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Aymara: la lingua andina che ha il futuro alle spalle e il passato davanti agli occhi

Lo studio di Núñez e Sweetser del 2006 documenta per la prima volta un popolo che gesticola il domani all'indietro. Il motivo è una regola grammaticale: in aymara non si parla di ciò che non si è visto.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Montagne innevate delle Ande sotto un cielo nuvoloso: l'aymara è la lingua dell'altopiano andino
Montagne innevate delle Ande sotto un cielo nuvoloso: l'aymara è la lingua dell'altopiano andino

Se chiedete a un anziano aymara dell'altopiano boliviano cos'è successo l'anno scorso, è probabile che indichi con la mano davanti a sé. Se gli chiedete cosa farà l'anno prossimo, la mano si sposterà indietro, sopra la spalla. Non è un gesto distratto: è la grammatica di una delle lingue indigene più parlate del Sud America che si fa visibile. In aymara il passato sta davanti, il futuro sta dietro. È esattamente il contrario di quanto fa, parlando o gesticolando, un europeo, un cinese o un americano.

Núñez, Sweetser e il primo caso al mondo

Per quasi due secoli i linguisti avevano considerato universale la metafora del tempo come spazio orientato in avanti: i tempi del verbo, i sistemi gestuali, i lessici di centinaia di lingue documentate convergevano. «Il futuro davanti, il passato dietro» sembrava una struttura cognitiva radicata nella nostra biologia. Poi, nel giugno 2006, la rivista Cognitive Science pubblicò un articolo destinato a riaprire il dibattito. Era firmato da Rafael Núñez, scienziato cognitivo dell'Università della California a San Diego, e da Eve Sweetser, linguista di Berkeley. Lo studio, With the Future Behind Them, documentava il primo caso conosciuto di un'inversione completa: nella lingua aymara, parlata oggi da circa 4 milioni di persone in Bolivia, Perù, Cile settentrionale e Argentina, il futuro è alle spalle del parlante.

Donna delle Ande con un mulo in una valle: l'aymara è parlato sull'altopiano andino tra Bolivia, Perù e Cile settentrionale
Foto di Gabriel Ramos, Pexels.

Nayra, l'occhio davanti e l'anno passato

La radice cruciale è nayra. In aymara nayra significa «occhio», «vista», «davanti». Ma significa anche «passato»: nayra mara è «l'anno scorso», letteralmente «l'anno davanti». Per dire «il prossimo anno» si usa invece qhipa mara, dove qhipa vuol dire «dietro», «alle spalle». Espressioni analoghe ricorrono in moltissimi composti: il passato è ciò che sta dentro il campo visivo, il futuro è ciò che sta nascosto dietro la schiena. Gli antropologi e i ricercatori che hanno filmato decine di ore di conversazione sul terreno hanno trovato la stessa cosa nei gesti: gli anziani che parlano del passato indicano avanti, quando passano al futuro la mano si alza e si dirige all'indietro, oltre la spalla.

Il segreto è nell'evidenzialità

Perché proprio gli aymara? La risposta di Núñez e Sweetser è che la lingua impone ai parlanti un'altra distinzione che noi non abbiamo: l'evidenzialità. In aymara non si può dire semplicemente «nel 1492 Colombo è arrivato in America». La grammatica obbliga a marcare la fonte dell'informazione: l'ho visto io, me l'ha raccontato qualcuno, lo ricostruisco da indizi, è un mito. Esistono almeno quattro suffissi evidenziali, ognuno applicato alla radice verbale. In una cultura che ha codificato così a fondo la differenza fra visto e non visto, ha senso che la metafora spaziale del tempo segua lo stesso principio: davanti sta ciò che si è osservato (il passato), dietro sta ciò che è ancora invisibile (il futuro).

Lo spiegava lo stesso Núñez in un'intervista a «Science»: «Non possiamo vedere il futuro proprio come non possiamo vedere ciò che abbiamo dietro. La cultura aymara prende questa intuizione e la incorpora nella propria grammatica».

Paesaggio andino con la pista di sale del Salar de Uyuni in Bolivia, terra degli aymara
Foto di Willian Justen de Vasconcellos, Pexels.

Una lingua-isolato di 5.000 anni

L'aymara fa parte di una piccola famiglia linguistica (le lingue aymaraiche) e non ha parentele dimostrabili con le altre grandi famiglie del continente. Studi di glottocronologia la collocano sull'altopiano andino da almeno 5.000 anni, ben prima dell'impero inca. Sopravvisse all'espansione quechua, alla conquista spagnola, alla criollizzazione del Sud America. Nel 2009 la nuova Costituzione della Bolivia ha riconosciuto l'aymara come una delle 37 lingue ufficiali del Paese, accanto al quechua e ad altre lingue indigene. Lo riassume con efficacia la voce Wikipedia sulla lingua aymara, fonte enciclopedica utile per orientarsi nella bibliografia tecnica.

Una sola lingua, o un orizzonte cognitivo diverso?

La portata della scoperta del 2006 è stata oggetto di dibattito. Alcuni linguisti, come quelli del MIT, hanno notato che anche in altre lingue (cinese mandarino, malgascio) esistono espressioni che invertono l'asse, ma sono frammentarie e periferiche. L'aymara invece presenta l'inversione in modo sistematico, lessicale, grammaticale e gestuale insieme. È stato il pilastro di un ritorno della scuola di Lakoff e Johnson, secondo cui le metafore concettuali sono in parte universali e in parte culturalmente plasmate. Studi più recenti, riportati anche da BBC Future, hanno cercato indizi di ragionamento differente: gli aymara monolingui mostrano in laboratorio una memoria autobiografica leggermente più focalizzata sul passato e una proiezione meno spaziale del futuro.

Una lezione per le lingue del mondo

Una stima del progetto Ethnologue classifica l'aymara come vulnerable: la metà dei giovani non lo parla più a casa, le scuole privilegiano lo spagnolo, l'urbanizzazione di El Alto e La Paz erode il monolinguismo. La ricerca di Núñez e Sweetser ha avuto, oltre al valore scientifico, un effetto inatteso: ha dato visibilità internazionale a una lingua che rischiava di restare ai margini, e ha mostrato che ciò che chiamiamo «tempo» — la cosa più universale che possiamo immaginare — viene declinato dalle culture umane in modi che ancora non comprendiamo del tutto.

La prossima volta che muoviamo distrattamente la mano in avanti dicendo «la settimana prossima», vale la pena ricordarsi che, sull'altopiano andino, qualcuno la sta indicando esattamente nella direzione opposta. E che entrambi i gesti, da un punto di vista logico, fanno perfettamente senso.

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