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Domus de Janas: la Sardegna preistorica diventa patrimonio UNESCO
Le 'case delle fate' scavate nella roccia sono il 61º sito italiano iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale: un primato che la Sardegna celebra nel 2026.

La Sardegna ha aggiunto una pagina profondissima alla storia del Patrimonio Mondiale. Le Domus de Janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia che punteggiano l'isola, sono diventate il 61º sito italiano iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, confermando l'Italia come il Paese con il maggior numero di riconoscimenti al mondo. È la prima volta che un bene della preistoria sarda entra nella lista, ed è un traguardo che nel 2026 continua a portare i riflettori sull'isola.
Cosa sono le "case delle fate"
In sardo domus de janas significa letteralmente "case delle fate" (o delle streghe), le janas della tradizione popolare, creature minute che secondo le leggende abitavano quelle cavità. In realtà si tratta di tombe ipogee, ambienti scavati a mano nella roccia tra il Neolitico e l'età del Rame, cioè in un arco compreso all'incirca tra il 3400 e il 2700 a.C. Se ne contano circa 3.500 in tutta l'isola, con particolare concentrazione nel centro-nord. Spesso non sono singole tombe ma vere e proprie necropoli, con decine di celle collegate che riproducono nella pietra gli spazi delle case dei vivi: si riconoscono soffitti, pilastri, false porte e fregi scolpiti.
Perché valgono il riconoscimento mondiale
Il sito iscritto, dal titolo ufficiale "Le domus de janas, espressione della società neolitica in Sardegna", raccoglie un insieme di necropoli rappresentative distribuite sull'isola. L'UNESCO ne ha riconosciuto il valore universale eccezionale come la più estesa e ricca manifestazione di architettura funeraria ipogea del Mediterraneo occidentale. Molte celle conservano incisioni e dipinti in ocra rossa: corna taurine stilizzate, motivi a spirale, elementi architettonici. Una delle più celebri è la cosiddetta "Tomba dell'Emiciclo" di Sant'Andrea Priu, riutilizzata in epoca tardoantica persino come chiesa rupestre, mentre la necropoli di Anghelu Ruju, presso Alghero, con le sue 38 tombe è una delle più vaste dell'isola. La candidatura, costruita negli anni dalla Regione insieme al Ministero e alle università sarde, ha dovuto dimostrare non solo la bellezza dei singoli monumenti, ma la loro autenticità e integrità come sistema unitario, capace di documentare l'evoluzione di una civiltà lungo diversi secoli. La decisione è stata presa dal Comitato del Patrimonio Mondiale, come confermato dal Ministero della Cultura.

Chi le scavò, e perché
Dietro le Domus de Janas c'è una delle prime società complesse del Mediterraneo. Le comunità neolitiche della Sardegna, dedite all'agricoltura e alla pastorizia, investirono enormi quantità di lavoro per scavare nella roccia, con strumenti di pietra e di osso, ambienti destinati esclusivamente ai morti. La cura dei dettagli — i soffitti che imitano le travi di legno, i pilastri scolpiti, le false porte che simboleggiano il passaggio verso l'aldilà — racconta una concezione articolata della vita oltre la morte. Molte tombe erano collettive e venivano riutilizzate per generazioni, segno di un forte legame con gli antenati e con il territorio.
Particolarmente significative sono le decorazioni legate al culto del toro, le cui corna stilizzate ricorrono incise o dipinte in ocra rossa, il colore del sangue e quindi della rigenerazione. Questo immaginario lega la Sardegna alle altre grandi culture megalitiche dell'Europa neolitica, pur con un linguaggio architettonico originale. Le Domus de Janas precedono di secoli i celebri nuraghi dell'età del Bronzo, e testimoniano che l'isola era già allora un laboratorio di architettura e di simboli.
Un primato che l'Italia rafforza
Con le Domus de Janas l'Italia tocca quota 61 siti, davanti a tutti gli altri Paesi. La Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO ha sottolineato come il riconoscimento premi non solo i monumenti, ma anche il legame profondo tra queste architetture e la società neolitica che le produsse: una comunità capace di organizzare il culto dei morti con una complessità sorprendente per l'epoca. Per la Regione Sardegna si tratta, nelle parole delle istituzioni locali, di "un traguardo storico" e di una "testimonianza di valore inestimabile della Sardegna preistorica".
Dove vederle
Il riconoscimento porta con sé responsabilità di tutela e opportunità di valorizzazione. Tra i siti visitabili più noti ci sono la necropoli di Montessu nel Sulcis, quella di Sant'Andrea Priu nel Sassarese, Anghelu Ruju ad Alghero, Mesu 'e Montes a Ossi e Pottu Codinu a Villanova Monteleone. Molti sono inseriti in percorsi gestiti dai comuni e dalle cooperative locali, e la rete dei siti è raccontata anche dal portale dedicato domusdejanasunesco.org. Il riconoscimento UNESCO porta con sé l'aspettativa di un turismo culturale più consapevole e di nuovi investimenti nella conservazione, in un'isola che ha fatto del proprio patrimonio archeologico — dai menhir ai nuraghi — un tratto identitario. Visitarle significa entrare letteralmente dentro la pietra, in ambienti scavati cinquemila anni fa da mani che cercavano, anche allora, di dare una casa ai propri morti: un gesto universale che attraversa i millenni e che oggi appartiene, ufficialmente, all'umanità intera.
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