni, indipendentemente da quanto oggettivamente valida sia.

Donna in ufficio assorta nei propri pensieri
Il fenomeno colpisce spesso proprio le persone più competenti e ambiziose. Foto di Yan Krukau su Pexels.

Chi ne soffre e perché

Sebbene lo studio originale riguardasse le donne, ricerche successive hanno mostrato che la sindrome dell'impostore colpisce persone di ogni genere ed età. È particolarmente comune in chi si trova in ambienti nuovi o molto competitivi — studenti universitari, neolaureati, professionisti appena promossi — e in chi appartiene a gruppi sottorappresentati in un certo contesto, che possono sentirsi «fuori posto». Come ricorda anche un articolo dell'American Psychological Association, il fenomeno è strettamente legato al perfezionismo: chi si pone standard irrealisticamente alti finisce inevitabilmente per sentirsi inadeguato.

È importante chiarire un punto: la sindrome dell'impostore non è una malattia mentale e non compare nei manuali diagnostici. È piuttosto un'esperienza psicologica comune, un modo distorto di interpretare i propri successi. Per misurarne l'intensità, Pauline Clance ha sviluppato una scala apposita, oggi usata in numerose ricerche.

Quanto è diffusa

Una delle scoperte più rassicuranti della ricerca è quanto questa esperienza sia comune. Diverse rassegne stimano che circa il 70% delle persone provi, almeno una volta nella vita, una qualche forma di sindrome dell'impostore. Numerose figure di grandissimo successo — scienziate, scrittori, attori, manager — hanno raccontato pubblicamente di averla sperimentata, confessando di aver temuto a lungo che qualcuno scoprisse la loro presunta «inadeguatezza». Questo dato è importante perché ribalta la sensazione di isolamento tipica di chi ne soffre: non è un'eccezione difettosa, ma la regola di chi si mette alla prova.

Va anche distinta dalla sana autocritica. Mettere in dubbio le proprie capacità, prima di un compito difficile, è normale e persino utile: spinge a prepararsi e a migliorare. La sindrome dell'impostore diventa un problema quando quel dubbio è cronico, sproporzionato rispetto alla realtà e accompagnato da ansia costante e dalla paura di essere scoperti. È la persistenza, non la presenza occasionale del dubbio, a fare la differenza.

Come uscirne

La buona notizia è che la sindrome dell'impostore si può affrontare. Il primo passo è dare un nome a ciò che si prova: scoprire che si tratta di un fenomeno noto, condiviso da moltissime persone di successo, aiuta a sentirsi meno soli e meno «sbagliati». Parlarne apertamente, con colleghi o amici, spesso rivela che anche chi ammiriamo nutre gli stessi dubbi.

Sul piano psicologico, il lavoro consiste nel correggere le distorsioni nell'attribuzione: imparare a riconoscere i propri meriti reali, tenere traccia dei risultati raggiunti, accettare i complimenti senza svalutarli. Anche distinguere tra «sentirsi» incapaci ed «essere» incapaci è fondamentale: la sensazione di essere un impostore è proprio questo, una sensazione, non una prova di inadeguatezza. Come spiega anche la voce enciclopedica dedicata alla sindrome dell'impostore, riconoscere il meccanismo è già metà del percorso. In fondo, la sua più grande ironia è questa: a sentirsi impostori sono quasi sempre le persone che, oggettivamente, lo sono di meno.

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