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Tartarughe marine in Italia: la stagione 2026 è già da record
Dal primo nido a Lampedusa del 27 maggio ai 700 nidi del 2025: la Caretta caretta conquista le coste italiane fino alla Liguria, ma il caldo minaccia l'equilibrio tra i sessi.

Una femmina di Caretta caretta ha aperto ufficialmente la stagione 2026 il 27 maggio scorso, risalendo di notte sulla Spiaggia dei Conigli di Lampedusa e deponendo le uova nella sabbia della Riserva Naturale Isola di Lampedusa. Il personale di Legambiente Sicilia, che gestisce la riserva, ha recintato e segnalato il nido nell'ambito del programma di monitoraggio autorizzato dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica. È il primo nido documentato in Italia nel 2026, e arriva in un contesto già straordinario: l'anno precedente le nidificazioni di tartaruga marina lungo le coste italiane hanno raggiunto il record storico di oltre 700 nidi.
Un trend in crescita continua: i numeri parlano chiaro
I dati degli ultimi tre anni disegnano una curva ascendente che ha sorpreso persino i ricercatori più ottimisti. Nel 2023 i nidi censiti in Italia erano 443; nel 2024 erano saliti a 601; nel 2025 si è superata quota 700, segnando un aumento di circa il 60% in soli due anni. Lo confermano i dati del progetto europeo LIFE Turtlenest, coordinato da Legambiente e cofinanziato dal programma LIFE dell'Unione Europea, che mette in rete centinaia di volontari e ricercatori lungo tutta la penisola.
La Sicilia guida la classifica con oltre 220 nidi, seguita dalla Calabria con circa 180, dalla Campania con 114 e dalla Puglia con circa 100. Ma la notizia più sorprendente arriva dal nord: la Liguria ha registrato 12 nidi, un dato storico per una regione fino a pochi anni fa ritenuta fuori dall'areale riproduttivo della specie. La Toscana ha chiuso la stagione 2025 con 37 nidi — confermati dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) — con deposizioni fino alle province di Massa Carrara e Lucca.

La specie avanza verso nord: perché le tartarughe scelgono nuove spiagge
Fino a qualche decennio fa, le nidificazioni italiane erano quasi esclusivamente concentrate in Calabria, Sicilia e Campania. Oggi la Caretta caretta depone le uova in 13 delle 15 regioni costiere italiane. Come spiega Sandra Hochscheid della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, «il costante aumento dei nidi è probabilmente dovuto all'arrivo di nuove femmine che esplorano ogni anno le coste italiane, affiancandosi a quelle che tornano fedelmente nei siti precedenti». A questo si aggiunge un secondo fattore determinante: il riscaldamento del Mar Mediterraneo, che cresce di circa 0,4°C ogni dieci anni secondo il rapporto Climate change and interconnected risks to sustainable development in the Mediterranean pubblicato su Nature Climate Change, rendendo adatte alla nidificazione spiagge un tempo troppo fredde.
Il progetto europeo LIFE ADAPTS, coordinato dall'Università di Pisa e sostenuto dal WWF Italia, impiega registratori di temperatura sui nidi, telemetria satellitare e DNA ambientale per capire come il cambiamento climatico stia ridisegnando la mappa riproduttiva della specie in tutto il Mediterraneo. Nel frattempo, per la stagione 2026 il WWF ha già schierato oltre 100 tra volontari e operatori lungo le coste di Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia per condurre pattugliamenti all'alba alla ricerca di tracce di risalita.
L'allarme silenzioso: più caldo, meno maschi
C'è però un rovescio della medaglia che i ricercatori seguono con crescente preoccupazione. Nella Caretta caretta — come in tutte le tartarughe marine — il sesso degli embrioni non è determinato dai cromosomi ma dalla temperatura di incubazione, un meccanismo chiamato in inglese Temperature-dependent Sex Determination (TSD). In pratica: temperature più elevate favoriscono lo sviluppo di femmine, temperature più basse producono maschi. La soglia critica si colloca intorno ai 29°C.
Con le sabbie delle spiagge italiane sempre più calde — e le previsioni al 2100 che stimano aumenti tra +1,8°C e +3,5°C rispetto al periodo 1961-1990 — i nidi producono proporzioni crescenti di femmine. Nel breve periodo questo può sembrare una buona notizia per la riproduzione, ma a lungo termine uno squilibrio demografico grave tra i sessi rischia di compromettere la vitalità genetica della popolazione. La Stazione Zoologica Anton Dohrn e Legambiente stanno conducendo analisi genomiche per quantificare con precisione il rapporto attuale tra maschi e femmine sulle coste italiane, come riporta Greenreport.

Cosa fare se trovate un nido: le regole d'oro
Con la distribuzione dei nidi estesa ormai a quasi tutta la penisola, è sempre più probabile imbattersi, durante una passeggiata mattutina in spiaggia, nelle tipiche tracce lasciate da una femmina nella risalita notturna: due solchi paralleli simili a cingoli di trattore che dalla battigia conducono verso le dune. In quel caso le indicazioni degli esperti sono precise e univoche.
- Non disturbare la zona: non scavare, non calpestare, non avvicinare cani o altri animali.
- Non usare torce o flash nelle ore notturne nelle aree dove si sospetta la presenza di femmine in risalita.
- Segnalare immediatamente il ritrovamento chiamando il numero di emergenza della Guardia Costiera: 1530, oppure contattare i volontari del WWF Italia o di Legambiente presenti sul territorio.
- Non condividere la posizione esatta del nido sui social media: l'afflusso di curiosi è una delle principali cause di disturbo e insuccesso della schiusa.
«Segnalare un nido è un atto di tutela attiva della biodiversità», ricorda Stefano Di Marco, responsabile del progetto LIFE Turtlenest per Legambiente. «Ogni nido protetto è decine di piccoli in più che raggiungono il mare.»
Una storia di successo (e di responsabilità)
Il boom delle nidificazioni della Caretta caretta in Italia è, in larga misura, una storia di successo della conservazione. Decenni di lavoro di associazioni, enti di ricerca come l'ISPRA, agenzie regionali come ARPAT e reti di volontariato hanno permesso alla specie di recuperare terreno in tutto il Mediterraneo occidentale. La Spiaggia dei Conigli di Lampedusa, dove il 27 maggio 2026 è stato deposto il primo nido della stagione, è diventata uno dei siti di nidificazione più importanti del bacino: nella sola stagione 2025 vi sono stati registrati 20 nidi e oltre 1.500 piccoli arrivati in mare.
Eppure il cambiamento climatico rischia di trasformare un successo in una nuova vulnerabilità. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto proteggere i nidi dal disturbo umano, ma garantire che le spiagge italiane rimangano ambienti idonei a produrre popolazioni equilibrate e geneticamente vitali. Una sfida che riguarda tutti, dal ricercatore al bagnante di luglio.
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