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Sbadiglio contagioso: perché ti viene da sbadigliare se lo fa qualcun altro

Robert Provine ha mostrato che il 55% delle persone sbadiglia entro 5 minuti dal vedere qualcun altro farlo: i neuroni specchio sono i sospettati, ma la storia è più complicata

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Un neonato sbadiglia con la bocca aperta in primo piano
Un neonato sbadiglia con la bocca aperta in primo piano

Bastano poche righe per innescarlo. Mentre leggi questo articolo, è possibile che il solo pensiero di uno sbadiglio ti faccia spalancare la bocca: la parola, l'immagine, perfino il suono dell'aria che entra in una trachea altrui sono sufficienti. Lo sbadiglio è uno dei comportamenti più universali e meno spiegati del repertorio umano. E quando diventa contagioso, smette di essere un riflesso fisiologico per trasformarsi in qualcosa di molto più sociale.

L'origine fisiologica dello sbadiglio è ancora dibattuta: ipossia cerebrale, raffreddamento del cervello, transizione tra stati di veglia, dilatazione dei timpani. Quel che è chiaro è che la sua versione contagiosa — il fatto che vedere o sentire uno sbadiglio induca un altro sbadiglio — è un fenomeno separato, presente in pochissime specie animali. E che ha qualcosa a che fare con il modo in cui i mammiferi più sociali si sintonizzano gli uni con gli altri.

Robert Provine, il neuroscienziato che ha quantificato il contagio

Lo studio più sistematico sull'argomento è stato condotto da Robert Provine, neuroscienziato e psicobiologo della University of Maryland Baltimore County, scomparso nel 2019. A partire dal 1986 Provine ha disegnato esperimenti elementari ma stringenti: 360 studenti universitari, sei minuti di osservazione, una videocassetta con una persona che sbadiglia trenta volte. Il risultato? Circa il 55% dei partecipanti ha sbadigliato entro cinque minuti.

Nel 2005 Provine pubblicò una rassegna su American Scientist che è ancora oggi la sintesi più autorevole. Lì notò una cosa sorprendente: non serve la bocca aperta. Anche solo una parola («yawn»), un disegno schematico o un audio di un altro che sbadiglia bastano a indurre il contagio. Gli stimoli completamente animati funzionano meglio dei fermo-immagine, ma persino il pensiero astratto può bastare. Provine ne dedusse che lo sbadiglio contagioso è un esempio di «releasing stimulus» nel senso etologico classico, una chiave che apre uno schema motorio fisso.

Neuroni specchio, empatia e teoria della mente

Quando la neuroscienza dei neuroni specchio esplose negli anni Novanta dopo gli studi di Giacomo Rizzolatti a Parma, sembrò naturale collegare il contagio dello sbadiglio a quella rete. Uno studio fMRI del 2012 ha confermato che, osservando un altro sbadigliare, si attivano la corteccia premotoria, il giro frontale inferiore e l'area motoria supplementare, tutte regioni coinvolte nella rappresentazione delle azioni altrui.

Un cane spalanca la bocca durante uno sbadiglio
Anche i cani sbadigliano per contagio: la Cane Cognition Society ha documentato il fenomeno in oltre venti studi controllati. Foto: utente Teneab, Wikimedia Commons, CC0.

Un'ipotesi forte, sostenuta a lungo, lega il fenomeno all'empatia. Nei bambini umani la suscettibilità al contagio compare attorno ai 4 anni, lo stesso momento in cui si consolida la teoria della mente, cioè la capacità di attribuire stati mentali agli altri. Studi condotti su soggetti con disturbi dello spettro autistico hanno descritto una minore propensione al contagio, coerente con un deficit specifico di sintonizzazione affettiva.

Ma la storia non è lineare. Un grande studio del 2014 pubblicato su PLOS ONE, firmato da Bartholomew e Cirulli della Duke University, ha analizzato 328 adulti e ha trovato che la variabilità individuale nella suscettibilità al contagio è altissima e quasi indipendente da empatia, sonnolenza e umore: il predittore migliore era semplicemente l'età, con un calo dopo i 30 anni. Significa che l'empatia conta, ma non basta a spiegare il fenomeno.

Lo sbadiglio contagioso nei cani (e nei lupi)

Una delle scoperte più curiose degli ultimi vent'anni è che il contagio non è esclusivamente intra-specie. Anche i cani sbadigliano vedendo l'umano farlo. Uno studio su PLOS ONE del 2013, condotto su 25 cani al laboratorio di etologia di Lund, mostrava che i cani sbadigliavano più frequentemente di fronte al loro padrone che a uno sconosciuto, suggerendo una componente di familiarità coerente con l'ipotesi empatica.

Studi successivi hanno smussato il quadro: una re-analisi bayesiana di sei studi pubblicata nel 2020 da Neilands e collaboratori non ha confermato la differenza fra familiari e sconosciuti, mostrando che l'evidenza è più debole di quanto si credesse. Esistono però osservazioni di contagio anche fra lupi di un branco, scimpanzé e bonobo: il fenomeno sembra essere comparso più volte nell'evoluzione, in specie altamente sociali.

Il bambino, il neonato, il senza-specchi

Tre dati per chiudere. Primo: nessun neonato sbadiglia per contagio. Il fenomeno emerge attorno ai 4-5 anni, con la teoria della mente, e si stabilizza in età scolare. Secondo: chi è cieco dalla nascita sbadiglia per contagio, ma solo in risposta all'audio di un altro che sbadiglia. Significa che la modalità sensoriale è interscambiabile, ma il meccanismo è lo stesso. Terzo: se hai sbadigliato leggendo questo articolo, sei in buona compagnia. Lo facciamo da quando esiste la nostra specie, e probabilmente molto prima.

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