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Henrietta Swan Leavitt: la donna sorda di Harvard che misurò l'universo nel 1912

Sottopagata, esclusa dai telescopi e mai candidata al Nobel, Leavitt analizzò 1.777 stelle variabili su lastre fotografiche e scoprì la relazione che permette di misurare la distanza delle galassie

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto fotografico in bianco e nero di Henrietta Swan Leavitt all'Harvard College Observatory
Ritratto fotografico in bianco e nero di Henrietta Swan Leavitt all'Harvard College Observatory

Nel 1893, in una stanza al primo piano dell'Harvard College Observatory, una giovane donna di trent'anni sedeva davanti a una pila di lastre fotografiche di vetro. Si chiamava Henrietta Swan Leavitt, era sorda da quando una malattia degli anni universitari le aveva tolto l'udito, ed era stata assunta come «computer» a 25 centesimi all'ora. Il suo compito: misurare con precisione la luminosità di migliaia di stelle stampate su quelle lastre. Diciannove anni dopo, da quel lavoro ripetitivo, sarebbe nata la chiave per misurare la distanza delle galassie.

Le "Harvard Computers" e il direttore Pickering

L'Harvard College Observatory, sotto la direzione di Edward Charles Pickering, aveva avviato un progetto colossale: catalogare la luminosità e lo spettro di ogni stella visibile dall'emisfero nord. Per analizzare le decine di migliaia di lastre fotografiche prodotte dai telescopi di Cambridge e Arequipa (Perù), Pickering aveva assunto una squadra di donne: erano accurate, pazienti, e — fattore decisivo — costavano molto meno degli uomini con la stessa formazione. Fra loro c'erano Annie Jump Cannon, Williamina Fleming, Antonia Maury e, dal 1893, Henrietta Leavitt.

Leavitt, diplomata al Radcliffe College, fu assegnata allo studio delle stelle variabili delle Nubi di Magellano, due piccole galassie satelliti della Via Lattea visibili dall'emisfero sud. La scelta di Pickering si rivelò geniale: in una galassia esterna, tutte le stelle sono approssimativamente alla stessa distanza da noi. Quindi le differenze di luminosità apparente fra le stelle riflettono differenze nella luminosità intrinseca.

Il colpo di genio del 1912

Lavorando per quasi vent'anni su quelle lastre, Leavitt catalogò 1.777 stelle variabili nelle Piccola Nube di Magellano. Tra queste, identificò una sottoclasse di stelle pulsanti che oggi chiamiamo Cefeidi: cambiano luminosità in modo regolare, con periodi che vanno da pochi giorni a qualche mese. Nel 1912, in un breve rapporto firmato da Pickering ma in cui l'attribuzione del lavoro veniva esplicitamente assegnata a «Miss Leavitt», apparve la frase che avrebbe cambiato la cosmologia:

«Si può tracciare facilmente una linea retta fra ciascuna delle due serie di punti corrispondenti ai massimi e ai minimi, mostrando così che esiste una relazione semplice fra la luminosità delle variabili Cefeidi e i loro periodi.»

Era la relazione periodo-luminosità. Più una Cefeide è luminosa, più lungo è il suo periodo di pulsazione. La cosa straordinaria di questa relazione è la sua utilità pratica: misurando il periodo di una Cefeide (cosa che si può fare osservandola), si deduce la sua luminosità intrinseca; confrontandola con la luminosità apparente che misuriamo, si ricava la distanza. Le Cefeidi diventarono "standard candles": candele standard, i primi righelli affidabili per misurare distanze cosmiche.

Diagramma originale di Leavitt del 1912 con la relazione periodo-luminosità delle Cefeidi
I due grafici originali del lavoro di Leavitt del 1912: in alto la magnitudine in funzione del periodo, in basso in funzione del logaritmo del periodo. La linea retta visibile in basso è la prima evidenza della relazione periodo-luminosità. Pubblico dominio.

Hubble e l'espansione dell'universo

Il primo a sfruttare la scoperta su scala galattica fu Harlow Shapley: usando le Cefeidi degli ammassi globulari, ricalibrò nel 1918 le dimensioni della Via Lattea, mostrandola dieci volte più grande di quanto si credesse. Ma fu Edwin Hubble a portare la rivoluzione a termine: nel 1923, al telescopio Hooker di Mount Wilson, identificò una Cefeide nella «nebulosa» di Andromeda. Applicò la relazione di Leavitt e ottenne un risultato sconvolgente: Andromeda era a 900.000 anni luce (oggi sappiamo 2,5 milioni). Era una galassia a sé, esterna alla Via Lattea. L'universo era infinitamente più grande di quanto pensavamo.

Pochi anni dopo, nel 1929, Hubble pubblicò la sua celebre legge sull'espansione cosmica: la velocità di recessione delle galassie cresce con la distanza. La distanza, ancora una volta, era misurata con le Cefeidi di Leavitt. Senza il lavoro di una computer di Harvard pagata pochi spiccioli, la cosmologia moderna semplicemente non esisterebbe.

Il Nobel mai assegnato

Henrietta Leavitt morì di cancro nel dicembre 1921, a 53 anni, senza vedere l'impatto pieno della sua scoperta. Quattro anni dopo, nel 1925, lo statistico svedese Gösta Mittag-Leffler scrisse a Pickering proponendo di candidare Leavitt al Nobel per la Fisica. La lettera arrivò all'osservatorio quando Pickering era già morto, e ricevette risposta dal suo successore Harlow Shapley con una frase che rimane uno degli atti mancati della scienza del Novecento: «La signorina Leavitt è morta da quasi quattro anni». Il Nobel non può essere assegnato postumo, e così la candidatura non fu nemmeno presentata.

Nel 2008 l'American Association of Variable Star Observers ha lanciato il programma «Celebrating the Forgotten Astronomer» per dedicare una nuova generazione di osservatori a Leavitt. Un cratere lunare e un asteroide (5383 Leavitt) portano oggi il suo nome.

L'eredità: dalle lastre alle telecamere di Hubble

Più di un secolo dopo, la relazione di Leavitt resta uno dei pilastri della cosmic distance ladder. Una recente rianalisi pubblicata nel 2025 su PASP, firmata da Bonnie Buratti del JPL e collaboratori, ha ripreso i dati originali del 1912 e li ha riprocessati con tecniche moderne: la pendenza della retta ricavata da Leavitt è risultata in accordo entro l'1% con il valore attuale ottenuto con il telescopio Hubble. Per essere una scoperta fatta a occhio nudo su lastre di vetro, è un risultato che racconta meglio di qualunque encomio il valore di quel lavoro paziente, ripetuto e sottovalutato.

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