Storie
Wangari Maathai: la donna degli alberi, Nobel per la Pace 2004
Convinta che difendere le foreste significhi difendere la democrazia, fondò un movimento che ha piantato decine di milioni di alberi in Kenya. Fu la prima donna africana a vincere il Nobel per la Pace.

Quando le dissero che le donne dei villaggi non potevano risolvere i problemi del Kenya, Wangari Maathai rispose con un gesto semplice e rivoluzionario: piantare alberi. Da quell'idea nacque un movimento che in pochi decenni ne avrebbe messi a dimora oltre 50 milioni, restituendo foreste, acqua e dignità a intere comunità. Nel 2004 quel lavoro le valse il Premio Nobel per la Pace: era la prima donna africana a riceverlo.
La sua intuizione più profonda fu collegare due cose che sembravano lontane: la salute dell'ambiente e la salute della democrazia.
Da contadina a prima dottoressa dell'Africa orientale
Nata nel 1940 in un villaggio rurale del Kenya, Wangari Maathai ebbe la rara fortuna di studiare. Grazie a una borsa di studio raggiunse gli Stati Uniti, dove si laureò in biologia, per poi conseguire un dottorato. Nel 1971 divenne la prima donna dell'Africa orientale e centrale a ottenere un PhD, in anatomia veterinaria, all'Università di Nairobi, dove fu anche la prima donna a dirigere un dipartimento. Una carriera accademica straordinaria, che però sentiva incompleta di fronte alla povertà delle campagne. La sua biografia è ripercorsa dal sito ufficiale del Premio Nobel.
Il Green Belt Movement
Nel 1977 Maathai fondò il Green Belt Movement, un'organizzazione che pagava le donne dei villaggi per piantare e curare alberi. L'idea affrontava più problemi insieme: la deforestazione che stava prosciugando fiumi e impoverendo i suoli, la scarsità di legna da ardere e di cibo, e la mancanza di reddito per le donne rurali. Piantando alberi, quelle donne combattevano l'erosione, recuperavano l'acqua e guadagnavano autonomia.
Il movimento, descritto sul suo sito ufficiale, crebbe fino a coinvolgere migliaia di gruppi e a diffondersi in altri Paesi africani. Maathai lo trasformò anche in una scuola di cittadinanza: insegnava che prendersi cura della terra è un atto politico.

Alberi contro il potere
La sua battaglia ambientale divenne presto una battaglia per i diritti e la democrazia. Maathai si oppose con coraggio al regime autoritario del presidente Daniel arap Moi, denunciando la corruzione e l'appropriazione delle terre pubbliche. Nel 1989 guidò la protesta che fermò la costruzione di un enorme grattacielo a Uhuru Park, il polmone verde di Nairobi. Per le sue azioni fu più volte arrestata, minacciata e picchiata, ma non si fermò.
Questa unione tra ecologia, diritti umani e buon governo è esattamente ciò che il comitato di Oslo premiò: il Nobel le fu assegnato "per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace". Una motivazione che, per la prima volta, riconosceva esplicitamente il legame tra ambiente e pace.
Un'eredità che continua a crescere
Eletta deputata e nominata viceministra dell'Ambiente, Wangari Maathai continuò a battersi su scala internazionale, lanciando anche una campagna globale per piantare un miliardo di alberi. Morì di cancro il 25 settembre 2011, ma il suo movimento è ancora attivo, come testimonia la voce enciclopedica a lei dedicata su Wikipedia.
Amava raccontare la parabola del colibrì che, durante un grande incendio, porta gocce d'acqua col becco mentre gli altri animali stanno a guardare: "Io faccio del mio meglio", dice l'uccellino. Era la sua filosofia. Una donna che, con un gesto alla portata di chiunque — piantare un albero — ha dimostrato che difendere la natura significa difendere anche la libertà.
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