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Il fegato si rigenera: l'unico organo che ricresce da solo

Asportato fino a due terzi, il fegato recupera massa e funzioni in poche settimane: la base scientifica del trapianto da donatore vivente.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Modello anatomico che mostra il fegato umano
Modello anatomico che mostra il fegato umano

Il fegato è l'unico organo interno del corpo umano capace di rigenerarsi su larga scala. Se ne viene asportata una parte consistente — fino a due terzi della sua massa — l'organo ricresce nel giro di poche settimane fino a recuperare le dimensioni e le funzioni originarie. È una proprietà straordinaria, che non condivide con cuore, reni o cervello, e che oggi rende possibili interventi salvavita come il trapianto di fegato da donatore vivente. Ma come fa un organo a "ricostruirsi" da solo?

L'organo che ricresce

Il fegato è la più grande ghiandola del corpo e svolge centinaia di funzioni vitali: filtra le tossine dal sangue, produce la bile per digerire i grassi, immagazzina zuccheri e vitamine, sintetizza proteine fondamentali per la coagulazione. Proprio perché è esposto in prima linea a sostanze potenzialmente dannose, dall'alcol ai farmaci, l'evoluzione lo ha dotato di una capacità di recupero senza pari. Dopo l'asportazione chirurgica di una porzione (un intervento chiamato epatectomia parziale), le cellule superstiti si moltiplicano fino a riportare l'organo alla massa di partenza. Va precisato un dettaglio importante: il fegato non ricrea i lobi mancanti nella loro forma originale, ma fa ingrandire le parti rimaste fino a ripristinare il volume e la funzionalità complessivi. È quindi una rigenerazione "funzionale" più che anatomica.

Modello anatomico del fegato umano usato per la didattica medica
Il fegato è la più grande ghiandola del corpo umano e l'unico organo interno capace di rigenerare gran parte della propria massa. Credit: MART PRODUCTION / Pexels.

Il mito di Prometeo aveva (quasi) ragione

Gli antichi greci sembravano intuirlo. Nel celebre mito, il titano Prometeo viene incatenato a una roccia per aver donato il fuoco agli uomini, e un'aquila gli divora ogni giorno il fegato, che durante la notte ricresce, condannandolo a un supplizio eterno. È difficile dire se i greci conoscessero davvero la rigenerazione epatica o se la coincidenza sia casuale, ma la scelta proprio del fegato — e non di un altro organo — ha incuriosito generazioni di medici e storici della scienza. Quel che è certo è che il principio descritto nel mito corrisponde, in modo sorprendente, a un fatto biologico reale.

Come fa il fegato a ricostruirsi

Nel fegato sano la maggior parte delle cellule, gli epatociti, è in uno stato di quiete: svolge il proprio lavoro senza dividersi. Quando però l'organo subisce una perdita di massa, scatta un segnale d'allarme che spinge questi epatociti a "risvegliarsi" e a entrare nel ciclo di divisione cellulare. A orchestrare il processo è una rete di molecole di segnalazione, tra cui il fattore di crescita degli epatociti (HGF) e alcune citochine come l'interleuchina-6. La descrizione classica di questo meccanismo si deve a una storica rassegna di George Michalopoulos e Marie DeFrances, pubblicata nel 1997 su Science, che è ancora oggi un punto di riferimento. La rigenerazione procede per fasi: una fase di "innesco" che prepara le cellule, una di intensa proliferazione e infine una di arresto, quando l'organo ha raggiunto le dimensioni giuste e i segnali di crescita si spengono. Quest'ultimo passaggio è cruciale: il fegato "sa" quando fermarsi, evitando di crescere all'infinito. Gli scienziati studiano ancora oggi quale sia il "termostato" che misura le dimensioni corrette dell'organo e blocca la proliferazione al momento giusto, un meccanismo di controllo che, se compreso a fondo, potrebbe aiutare anche a capire perché in altri tessuti la crescita cellulare a volte sfugge di mano, come accade nei tumori.

Una velocità sorprendente

I tempi della rigenerazione colpiscono per la loro rapidità. Negli animali da laboratorio, come i ratti, un fegato a cui sia stato rimosso il 70% del tessuto recupera gran parte della massa perduta nell'arco di una settimana o poco più. Nell'essere umano il processo è un po' più lento ma altrettanto efficace: nel giro di alcune settimane, e fino a qualche mese, l'organo torna a un volume vicino a quello originario. È un ritmo impressionante se si pensa che riguarda un organo che pesa oltre un chilogrammo e mezzo e che, nel frattempo, deve continuare a svolgere le sue funzioni vitali senza interruzioni. La rigenerazione, in altre parole, avviene mentre il fegato resta "in servizio".

Donare mezzo fegato e tenerselo comunque

La conseguenza clinica più spettacolare è il trapianto da donatore vivente. Un familiare sano può donare una porzione del proprio fegato a un paziente in lista d'attesa: nelle settimane successive all'intervento, sia la parte rimasta nel donatore sia quella impiantata nel ricevente ricrescono fino a raggiungere le dimensioni adeguate a ciascun corpo. È una procedura ormai consolidata, descritta in dettaglio dalle istituzioni sanitarie come il National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases statunitense, e che ha salvato decine di migliaia di vite, soprattutto laddove gli organi da donatore deceduto scarseggiano. Senza la rigenerazione epatica, nulla di tutto questo sarebbe possibile.

I limiti: quando la rigenerazione si ferma

Questa capacità prodigiosa non è però illimitata. Funziona bene quando il danno è acuto e l'organo è altrimenti sano, ma può fallire di fronte a un'aggressione cronica. Nelle malattie come la cirrosi, anni di infiammazione e di alcol o di virus dell'epatite portano alla formazione di tessuto cicatriziale (fibrosi) che soffoca progressivamente la capacità rigenerativa, fino a comprometterla del tutto. Allo stesso modo, una steatosi grave — l'accumulo di grasso nel fegato — ostacola la ricrescita. È per questo che i medici insistono tanto sulla prevenzione: il fegato perdona molto, ma non all'infinito. Comprendere fino in fondo i segnali che governano la sua rigenerazione è oggi una delle frontiere della medicina, con l'obiettivo di "riaccendere" la capacità di riparazione anche negli organi malati e, un giorno, di farla imitare ad altri tessuti che oggi non sanno guarire da soli.

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