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Gregor Mendel: il monaco dei piselli che fondò la genetica e fu ignorato per 35 anni

Nel giardino di un'abbazia moravia, un frate scoprì le leggi dell'ereditarietà coltivando migliaia di piante.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto di Gregor Mendel, frate agostiniano e padre della genetica
Ritratto di Gregor Mendel, frate agostiniano e padre della genetica

Nell'estate del 1865, davanti a una platea di naturalisti distratti, un frate agostiniano dall'aria tranquilla lesse i risultati di otto anni di esperimenti su una pianta umile: il pisello da orto. Si chiamava Gregor Johann Mendel, e quel giorno, senza che quasi nessuno se ne accorgesse, stava fondando una scienza nuova: la genetica. Il suo lavoro sarebbe rimasto sepolto per oltre trent'anni, riscoperto solo dopo la sua morte. Oggi lo conosciamo come il padre dell'ereditarietà.

Un frate con la passione per i numeri

Mendel nacque nel 1822 in una famiglia di contadini della Slesia, allora parte dell'Impero austriaco. Brillante ma povero, trovò nella vita religiosa la possibilità di studiare: entrò nell'abbazia di San Tommaso a Brno (allora Brünn), in Moravia, dove poté dedicarsi alle scienze naturali, alla fisica e alla matematica. Fu proprio la sua formazione matematica a fare la differenza: a differenza dei naturalisti del suo tempo, Mendel contava. Trattava le piante come dati statistici.

Tra il 1856 e il 1863, nell'orto del monastero, coltivò e incrociò circa 28.000 piante di pisello, scelte perché presentano caratteri netti e facilmente distinguibili: seme liscio o rugoso, fiore viola o bianco, pianta alta o bassa. Con pazienza maniacale impollinava a mano i fiori, proteggeva le piante da incroci accidentali e annotava ogni risultato.

I sette caratteri delle piante di pisello studiati da Mendel
I sette caratteri contrastanti dei piselli che Mendel scelse per i suoi incroci. Credit: Wikimedia Commons, CC0.

Le leggi nascoste nei piselli

Dai suoi conteggi emersero regolarità sorprendenti. Incrociando una pianta a fiore viola con una a fiore bianco, la prima generazione era tutta viola: il carattere bianco sembrava sparito. Ma nella generazione successiva il bianco riappariva, e in una proporzione precisa: tre piante viola ogni una bianca, il celebre rapporto 3:1. Mendel intuì che ogni carattere era determinato da "fattori" ereditari (che oggi chiamiamo geni) presenti in coppia: uno dominante, che si manifesta, e uno recessivo, che resta nascosto ma può ricomparire.

Ne ricavò i principi noti come leggi di Mendel: la legge della segregazione, secondo cui i due fattori di ogni coppia si separano nella formazione dei gameti, e la legge dell'assortimento indipendente, per cui caratteri diversi si trasmettono indipendentemente l'uno dall'altro. Pubblicò tutto nel 1866 in un articolo intitolato Esperimenti su ibridi vegetali, oggi disponibile anche in traduzione inglese.

Il silenzio e la riscoperta

Il lavoro di Mendel era decenni in anticipo sui tempi. La comunità scientifica, ancora alle prese con la teoria dell'evoluzione di Darwin, non aveva gli strumenti per coglierne la portata: l'articolo fu citato pochissime volte e sostanzialmente dimenticato. Nel 1868 Mendel divenne abate del monastero, e gli oneri amministrativi, insieme a una disputa fiscale con il governo, lo allontanarono dalla ricerca. Morì nel 1884 convinto, secondo la tradizione, che il suo tempo sarebbe arrivato.

Aveva ragione. Nel 1900, indipendentemente, tre botanici — l'olandese Hugo de Vries, il tedesco Carl Correns e l'austriaco Erich von Tschermak — riscoprirono le stesse leggi e, cercando in letteratura, trovarono il vecchio articolo del frate moravo. Mendel fu riabilitato postumo come fondatore della disciplina. Come riassume la voce della Encyclopædia Britannica, le sue intuizioni divennero le fondamenta della genetica del Novecento.

Un'eredità (quasi) troppo perfetta

Le fondamenta di una scienza

La riscoperta del 1900 non fu un colpo di fortuna isolato, ma l'inizio di una rivoluzione. Nel giro di pochi anni i "fattori" di Mendel furono collegati ai cromosomi, le strutture che si dividono durante la formazione delle cellule sessuali: la teoria cromosomica dell'ereditarietà, sviluppata all'inizio del Novecento, spiegò dove risiedessero fisicamente i fattori mendeliani. Da lì, il lavoro di genetisti come Thomas Hunt Morgan sui moscerini della frutta portò all'idea di gene come unità collocata in un punto preciso del cromosoma. Tutta la biologia molecolare successiva — fino alla scoperta del DNA e all'editing genetico di oggi — affonda le radici in quei conteggi di piselli. Come sottolinea un'analisi pubblicata sulla rivista Genetics, Mendel unì in modo nuovo la mentalità del naturalista e quella del matematico, ed è proprio questa combinazione ad averlo reso il fondatore della disciplina.

La sua figura ha anche un valore simbolico: dimostra che le grandi scoperte non nascono necessariamente nei laboratori più prestigiosi, ma dalla curiosità rigorosa di chi sa porre la domanda giusta e raccogliere i dati con pazienza. Un frate di provincia, lavorando da solo, anticipò di decenni la scienza ufficiale. Non a caso il suo nome è oggi legato a un'intera classe di malattie ereditarie, dette appunto "mendeliane", causate dall'alterazione di un singolo gene.

Un dettaglio spesso trascurato è che Mendel scelse il pisello con cura quasi scientifica: era una pianta facile da coltivare, con caratteri netti e con un sistema riproduttivo che gli permetteva di controllare gli incroci a piacimento. Quella scelta accurata del materiale di studio fu parte essenziale del suo successo, tanto quanto il metodo statistico.

C'è un'ultima curiosità che ancora oggi fa discutere. Nel 1936 il grande statistico Ronald Fisher rianalizzò i dati di Mendel e osservò che i risultati erano troppo vicini alle proporzioni teoriche: statisticamente, ci si aspetterebbe qualche scarto in più. Da allora gli studiosi dibattono se Mendel, o un suo assistente, abbia inconsapevolmente "arrotondato" i conteggi verso ciò che si aspettava di trovare. Il dibattito non scalfisce la grandezza della scoperta: le leggi sono corrette, e milioni di esperimenti successivi le hanno confermate. Resta l'immagine di un uomo solo, in un orto di provincia, che contando piselli lesse per primo le regole con cui la vita si trasmette di generazione in generazione.

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