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Riflesso di immersione: perché il viso in acqua fredda rallenta il cuore

Da Per Scholander agli apneisti, la storia del meccanismo che condividiamo con foche e delfini e che oggi aiuta anche contro gli attacchi di panico

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Uomo con sguardo intenso che affiora dalla superficie di una piscina
Uomo con sguardo intenso che affiora dalla superficie di una piscina

Quando immergiamo il viso in acqua fredda, il cuore rallenta. Non di poco: in alcuni casi fino al 30% rispetto al ritmo normale. È il riflesso di immersione mammaliano, una reazione fisiologica antichissima che condividiamo con foche, delfini e balene e che ci permette, per pochi minuti, di trasformarci in piccoli apneisti.

Il fenomeno è studiato fin dagli anni Trenta del Novecento, ed è la chiave di molte performance degli atleti di apnea. Capirlo aiuta a spiegare anche perché schizzare acqua fredda sul viso, quando siamo in ansia, calma davvero.

Cos'è il riflesso di immersione

Il riflesso di immersione è una serie automatica di reazioni che si attivano quando recettori sul viso (soprattutto attorno a naso e bocca) percepiscono acqua fredda. Le sue tre componenti principali sono:

  • Bradicardia: il battito cardiaco si abbassa del 10-30%, in casi estremi fino al 50%.
  • Vasocostrizione periferica: i vasi sanguigni di mani, piedi e arti si stringono, riducendo l'afflusso di sangue agli arti.
  • Blood shift: a profondità elevate, il plasma si sposta verso polmoni e cuore, comprimendo le cavità polmonari e proteggendole dal collasso.

Il risultato netto è che il corpo consuma meno ossigeno e ridistribuisce le riserve verso gli organi vitali. Per i mammiferi marini, è la base dell'immersione prolungata. Per noi, una sopravvivenza accidentale di quell'antica eredità.

Le prime osservazioni scientifiche

Il riflesso fu descritto per la prima volta nel 1870 dal fisiologo francese Paul Bert, in studi sulle foche. Negli anni Trenta del Novecento, Per Scholander, biologo norvegese-statunitense, dimostrò in laboratorio che lo stesso meccanismo si attiva anche negli esseri umani: bastava chiedere a un volontario di immergere il viso in una bacinella di acqua fredda per registrare una bradicardia immediata.

Scholander pubblicò i suoi risultati nel 1962 su Scientific American, in un articolo intitolato The Master Switch of Life. Il nome si è rivelato profetico: la comunità scientifica oggi lo considera uno dei principali "interruttori" fisiologici dell'uomo.

Sub in apnea che esplora l'oceano blu profondo in una scena subacquea
L'apnea moderna sfrutta in modo cosciente quello che le foche fanno per istinto. Foto: Pexels / Kurt Panerio

Cosa scatta nel corpo

I recettori sul viso, in particolare quelli del trigemino, inviano il segnale al tronco encefalico. Da qui partono due ordini:

  • Il nervo vago rilascia acetilcolina sul nodo seno-atriale del cuore, rallentandone il ritmo.
  • Il sistema nervoso simpatico ordina ai vasi periferici di restringersi, mantenendo alta la pressione centrale.

L'attivazione è più rapida se l'acqua è sotto i 15 °C e copre fronte, occhi e naso. Studi condotti negli anni Novanta da Andersson e Schagatay all'Università di Lund hanno mostrato che la bradicardia massima si ottiene immergendo il viso intero e bloccando il respiro.

Apnea: come gli atleti spingono il riflesso al limite

I campioni di apnea statica come Stéphane Mifsud (record di 11 minuti e 35 secondi nel 2009) o Branko Petrović (11 minuti e 54 secondi nel 2014) sfruttano sistematicamente il riflesso di immersione. Allenarsi a "rilassare" il cuore nei primi 30 secondi sott'acqua può abbattere il consumo di ossigeno di oltre il 20%.

Tecniche moderne come il frenkel breathing, le immersioni a "wet face" (con sola pelle del viso bagnata) e i raffreddamenti pre-gara stimolano il riflesso prima del momento gara. È anche per questo che molti apneisti vengono visti immergere il volto in bidoni di acqua fredda poco prima di scendere.

Due nuotatori in un lago parzialmente ghiacciato durante un bagno invernale
Il bagno in acqua gelida attiva il riflesso di immersione con effetti misurabili su cuore e pressione. Foto: Pexels / Olavi Anttila

Effetti su ansia e attacchi di panico

Il riflesso di immersione è entrato anche nei protocolli di terapia cognitivo-comportamentale. La DBT (Dialectical Behavior Therapy), sviluppata da Marsha Linehan negli anni Novanta, include una tecnica chiamata "TIPP", in cui la "T" sta per temperature: immergere il viso in acqua fredda per 30 secondi.

L'effetto è doppio: la bradicardia abbassa l'attivazione del sistema simpatico, mentre il "blood shift" sposta sangue verso il cervello, riducendo la sensazione di vertigine. È una delle poche tecniche di gestione del panico con effetti misurabili in pochi secondi.

Cose da sapere sul riflesso di immersione

  • È più forte nei neonati: nei primi sei mesi di vita, il riflesso di immersione è marcato e si combina con la chiusura riflessa della glottide.
  • Non protegge da annegamento prolungato: dopo 4-6 minuti, anche con bradicardia massima, l'ossigeno cerebrale finisce.
  • Gli animali con il riflesso più potente sono il foca di Weddell (che resta sott'acqua fino a 80 minuti) e il capodoglio (oltre due ore).
  • Negli sport invernali la "cold water plunge" sfrutta lo stesso meccanismo per ridurre i tempi di recupero.

Domande frequenti

Posso allenare il riflesso di immersione?

Sì. Sessioni regolari di apnea statica e di immersione del viso in acqua fresca (12-15 °C) per 20-30 secondi al giorno aumentano la sensibilità del riflesso. Va sempre fatto sotto supervisione, perché abbinare bradicardia forte e disturbi cardiaci può essere pericoloso.

Aiuta davvero contro l'ansia?

I dati clinici sulle tecniche TIPP suggeriscono di sì, soprattutto per ridurre i picchi acuti del cuore in attacchi di panico. Non sostituisce una terapia, ma è uno strumento di "primo soccorso emotivo".

Tutti gli umani lo hanno?

Sì, in misura variabile. I bambini lo manifestano più degli adulti; gli apneisti allenati più dei sedentari. Studi del 2019 hanno mostrato che le popolazioni costiere asiatiche, come i Bajau dell'Indonesia, hanno una bradicardia da immersione mediamente più marcata.

Un'eredità che viene dal mare

Il riflesso di immersione è uno dei modi più diretti di vedere il nostro passato evolutivo: una memoria fisiologica condivisa con le balene e con i delfini, riemersa ogni volta che la nostra faccia incontra acqua fredda.

Bastano un lavandino e un attimo di pazienza per attivarlo, e il corpo risponde con una calma chimica che la mente, da sola, fatica a trovare.

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