Storie
Sophie Scholl e la Rosa Bianca: morire a 21 anni per la libertà
Come un gruppo di studenti di Monaco sfidò Hitler con sei volantini, pagando con la vita il prezzo del coraggio.

Una mattina di febbraio all'Università di Monaco
Era il 18 febbraio 1943, poco dopo le undici del mattino, quando Sophie Scholl e suo fratello Hans percorsero i corridoi del palazzo principale della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. Portavano con sé una valigia colma di copie del sesto volantino della Weiße Rose — la Rosa Bianca — e le deposero davanti alle aule ancora chiuse, in attesa che le lezioni finissero. Fu un gesto calcolato e deliberato, non una follia improvvisa: entrambi sapevano perfettamente a cosa andavano incontro. Prima di lasciare l'edificio, Sophie spinse il bordo della valigia e fece scivolare le copie rimaste nella tromba delle scale, verso l'atrio sottostante. Il bidello Jakob Schmid le vide cadere. Le arrestò entrambi e chiamò la Gestapo. Erano già in manette quando il nazismo stava per assestare il suo ultimo, crudele colpo a quei giovani che avevano osato dire no.

Chi erano i ragazzi della Rosa Bianca
La Weiße Rose era nata nell'estate del 1942 per iniziativa di Hans Scholl e Alexander Schmorell, studenti di medicina che avevano prestato servizio militare sul fronte orientale e avevano assistito con i propri occhi alle atrocità commesse dalle SS contro la popolazione civile e contro gli ebrei polacchi. Il gruppo comprendeva anche Willi Graf, Christoph Probst e il professore di filosofia Kurt Huber. Sophie, nata il 9 maggio 1921 a Forchtenberg, nel Baden-Württemberg, si unì attivamente alla causa nella seconda metà del 1942, dopo il ritorno del fratello dalla Russia. Aveva 21 anni. Secondo la Weiße Rose Stiftung, il gruppo era animato da valori cristiani e umanisti maturati nella tradizione dei movimenti giovanili tedeschi, e opponeva alla violenza del regime uno strumento tanto semplice quanto pericoloso: la parola stampata.
Tra il giugno 1942 e il febbraio 1943, la Rosa Bianca produsse sei volantini. I primi quattro vennero copiati a mano in circa cento esemplari ciascuno; i due successivi, dopo il ritorno dei membri dal fronte russo, furono stampati con un ciclostile e raggiunsero una tiratura di circa seimila copie. I testi citavano Schiller e Goethe, invocavano la resistenza passiva e dichiaravano:
«Non taceremo. Siamo la vostra cattiva coscienza. La Rosa Bianca non vi lascerà in pace!»Come documenta lo United States Holocaust Memorial Museum, il gruppo fu una delle pochissime organizzazioni civili tedesche a denunciare apertamente le politiche genocidarie del nazismo.
Il processo-farsa davanti a Roland Freisler
Arresti, interrogatori, confessioni estorte: tutto si consumò in pochissimi giorni. Il 22 febbraio 1943 — appena quattro giorni dopo l'arresto — Hans Scholl, Sophie Scholl e Christoph Probst comparirono davanti al Volksgerichtshof, il Tribunale del Popolo presieduto da Roland Freisler, noto per la sua brutalità e per i processi condotti come spettacoli di propaganda. L'udienza durò una mezza giornata. Non vi era spazio per la difesa: la condanna a morte era già scritta prima che i tre imputati entrassero in aula. Freisler urlò, sbraitò, umiliò. Ma Sophie non si piegò. Alla domanda del giudice se si pentisse delle sue azioni, rispose con una calma che lasciò ammutoliti i presenti:
«Sono, ora come prima, convinta di aver fatto la cosa migliore per il mio popolo. Pertanto non mi pento della mia condotta e accetterò le conseguenze che ne derivano.»La sentenza fu emessa nel tardo pomeriggio: morte per decapitazione, da eseguirsi nel giro di ore. Secondo la Encyclopaedia Britannica, il processo alla Rosa Bianca rimane uno degli esempi più emblematici della giustizia distorta del Terzo Reich.

La ghigliottina di Stadelheim: le ultime ore
Alle 17:00 del 22 febbraio 1943, nel carcere di Stadelheim a Monaco, il boia Johann Reichhart azionò la ghigliottina per tre volte. Prima Christoph Probst, poi Hans Scholl, infine Sophie. Prima di essere condotta alla sala delle esecuzioni, alla giovane fu concesso di fumare una sigaretta e di scambiare poche parole con il fratello e con Probst. Secondo alcune testimonianze raccolte negli archivi — documenti che rimasero negli archivi della Germania Est fino al 1990 e che furono alla base del film Sophie Scholl – Die letzten Tage (2005) — le sue ultime parole furono: «Die Sonne scheint noch», «Il sole splende ancora». Aveva 21 anni. La notizia si diffuse rapidamente. In giugno, Thomas Mann ne parlò in una trasmissione della BBC diretta ai tedeschi. Pochi mesi dopo, il testo del sesto volantino venne fatto pervenire in Gran Bretagna, stampato in migliaia di copie e sganciato sulle città tedesche dagli aerei alleati.
Il lascito morale di una generazione
La storia della Rosa Bianca non finì con le esecuzioni di febbraio. Willi Graf, Alexander Schmorell e il professor Kurt Huber furono arrestati nelle settimane successive e anch'essi condannati a morte; in totale, sette membri del gruppo perirono per mano del regime. Ma il messaggio che avevano lanciato non si spense. Oggi la Weiße Rose Stiftung, la fondazione con sede proprio all'Università Ludwig Maximilian di Monaco, custodisce la memoria del gruppo e gestisce la DenkStätte Weiße Rose, un memoriale permanente negli stessi corridoi dove Sophie e Hans deposero i loro volantini. La piazza antistante all'università porta il nome di Geschwister-Scholl-Platz, la Piazza dei fratelli Scholl. In Germania, il nome di Sophie è sinonimo di coraggio civile: secondo un sondaggio televisivo del 2003, i tedeschi la considerano una delle persone più importanti della storia nazionale. Come sottolinea il Deutsches Historisches Museum, la Rosa Bianca dimostrò che anche all'interno di una dittatura totalitaria la coscienza individuale poteva resistere — e che quella resistenza, per quanto soffocata nel sangue, lascia tracce indelebili nella storia. Sophie Scholl non aveva esercito, non aveva armi, non aveva potere. Aveva soltanto la certezza morale che tacere di fronte al male fosse esso stesso un crimine. E questa certezza, a 21 anni, la portò fino alla ghigliottina a testa alta.
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