Storie
Grace Hopper: la donna che insegnò ai computer a parlare
Trovò il primo 'bug' della storia e inventò il compilatore, aprendo la strada ai linguaggi di programmazione moderni.

Quando nel 1947 un calcolatore grande come una stanza smise di funzionare, una giovane ufficiale della Marina americana smontò i pannelli, frugò tra i relè e trovò il colpevole: una falena rimasta incastrata tra i contatti. La staccò con cura, la incollò sul registro di laboratorio e scrisse accanto una frase destinata a entrare nella leggenda: "primo caso reale di bug trovato". Quella donna era Grace Hopper, e la storia dell'informatica le deve molto più di un aneddoto.
Una matematica in divisa
Nata a New York nel 1906, Grace Brewster Murray mostrò fin da bambina una curiosità irrefrenabile per come funzionavano le cose: si racconta che a sette anni avesse smontato tutte le sveglie di casa per capirne il meccanismo. Studiò matematica e fisica, e nel 1934 conseguì un dottorato in matematica a Yale, un traguardo rarissimo per una donna dell'epoca. Insegnava al Vassar College quando, con l'ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, decise di arruolarsi.
Nel 1943 entrò nella riserva femminile della Marina e fu assegnata a Harvard, dove lavorò al Mark I, uno dei primi grandi calcolatori elettromeccanici, sotto la guida di Howard Aiken. Era una macchina lunga oltre quindici metri, irta di ingranaggi e relè, che Hopper imparò a programmare scrivendo a mano lunghe sequenze di istruzioni. Lì cominciò la sua trasformazione da matematica pura a pioniera di una disciplina che ancora non aveva un nome. La sua biografia è ricostruita in dettaglio dall'Encyclopaedia Britannica.
Il "bug" più famoso della storia
L'episodio della falena, avvenuto nel 1947 mentre Hopper lavorava al successivo Mark II, è diventato il simbolo di un'intera epoca. In realtà il termine inglese bug, "insetto", era già usato dagli ingegneri per indicare un guasto, ma quella falena fu davvero "il primo caso reale di bug" fisicamente trovato dentro una macchina, e il gesto di Hopper di conservarla nel registro contribuì a diffondere l'espressione e il verbo "debugging", cioè la caccia agli errori, ancora oggi al centro del lavoro di ogni programmatore.
Quel registro, con la falena ancora incollata, è oggi conservato dallo Smithsonian di Washington, al National Museum of American History, come una reliquia delle origini dell'informatica. È la prova tangibile che, agli albori dei computer, i problemi potevano essere letteralmente di natura biologica.
Far parlare le macchine in inglese
Il contributo più rivoluzionario di Hopper, però, fu un'idea che all'epoca sembrava folle. Negli anni Quaranta i computer si programmavano solo con istruzioni numeriche, comprensibili a pochissimi specialisti. Hopper era convinta che si potessero scrivere programmi usando parole simili al linguaggio umano, lasciando poi alla macchina il compito di tradurle in cifre. Molti la giudicarono un'illusione: "i computer sanno fare solo aritmetica", le dicevano.
Lei non si arrese e nel 1952 realizzò il primo compilatore della storia, il sistema A-0: un programma capace di trasformare istruzioni scritte in forma più leggibile in codice eseguibile dalla macchina. Era la nascita di un'idea che sta alla base di ogni linguaggio di programmazione moderno. Senza compilatori, oggi dovremmo ancora scrivere tutto in sequenze di numeri.
La nonna del COBOL
Negli anni Cinquanta Hopper fu tra le menti che spinsero per un linguaggio di programmazione orientato al mondo degli affari e comprensibile anche a chi non era un matematico. Da questa visione nacque nel 1959 il COBOL (Common Business-Oriented Language), un linguaggio basato su parole inglesi che ebbe un successo enorme: per decenni ha gestito banche, assicurazioni, sistemi governativi, e una parte sorprendente di quel codice è ancora oggi in funzione. Per il suo ruolo, Hopper è ricordata come la "nonna del COBOL".
Era anche una straordinaria divulgatrice. Per spiegare quanto fosse breve un nanosecondo, regalava al pubblico spezzoni di filo elettrico lunghi circa trenta centimetri: la distanza massima che la luce può percorrere in un miliardesimo di secondo. Un modo geniale per rendere tangibile un concetto astratto, che le valse l'ammirazione di generazioni di studenti e ingegneri.
Un'eredità lunga un secolo
Grace Hopper restò in Marina fino a età avanzata, ritirandosi nel 1986 con il grado di contrammiraglio: una delle pochissime donne ad aver raggiunto quei vertici. Morì nel 1992, ma i riconoscimenti continuarono anche dopo: la Marina le intitolò un cacciatorpediniere, lo USS Hopper, e nel 2016 ricevette postuma la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile statunitense.
Il suo nome è oggi legato anche alla più grande conferenza al mondo dedicata alle donne nell'informatica, la Grace Hopper Celebration, segno di quanto la sua figura sia diventata simbolo di apertura e talento. Soprannominata "Amazing Grace", Grace Hopper non si limitò a programmare i primi computer: insegnò loro a parlare una lingua più vicina alla nostra, spianando la strada al mondo digitale in cui viviamo. La sua frase più celebre riassume un'intera filosofia: "La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così".
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