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Il cuore si rigenera: l'1% delle cellule cardiache si rinnova ogni anno (e lo sappiamo grazie alle bombe atomiche)

Lo studio di Olaf Bergmann e Jonas Frisén del 2009 ha datato i cardiomiociti col carbonio-14 dei test nucleari

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Modello anatomico del cuore umano su sfondo blu
Modello anatomico del cuore umano su sfondo blu

Per tutto il Novecento la medicina ha ripetuto un dogma: il cuore non si rigenera. I cardiomiociti, le cellule muscolari che battono in noi 100.000 volte al giorno, erano considerati definitivi come i neuroni della corteccia cerebrale: quelli che hai al momento della nascita sono tutti quelli che avrai per tutta la vita. Per questo l'infarto del miocardio lascia cicatrici fibrose: il muscolo morto non veniva pensato come sostituibile.

Il 3 aprile 2009 questa certezza si è sbriciolata. La rivista Science pubblicava un articolo firmato da Olaf Bergmann, Jonas Frisén e undici colleghi del Karolinska Institutet di Stoccolma. Titolo: Evidence for cardiomyocyte renewal in humans. Risultato: l'1% delle cellule del cuore si rinnova ogni anno a venticinque anni, lo 0,45% a settantacinque. Nel corso di una vita media circa il 40% delle cellule cardiache viene sostituito.

L'idea geniale: usare il fallout di Hiroshima

Il problema era metodologico. Come si data una cellula umana viva senza ucciderla? Frisén, già noto per i suoi lavori sulla neurogenesi adulta, ebbe l'intuizione di sfruttare un evento storico irripetibile.

Dal 1955 al 1963, USA e URSS condussero centinaia di test nucleari atmosferici. La fissione liberò una quantità enorme di carbonio-14, un isotopo radioattivo, che si disperse nell'atmosfera globale. Quando nel 1963 il Trattato per la Messa al Bando dei Test Nucleari fermò le esplosioni in atmosfera, la concentrazione di ¹⁴C scendeva lentamente con un tasso noto. Le cellule che si dividevano incorporavano nel DNA il rapporto ¹⁴C/¹²C dell'aria del momento. Per questo, misurando oggi quel rapporto con uno spettrometro di massa, si può datare la nascita di una cellula: il "timbro" radiocarbonio fissa l'anno.

La tecnica si chiama bomb pulse dating: nata in archeologia per datare resti recenti, è stata trasformata da Frisén in uno strumento per la biologia delle cellule. La sua applicazione ai cardiomiociti fu lo studio del 2009.

Fungo atomico di un test nucleare atmosferico
I test nucleari atmosferici 1955-63 hanno lasciato in tutti i nostri tessuti un orologio radioattivo che ancora oggi permette di datare le cellule. Foto: Pixabay / Pexels.

I numeri della scoperta

Il team del Karolinska ha esaminato campioni autoptici di cuori di 50 individui nati tra il 1933 e il 1973. Sono stati isolati i nuclei dei cardiomiociti e l'arricchimento in carbonio-14 è stato misurato con accuratezza isotopica al per mille.

Il modello cinetico sviluppato dai ricercatori mostra che:

  • il tasso annuo di rinnovo è di 1% a 25 anni di età;
  • scende a 0,45% a 75 anni;
  • su una vita di 80 anni, circa il 40% dei cardiomiociti viene sostituito;
  • il restante 60% è invece originale, quello che la persona aveva alla nascita.

Il cuore di un settantenne è quindi un mosaico di cellule originali e cellule più giovani, mai più antico di lui ma più antico di un fegato dello stesso paziente — quest'ultimo si rinnova interamente ogni 5-7 anni.

Una rivoluzione cardiologica

La conseguenza terapeutica è enorme. Se il cuore può rigenerarsi, anche se lentamente, allora esistono cellule staminali o progenitori cardiaci attivi nell'organo adulto. Il comunicato del Karolinska al momento della pubblicazione lo dichiarava esplicitamente: "Comprendere questi meccanismi è un primo passo verso terapie che stimolino la rigenerazione cardiaca dopo un infarto".

Negli anni successivi, una serie di lavori ha tentato di amplificare questo processo:

  • nel 2018, un team della University of Pennsylvania ha mostrato in topi che la proteina YAP riattivata può raddoppiare il tasso di rinnovo;
  • nel 2021, ricercatori dell'Australian Regenerative Medicine Institute hanno isolato cellule progenitrici cardiache (CPC) capaci di differenziarsi in cardiomiociti maturi in vitro;
  • la terapia con cellule iPSC (Yamanaka 2006) ha portato nel 2022 al primo trial clinico giapponese su pazienti con scompenso cardiaco terminale all'Università di Osaka.

Le obiezioni e i limiti

La metodologia non è stata accolta senza critiche. Un articolo di risposta su Circulation Research ha sostenuto che il bomb pulse dating sottovalutasse la possibilità di poliploidizzazione (cellule che duplicano il DNA senza dividersi) e di endocitosi nucleare. Bergmann ha pubblicato nel 2015 uno studio di follow-up che ha rafforzato i numeri originari, distinguendo per la prima volta tra cardiomiociti diploidi, tetraploidi e ottoploidi.

Il cuore nel mosaico del corpo

La datazione al carbonio-14 ha ridisegnato la mappa dell'invecchiamento. Sappiamo oggi che, in un cuore adulto:

  • l'endotelio coronarico si rinnova rapidamente (turnover ~6 anni);
  • i fibroblasti cardiaci hanno un ciclo intermedio (turnover ~15 anni);
  • i cardiomiociti sono i più lenti (turnover ~50 anni in media nei pazienti senza danno);
  • l'infarto e altri danni acuti possono accelerare il turnover di un fattore 100.

Una scoperta nata da un'idea storica

L'aspetto più affascinante di tutta la storia è epistemologico. La rigenerazione cardiaca umana è stata dimostrata grazie a un sottoprodotto della Guerra Fredda. Le bombe testate sugli atolli del Pacifico e nei deserti del Kazakistan, oggi causa di tumori e di tragedie sanitarie, lasciarono nel pianeta un orologio chimico che la scienza ha imparato a leggere.

Il cuore non è il muscolo immutabile delle prime descrizioni anatomiche. È un organo dinamico, lentissimo, ma vivo. E ogni anno, mentre l'orologio in tasca segna il tempo, dentro il petto un altro orologio — meno preciso, biologico, ostinato — sostituisce qualche cellula con un'altra appena nata. Una su cento. È poco. Ma è abbastanza per riaprire una grande domanda della medicina del XXI secolo: si può accelerarla?

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