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Chiune Sugihara: il diplomatico che salvò 6.000 ebrei con i visti

Nel 1940, a Kaunas, disobbedì agli ordini di Tokyo e firmò a mano migliaia di visti di transito.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Ritratto del diplomatico giapponese Chiune Sugihara
Ritratto del diplomatico giapponese Chiune Sugihara

Nell'estate del 1940, davanti al consolato giapponese di Kaunas, in Lituania, si accalcavano centinaia di profughi ebrei in fuga dall'avanzata nazista e dall'occupazione sovietica. Avevano bisogno di un documento per scappare verso oriente. A concederlo, contro gli ordini espliciti del suo governo, fu un funzionario giapponese mite e metodico: Chiune Sugihara. Nell'arco di poche settimane firmò a mano migliaia di visti di transito, salvando un numero di persone che le stime collocano intorno a seimila.

Un diplomatico in una città assediata dalla storia

Chiune Sugihara era nato nel 1900 e parlava correntemente il russo. All'inizio del 1939 era stato inviato come vice-console a Kaunas, allora capitale provvisoria della Lituania, in una posizione che serviva anche a osservare i movimenti militari tedeschi e sovietici. Quando, nell'estate del 1940, l'Unione Sovietica annetté la Lituania, le rappresentanze straniere ricevettero l'ordine di chiudere. Ma fuori dal consolato la situazione era disperata: migliaia di ebrei polacchi e lituani cercavano una via di scampo prima che le frontiere si sigillassero.

La fuga verso ovest era ormai impossibile. L'unica rotta percorribile andava verso est, attraverso l'Unione Sovietica, la ferrovia Transiberiana e il Giappone. Per imbarcarsi servivano però due documenti: una destinazione finale e un visto di transito giapponese. La destinazione la fornì il console olandese Jan Zwartendijk, che rilasciò permessi per Curaçao, colonia caraibica che non richiedeva visto d'ingresso. Restava il transito attraverso il Giappone.

Ritratto fotografico di Chiune Sugihara, diplomatico giapponese
Chiune Sugihara (1900-1986), vice-console giapponese a Kaunas. Credit: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

I telegrammi a Tokyo e la decisione

Sugihara chiese tre volte a Tokyo l'autorizzazione a rilasciare i visti senza i requisiti formali — fondi sufficienti, una destinazione confermata, i timbri necessari. Tre volte il ministero degli Esteri rispose di no. A quel punto, come avrebbe raccontato anni dopo, scelse di disobbedire. «Potrei dover disobbedire al mio governo, ma se non lo facessi disobbedirei a Dio», sono parole che gli vengono attribuite e che riassumono il dilemma morale di quei giorni.

A partire dalla fine di luglio 1940, Sugihara cominciò a scrivere visti di transito quasi senza sosta. Secondo la ricostruzione dello memoriale Yad Vashem, lavorava fino a venti ore al giorno, compilando a mano in un solo giorno tanti documenti quanti ne avrebbe normalmente prodotti in un mese. La moglie Yukiko gli massaggiava le mani indolenzite la sera. Ogni visto poteva coprire un'intera famiglia, moltiplicando il numero delle persone salvate.

Un visto di transito rilasciato dal console Sugihara in Lituania nel 1940
Uno dei visti di transito rilasciati da Sugihara nel 1940. Credit: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

I visti firmati dal finestrino del treno

All'inizio di settembre 1940 il consolato fu costretto a chiudere e Sugihara dovette lasciare Kaunas. Continuò però a firmare visti perfino dalla stanza d'albergo e poi, secondo i testimoni, dal finestrino del treno in partenza, lanciando ai profughi gli ultimi fogli e persino moduli timbrati in bianco. Si racconta che, mentre il convoglio si allontanava, abbia gridato delle scuse per non poter fare di più.

I rifugiati con i suoi visti attraversarono l'Unione Sovietica sulla Transiberiana fino a Vladivostok, si imbarcarono per il porto giapponese di Tsuruga e da lì proseguirono verso Shanghai, gli Stati Uniti, la Palestina e altri Paesi. Come documenta lo United States Holocaust Memorial Museum, fu uno dei più vasti salvataggi compiuti da un singolo individuo durante l'Olocausto.

L'oblio e il riconoscimento

La guerra non fu generosa con Sugihara. Catturato dai sovietici, restò prigioniero per oltre un anno; tornato in Giappone nel 1947, fu allontanato dal ministero degli Esteri, ufficialmente per riduzioni di organico ma di fatto, secondo molti, per aver disobbedito. Visse a lungo in condizioni modeste, lavorando anche come rappresentante commerciale a Mosca, lontano dai riflettori.

Per decenni i sopravvissuti che doveva la vita a quel funzionario lo cercarono. Lo ritrovarono negli anni Sessanta, e nel 1985 lo Yad Vashem lo nominò "Giusto tra le Nazioni", il riconoscimento riservato ai non ebrei che rischiarono per salvare vite durante la Shoah. Sugihara morì l'anno successivo, nel 1986. Oggi si stima che i discendenti delle persone da lui salvate siano decine di migliaia: una catena di vite che parte tutta da una mano stanca, una penna e il rifiuto di obbedire a un ordine ingiusto.

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