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Ching Shih: la piratessa che piegò un impero

Da prostituta di Canton a comandante di 1.800 giunche: la storia straordinaria della donna che terrorizzò il Mar Cinese Meridionale e uscì vincitrice anche dalla resa.

di Andrea Bertolotti··6 min di lettura
Dipinto storico di una giunca cinese a vele quadre nel Mar Cinese Meridionale, XIX secolo
Dipinto storico di una giunca cinese a vele quadre nel Mar Cinese Meridionale, XIX secolo

Nel novembre del 1807, una vedova trentaduenne si presentò davanti ai comandanti della flotta pirata più potente del Mar Cinese Meridionale e pretese di prendere il comando. Non era né un generale né un nobile: era Shi Yang, conosciuta ai posteri come Ching Shih — letteralmente «vedova di Zheng» — e nel giro di pochi anni avrebbe messo in ginocchio la marina imperiale Qing, quella portoghese e persino le navi della Compagnia britannica delle Indie Orientali. La sua vicenda è una delle più straordinarie dell'intera storia marittima mondiale.

Da un'imbarcazione galleggiante al Mar Cinese Meridionale

Shi Yang nacque intorno al 1775 nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale. Le circostanze precise della sua nascita restano oscure: le fonti storiche la collocano tra le donne che lavoravano sulle cosiddette flower boat, imbarcazioni adibite alla prostituzione ancorate nel porto di Canton. Fu proprio lì che, nel 1801, incontrò Zheng Yi, uno dei capi pirati più influenti della regione. Secondo alcune tradizioni, lei accettò la proposta di matrimonio solo dopo aver negoziato una partecipazione diretta al controllo della flotta e alla gestione dei proventi: un accordo che, vero o leggendario, la descrive già come una donna di grande determinazione e acume politico.

Zheng Yi era abile nell'unire bande pirata rivali sotto un'unica confederazione. Come evidenzia la storica Dian H. Murray nel suo fondamentale studio Pirates of the South China Coast, 1790–1810 (Stanford University Press, 1987) — basato sugli archivi imperiali Qing, sulle cronache di Canton e sui documenti della Compagnia delle Indie — già nel 1804 la confederazione controllava circa 400 giunche e tra i 40.000 e i 70.000 uomini. Murray sottolinea che Zheng Yi fu il «patriarca unificatore» mentre Ching Shih si rivelò la «consolidatrice e organizzatrice»: una divisione dei ruoli che anticipava già ciò che sarebbe accaduto dopo la morte del marito.

Illustrazione ottocentesca di pirati cinesi su giunca armata nel Mar Cinese Meridionale
Le giunche da guerra della confederazione potevano trasportare fino a 300-400 uomini e montare trenta cannoni ciascuna — Immagine: Grosvenor Gallery (London, England : 1877-1890) Armstrong, Walter, Sir, 1850-19 / Wikimedia Commons

La vedova che prese il comando

Il 16 novembre 1807, Zheng Yi morì durante una tempesta, travolto da una raffica di vento mentre si trovava in mare — aveva quarantadue anni. Ching Shih non perse tempo: ottenne il riconoscimento della sua autorità da parte dei comandanti della flotta, consolidò l'alleanza con Zhang Bao (il figlio adottivo del marito, anch'egli capo pirata di grande valore militare) e assunse di fatto la guida della Flotta della Bandiera Rossa. Secondo le fonti coeve citate dall'Enciclopedia di Storia Mondiale, la flotta sotto la sua guida arrivò a contare circa 1.800 imbarcazioni — tra grandi giunche da guerra di quasi 600 tonnellate e navi più leggere — con un totale stimato tra i 40.000 e gli 80.000 uomini (la cifra di 80.000 proviene da una stima dell'ufficiale britannico Richard Glasspoole della Compagnia delle Indie, ed è considerata una delle più alte, non necessariamente la più precisa). A titolo di confronto, il famigerato pirata Barbanera comandava quattro navi e trecento uomini nello stesso periodo storico.

La flotta era articolata in sei divisioni, ciascuna con una propria bandiera colorata; la Bandiera Rossa era la più potente, sotto il comando diretto di Ching Shih. La confederazione imposte tasse a tutti i mercanti che attraversavano le sue acque, rifornita da interi villaggi costieri che dipendevano economicamente dalla sua protezione. Nel luglio del 1808 e nel luglio del 1809 le giunche imperiali Qing subirono due pesanti sconfitte nel tentativo di distruggere la flotta nei pressi di Canton: la marina della più grande potenza dell'Asia era impotente di fronte a questa organizzazione.

