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La lince torna sulle Alpi italiane: il ritorno del fantasma dei boschi
Il primo investimento stradale documentato, in Friuli, rivela un grande felino di nuovo presente.

Il 10 giugno 2026, lungo l'autostrada A23 nei pressi di Chiusaforte, in provincia di Udine, un'auto ha investito e ucciso una giovane lince eurasiatica, una femmina di circa un anno. È un episodio triste, ma anche, paradossalmente, la prova di una buona notizia: dopo essere scomparsa dalle Alpi italiane più di un secolo fa, la lince è tornata a percorrere i nostri boschi. Quell'incidente, il primo del genere mai documentato in Italia per questa specie, racconta di un grande felino di nuovo presente sul territorio e dei rischi che il suo ritorno deve ancora affrontare.
Il "fantasma dei boschi" che eravamo riusciti a cancellare
La lince eurasiatica (Lynx lynx) è il più grande felino selvatico d'Europa: può superare i 25 chili, ha ciuffi neri sulle orecchie, un manto maculato e zampe larghe perfette per la neve. È un predatore solitario ed elusivo, tanto difficile da avvistare da essersi guadagnato il soprannome di "fantasma dei boschi". Tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento la caccia indiscriminata, la persecuzione diretta e la distruzione degli habitat la portarono all'estinzione su tutto l'arco alpino italiano. Per decenni, nei nostri boschi, la lince semplicemente non c'è più stata.
Un ritorno guidato dall'uomo
Il ritorno della lince non è frutto del caso, ma di un paziente lavoro di conservazione internazionale. Negli ultimi anni progetti europei come LIFE Lynx e l'italiano ULyCA2 (Urgent Lynx Conservation Actions) hanno avviato la traslocazione di esemplari per rafforzare la fragile popolazione dell'area dinarico-alpina. Il problema, infatti, non era solo numerico: i pochi individui presenti tra Slovenia e Alpi Giulie discendevano da una manciata di animali reintrodotti negli anni Settanta e soffrivano di una pericolosa consanguineità, che ne minacciava la sopravvivenza a lungo termine.
Per questo gli esperti hanno catturato linci nei Carpazi, dove la specie è più abbondante e geneticamente sana, le hanno sottoposte a controlli veterinari e le hanno rilasciate nelle Alpi Giulie italiane e slovene, dotandole di radiocollari GPS. Come spiega il WWF Italia, l'obiettivo è creare un nucleo stabile che ricolleghi la popolazione alpina a quella dinarica, restituendo continuità a un areale spezzato da decenni. Il monitoraggio prosegue con fototrappole, analisi genetiche e localizzazioni satellitari, in collaborazione con l'ISPRA e i Carabinieri Forestali.
Perché un predatore fa bene al bosco
Il ritorno di un grande carnivoro non è solo un valore simbolico. La lince occupa un posto chiave negli ecosistemi montani: predando soprattutto caprioli e altri ungulati, contribuisce a regolarne le popolazioni e a mantenere l'equilibrio della catena alimentare. A differenza del lupo, caccia in solitaria e con agguati, ed è estremamente schiva nei confronti dell'uomo: non risultano in Europa casi documentati di linci pericolose per le persone. La sua presenza è anzi considerata dagli ecologi un indicatore di boschi sani e ben conservati.
La sfida dei corridoi ecologici
La giovane lince morta sull'A23 mette però in luce l'ostacolo più grande per il futuro della specie in Italia: la frammentazione del territorio. Strade, autostrade e ferrovie tagliano gli habitat e trasformano gli spostamenti naturali degli animali in percorsi a rischio. Per consolidare il ritorno della lince servono corridoi ecologici: aree protette collegate tra loro, sottopassi e cavalcavia faunistici, una pianificazione del territorio che tenga conto anche di chi nel bosco ci vive. È lo stesso tipo di sfida che riguarda altri animali in ripresa nel nostro Paese, dal lupo all'orso bruno.
La storia della lince sulle Alpi è quindi un racconto a doppia faccia: da un lato il successo di una conservazione tenace, che ha riportato un feline dato per perso; dall'altro la fragilità di una ripresa ancora ai primi passi, esposta a incidenti, bracconaggio e isolamento genetico. Ogni nuovo avvistamento ai confini orientali, dalle Alpi Giulie all'Alto Adige, è un piccolo segnale di speranza. Ma perché il "fantasma dei boschi" torni a essere una presenza stabile nelle nostre montagne, l'Italia dovrà imparare a costruire un paesaggio in cui un grande predatore possa muoversi senza dover attraversare un'autostrada.
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