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Mondiali 2026: l'Italia non c'è, ma tre ct azzurri sì
Dall'11 giugno è in corso il Mondiale a 48 squadre tra USA, Canada e Messico. La Nazionale è assente per la terza volta di fila, eppure in panchina ci sono Ancelotti, Montella e Cannavaro.

Dall'11 giugno è ufficialmente cominciato il Campionato mondiale di calcio 2026, il primo della storia ospitato da tre Paesi — Stati Uniti, Canada e Messico — e il primo allargato a 48 squadre, per un totale record di 104 partite. Per i tifosi italiani, però, c'è un'assenza che pesa: la Nazionale azzurra non si è qualificata, e accade per la terza edizione consecutiva, dopo i due Mondiali falliti nel 2018 e nel 2022. Eppure, a sorpresa, l'Italia del calcio è presente eccome a questa Coppa del Mondo. Solo che siede in panchina.
Tre commissari tecnici nati in Italia
Sono infatti tre i commissari tecnici italiani protagonisti del torneo iridato, ciascuno alla guida di una nazionale straniera. Un dato che dice molto sul prestigio internazionale della scuola allenatori italiana, da decenni punto di riferimento mondiale per cultura tattica e difensiva. Mentre la Nazionale resta a casa, il know-how tricolore è sparso per il tabellone come mai prima d'ora.
Il nome più pesante è quello di Carlo Ancelotti, alla guida del Brasile. Tecnico più titolato della storia della Champions League, Ancelotti ha accettato la sfida di riportare la Seleção sul tetto del mondo a oltre vent'anni dall'ultimo trionfo, quello del 2002. È la prima volta che un allenatore straniero guida il Brasile a un Mondiale in epoca moderna: una scelta che in patria ha fatto discutere, ma che testimonia la fiducia riposta nel tecnico di Reggiolo.
Montella e Cannavaro, due ritorni in scena
Il secondo italiano è Vincenzo Montella, commissario tecnico della Turchia. L'ex attaccante della Roma, soprannominato "l'Aeroplanino", ha compiuto un'impresa significativa: riportare i turchi a una fase finale dei Mondiali dopo un'assenza che durava da oltre vent'anni, dai tempi del sorprendente terzo posto del 2002.
Il terzo è una bandiera azzurra: Fabio Cannavaro, capitano dell'Italia campione del mondo a Berlino nel 2006 e Pallone d'Oro di quell'anno. Vent'anni dopo quel trionfo, Cannavaro torna al Mondiale dall'altra parte della linea, da allenatore, alla guida dell'Uzbekistan, che si è qualificato per la prima volta nella sua storia alla fase finale. Per il difensore napoletano è la chiusura di un cerchio simbolica e affascinante.
Un torneo di numeri record
Il Mondiale 2026 è destinato a entrare nei libri di storia ben prima dell'assegnazione del titolo. L'allargamento a 48 nazionali — deciso dalla FIFA — significa più Paesi esordienti assoluti, più partite e un format inedito con dodici gironi da quattro squadre. La finale è in programma a luglio al MetLife Stadium di New York-New Jersey. Sarà anche l'ultimo grande test organizzativo prima delle Olimpiadi di Los Angeles 2028, in un Nordamerica che si candida a capitale globale dello sport per il prossimo decennio.
L'edizione del 2026 segna anche un primato simbolico: è la prima volta che la fase finale viene divisa tra tre nazioni, con spostamenti continentali, fusi orari e climi diversissimi che metteranno alla prova la preparazione atletica delle squadre. Per i tre tecnici italiani, abituati alla gestione di grandi gruppi e di calendari fitti, è anche su questo terreno — la logistica e la tenuta mentale — che si giocherà parte della sfida.
Non solo panchine: il calcio italiano "esportato"
Il fenomeno dei ct italiani all'estero non è isolato. Oltre ai tre commissari tecnici, diverse nazionali schierano nei loro staff e nelle loro rose calciatori cresciuti nei campionati italiani, dalla Serie A alle giovanili dei grandi club. È il segno di un movimento che, pur in crisi a livello di Nazionale maggiore, continua a formare competenze richieste in tutto il mondo. La scuola italiana di allenatori, in particolare quella legata al centro tecnico federale di Coverciano, resta una delle più ambite e copiate del pianeta.
Resta naturalmente l'amarezza per un'Italia che, da vincitrice di Euro 2020, non riesce da anni a centrare la qualificazione iridata: un paradosso che il dibattito sportivo continua a interrogare.
Tre Mondiali persi in otto anni
Per capire la portata del momento storico va ricordato che gli Azzurri avevano partecipato ininterrottamente a tutte le fasi finali dal 1958 fino al 2014. Poi la frattura: l'eliminazione nello spareggio del novembre 2017, che lasciò fuori l'Italia dal Mondiale di Russia 2018 per la prima volta in sessant'anni; l'ennesimo ko ai playoff per Qatar 2022; e ora la terza assenza consecutiva, nonostante nel frattempo la Nazionale avesse vinto il Campionato europeo del 2021 a Wembley. È un'anomalia quasi unica nel calcio mondiale: nessun'altra grande potenza vincitrice continentale era rimasta fuori da tre Mondiali di fila.
Il contrasto con la presenza di tre ct italiani sulle panchine straniere rende il quadro ancora più paradossale e, per molti osservatori, istruttivo: l'Italia continua a produrre talento tecnico e cultura calcistica di altissimo livello, ma fatica a tradurli in una squadra nazionale competitiva. Un tema su cui la Federazione e gli addetti ai lavori si interrogano da anni, tra riforma dei vivai, numero di giovani impiegati in Serie A e modelli organizzativi.
Ma per le prossime settimane i tifosi italiani avranno comunque qualcuno per cui fare il tifo. Tre, per la precisione: un colore azzurro che, almeno in panchina, illumina ancora il Mondiale.
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