Il codice dei pirati: ordine e disciplina sul mare

Uno degli aspetti più documentati — e più discussi dagli storici — riguarda le regole che governavano la confederazione. È importante precisare, come evidenzia anche la voce su Wikipedia dedicata a Zheng Yi Sao (basata su fonti accademiche), che il codice formale fu probabilmente redatto da Zhang Bao e non direttamente da Ching Shih: l'attribuzione esclusiva a lei deriva in parte da un'opera sensazionalistica di Philip Gosse del 1932 e va trattata con cautela. Ciononostante, Ching Shih lo applicò con fermezza.

Le norme principali erano tre: era vietato lasciare la nave senza permesso (punizione: mutilazione delle orecchie alla prima infrazione, morte alla seconda); era proibito appropriarsi dei beni saccheggiati senza registrarli nel fondo comune (pena di morte); e soprattutto era severamente punita qualsiasi violenza sessuale sulle prigioniere — la violazione comportava la pena capitale. Come annotò la stessa fonte dell'Encyclopedia.com, le donne catturate «non attraenti o incinte» venivano rilasciate, mentre alle altre poteva essere proposto un matrimonio consensuale con un membro della flotta; in quel caso, il pirata era tenuto alla fedeltà coniugale. Un codice durissimo, certo — e che non eliminava la schiavitù delle prigioniere — ma che introduceva una forma di protezione insolita per l'epoca.

Panorama del Mar Cinese Meridionale con onde e cielo nuvoloso, scenario delle operazioni della Flotta della Bandiera Rossa
Il Mar Cinese Meridionale, teatro per oltre tre anni delle imprese della flotta guidata da Ching Shih — Foto: Tường Chopper / Pexels

La resa che fu una vittoria

All'inizio del 1810, la situazione politica cominciò a cambiare. Conflitti interni tra le diverse divisioni della confederazione — in particolare tra la Flotta della Bandiera Rossa e quella della Bandiera Nera — indebolirono l'unità. La dinastia Qing colse l'occasione per offrire un'amnistia. Fu allora che Ching Shih dimostrò il suo genio più autentico: non combatté fino alla fine, ma negoziò.

Il 20 aprile 1810, Zheng Yi Sao e Zhang Bao si presentarono ufficialmente davanti all'alto funzionario imperiale Bai Ling presso Furongsha e consegnarono 17.318 pirati, 226 navi, 1.315 cannoni e 2.798 tra armi varie. Ching Shih ottenne in cambio la piena amnistia per sé e i suoi uomini, la possibilità di trattenere le ricchezze accumulate, e il riconoscimento di Zhang Bao come ufficiale della marina imperiale del Guangdong — un rango che egli mantenne fino alla morte nel 1822. Lei stessa conservò 24 navi e 1.433 uomini ai propri ordini.

«Ciò che rende la sua storia unica non è solo la dimensione del potere conquistato, ma la lucidità con cui sapeva quando e come abbandonarlo.»

Tornata a Canton, Ching Shih aprì una casa da gioco che fungeva da copertura per traffici illeciti di sale e altre merci. Gestì la sua attività con la stessa efficienza con cui aveva gestito la flotta. Morì serenamente nel 1844, all'età di sessantotto o sessantanove anni, circondata dalla famiglia — un epilogo che i suoi nemici imperiali non avrebbero mai immaginato possibile.

Storia documentata e leggenda: cosa sappiamo davvero

La storiografia moderna invita alla cautela su alcuni dettagli. Le cifre sulla dimensione della flotta oscillano enormemente nelle fonti: le stime più basse parlano di 40.000 uomini e 400 giunche (dati del 1804), quelle più alte arrivano a 80.000 uomini e 2.000 imbarcazioni (stime di contemporanei occidentali, spesso interessati a enfatizzare la minaccia). Come segnala la studiosa Dian Murray, la tradizione occidentale ha spesso romanzato la figura di Ching Shih — dalla sua presunta astuzia nel negoziare il matrimonio alle regole del codice pirata — sovrappone fatti documentati e narrazioni letterarie. Rimane fuori discussione, però, che la sua confederazione fu la più grande organizzazione pirata di cui si abbia documentazione storica, e che la sua resa negoziata — con piena impunità e ricchezze intatte — fu una conquista politica senza precedenti nella storia della pirateria mondiale.

La storia di Ching Shih non è la storia di una ribelle romantica: è la storia di una donna nata senza privilegi, in un'epoca e una società che ne negavano ogni diritto, capace di costruire un impero sul mare applicando le stesse regole — disciplina, alleanze, calcolo — che i potenti della terraferma ritenevano di loro esclusiva pertinenza. E capace, soprattutto, di uscirne viva e prospera.

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