Storie
Ignác Semmelweis: il medico deriso per il lavaggio delle mani
Nel 1847 dimostrò che disinfettare le mani salvava le partorienti, ma fu respinto dai colleghi. Morì in manicomio, dimenticato, poco prima della sua rivincita.

Oggi lavarsi le mani prima di visitare un paziente è un gesto ovvio. A metà Ottocento non lo era affatto, e l'uomo che per primo lo dimostrò con i numeri fu ridicolizzato, licenziato e morì in manicomio, dimenticato. Si chiamava Ignác Semmelweis, medico ungherese, e la sua battaglia contro la febbre puerperale è una delle storie più tragiche e istruttive della medicina: la prova che avere ragione, da soli e troppo presto, può costare carissimo.
Due reparti, due destini
Nel 1846 Semmelweis lavorava all'Ospedale Generale di Vienna, nella più grande maternità del mondo. La struttura aveva due cliniche ostetriche, e tra loro esisteva una differenza inquietante. Nella Prima Clinica, dove operavano medici e studenti, la mortalità delle partorienti per febbre puerperale raggiungeva picchi del 18%; nella Seconda, gestita dalle levatrici, si fermava attorno al 2-4%. La voce della loro pericolosità si era talmente diffusa che alcune donne supplicavano di non essere ricoverate nel reparto dei medici, e c'era chi preferiva partorire per strada. Semmelweis, come ricostruisce la voce Ignaz Semmelweis, fu ossessionato dal capire perché.
L'indizio arrivato da una tragedia
La svolta arrivò nel 1847, in modo doloroso. Un collega e amico di Semmelweis, Jakob Kolletschka, morì dopo essersi ferito con il bisturi di uno studente durante un'autopsia: i sintomi erano identici a quelli della febbre puerperale. Semmelweis ebbe un'intuizione: erano i medici stessi a portare qualcosa di letale. A differenza delle levatrici, infatti, medici e studenti passavano spesso dalla sala anatomica, dove dissezionavano cadaveri, direttamente al letto delle partorienti, trasferendo sulle mani quelle che chiamò "particelle cadaveriche". Non esisteva ancora la teoria dei germi, ma il meccanismo era esatto.
Per capire quanto fosse audace quell'idea bisogna calarsi nella medicina dell'epoca. A metà Ottocento la teoria dominante attribuiva le malattie ai "miasmi", cattive esalazioni dell'aria, e l'idea che un medico potesse essere lui stesso il veicolo del contagio era quasi inconcepibile, oltre che offensiva. Semmelweis arrivò alla conclusione giusta non grazie a un microscopio, ma osservando, contando e confrontando i dati: un approccio epidemiologico che oggi diamo per scontato e che allora era pionieristico.
Tre parole che salvavano vite: lavarsi le mani
La soluzione di Semmelweis fu semplice e rivoluzionaria: obbligare tutti a disinfettare le mani con una soluzione di cloruro di calce prima di esaminare le pazienti. Aveva scelto quella sostanza perché eliminava l'odore putrido dei tessuti autoptici, sperando così di distruggere anche l'agente nocivo. I risultati furono spettacolari. Come documentano numerose ricostruzioni storiche, tra cui una rassegna scientifica sull'igiene delle mani, la mortalità della Prima Clinica, che nell'aprile 1847 era del 18,3%, crollò nei mesi successivi all'introduzione del lavaggio fino all'1-2%, allineandosi a quella del reparto delle levatrici. Un calo di circa il 90%, ottenuto con acqua, cloro e buon senso.
La comunità medica lo respinge
Ci si aspetterebbe un trionfo. Avvenne il contrario. La teoria di Semmelweis, raccontata anche da Britannica, urtava l'orgoglio dei medici: accettarla significava ammettere di aver ucciso, con le proprie mani, migliaia di pazienti. Senza una spiegazione scientifica del "perché" funzionasse — i germi sarebbero stati dimostrati da Pasteur e Lister solo anni dopo — molti colleghi rifiutarono di credergli. Semmelweis reagì con crescente rabbia, scrivendo lettere aperte in cui bollava gli ostetrici scettici come "assassini irresponsabili". Perse il posto, l'autorevolezza e, a poco a poco, l'equilibrio.
Parte del problema fu anche il suo carattere. Semmelweis pubblicò tardi e in modo confuso i suoi risultati, e quando lo fece accompagnò i dati con attacchi durissimi che alienarono perfino chi avrebbe potuto sostenerlo. La scienza, allora come oggi, non si nutre solo di prove ma anche della capacità di comunicarle e di costruire consenso: una lezione amara che la sua vicenda illustra alla perfezione.
Una fine crudele e una rivincita postuma
Il declino fu terribile. Nel 1865, ormai provato, Semmelweis fu attirato con l'inganno in un manicomio viennese. Quando capì e tentò di fuggire, fu picchiato dai guardiani, immobilizzato e rinchiuso. Morì due settimane dopo, il 13 agosto 1865, a soli 47 anni, per un'infezione del sangue — la stessa sepsi che aveva passato la vita a combattere — probabilmente causata dalle ferite del pestaggio. La sua rivincita arrivò solo dopo la morte, quando la teoria dei germi confermò che aveva avuto ragione su tutta la linea. Oggi, come ricorda anche PBS, è ricordato come il "salvatore delle madri" e un pioniere dell'antisepsi. La sua storia ha persino dato il nome a un fenomeno psicologico, il "riflesso di Semmelweis": la tendenza a rifiutare istintivamente le prove che contraddicono le convinzioni consolidate.
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