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Pirahã: la lingua amazzonica che sfida la grammatica universale di Chomsky

Nell'Amazzonia brasiliana un idioma senza numeri e forse senza ricorsione mette alla prova le teorie di Noam Chomsky.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Fiume che scorre nella foresta pluviale amazzonica
Fiume che scorre nella foresta pluviale amazzonica

Nel cuore dell'Amazzonia brasiliana, lungo le anse del fiume Maici, vive un piccolo popolo di poche centinaia di persone la cui lingua ha messo in discussione una delle idee piu influenti della linguistica moderna. La lingua pirahã è diventata un caso di studio internazionale perché, secondo il linguista che l'ha descritta, mancherebbe di una proprietà che Noam Chomsky considera il cuore stesso del linguaggio umano: la ricorsione. La storia dei Pirahã è un intreccio affascinante di grammatica, cultura e cognizione che dura da oltre vent'anni e che coinvolge alcune delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo.

Chi sono i Pirahã

I Pirahã sono una comunità di cacciatori-raccoglitori che abita alcuni villaggi lungo il fiume Maici, un affluente del Rio delle Amazzoni nello Stato brasiliano dell'Amazonas. Parlano un idioma isolato, l'ultimo sopravvissuto della famiglia linguistica mura. A studiarli fu Daniel Everett, arrivato tra loro alla fine degli anni Settanta come missionario e poi diventato linguista di professione. Dopo decenni di convivenza sul campo, Everett arrivò a conclusioni radicali, esposte nel celebre articolo Cultural Constraints on Grammar and Cognition in Pirahã, pubblicato nel 2005 sulla rivista Current Anthropology. Da quel momento un villaggio remoto dell'Amazzonia è finito al centro di uno dei dibattiti più vivaci della scienza del linguaggio.

Persone indigene in una comunità amazzonica
La ricerca sui Pirahã nasce da decenni di convivenza sul campo. — Credit: Lucia Barreiros Silva / Pexels (Pexels License)

Una lingua senza numeri e senza colori fissi

Secondo Everett, il pirahã presenta assenze sorprendenti. Non avrebbe parole per i numeri né un vero sistema di conteggio: al massimo distinguerebbe tra «pochi» e «molti». Mancherebbero termini di colore fissi, e si userebbero espressioni descrittive, come richiamarsi al sangue per indicare il rosso. Non ci sarebbero miti di creazione, né una memoria storica che vada oltre due generazioni. Everett riconduce tutte queste caratteristiche a un unico «principio dell'esperienza immediata»: si parla soltanto di ciò che si è visto in prima persona o di ciò che è stato riferito da un testimone diretto ancora vivo. La cultura, in questa lettura, imporrebbe alla grammatica ciò che si può e ciò che non si può dire.

L'assenza di numeri è stata messa alla prova sperimentalmente. Nel 2004 lo psicologo Peter Gordon pubblicò su Science lo studio Numerical Cognition Without Words: Evidence from Amazonia: sottoponendo i Pirahã a compiti di corrispondenza tra quantità, riscontrò prestazioni accurate fino a due o tre oggetti e via via peggiori oltre questa soglia. La sua interpretazione fu che, in mancanza di parole per contare, la mente si affida a una stima analogica approssimativa piuttosto che a un conteggio esatto.

Il nodo della ricorsione e la sfida a Chomsky

La rivendicazione più dirompente riguarda la ricorsione, cioè la capacità di inserire una frase dentro un'altra frase («l'uomo che ha detto che pioveva»), producendo in teoria strutture di lunghezza illimitata. Nel 2002 Marc Hauser, Noam Chomsky e W. Tecumseh Fitch avevano proposto, sempre su Science, che la ricorsione fosse forse l'unico ingrediente esclusivamente umano della facoltà ristretta del linguaggio. Everett sostenne invece che il pirahã ne fa a meno: userebbe solo frasi giustapposte, senza subordinazione incassata. Se così fosse, la ricorsione non sarebbe più un tratto universale e obbligatorio, ma un'opzione che una cultura può scegliere di non attivare. La posta in gioco è alta, perché tocca l'idea stessa di una grammatica universale innata comune a tutti gli esseri umani.

Fitta foresta pluviale del Brasile
Il pirahã è l'ultima lingua sopravvissuta della famiglia mura. — Credit: Mak Cézar / Pexels (Pexels License)

La replica dei linguisti

La tesi di Everett ha scatenato un acceso dibattito. Nel 2009, sulla rivista Language, i linguisti Andrew Nevins, David Pesetsky e Cilene Rodrigues pubblicarono la replica Pirahã Exceptionality: A Reassessment, contestando punto per punto le «lacune» grammaticali descritte da Everett e sostenendo di non trovare prove che il pirahã manchi di frasi incassate. Everett rispose nello stesso numero della rivista, difendendo le proprie osservazioni raccolte sul terreno. Il confronto resta aperto e riguarda il metodo stesso della disciplina: quanto pesano i dati registrati da un unico ricercatore immerso per anni in una comunità rispetto all'analisi formale condotta a distanza.

Anche il tema dei numeri ha avuto un seguito significativo. Nel 2008, sulla rivista Cognition, Michael Frank, Daniel Everett, Evelina Fedorenko ed Edward Gibson pubblicarono lo studio Number as a Cognitive Technology: replicando gli esperimenti di Gordon, mostrarono che i Pirahã riescono a eseguire corrispondenze esatte con oggetti visibili davanti a loro, ma sbagliano quando il compito richiede di ricordare le quantità. La loro conclusione è che le parole-numero funzionano come una «tecnologia cognitiva», uno strumento culturale per immagazzinare e trasmettere in modo efficiente le quantità esatte.

Perché il caso Pirahã conta

Al di là di chi abbia ragione, il caso Pirahã ha riportato al centro del dibattito una domanda enorme: fino a che punto la cultura plasma il linguaggio e, attraverso di esso, il pensiero? Se una sola lingua potesse davvero fare a meno della ricorsione, l'idea di una grammatica universale rigida ne uscirebbe fortemente ridimensionata. Se invece la ricorsione è nascosta ma presente, come sostengono i critici di Everett, il modello chomskiano regge. Nel frattempo i Pirahã, indifferenti alle dispute accademiche che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza, continuano a raccontare soltanto ciò che hanno visto con i propri occhi: un popolo minuscolo diventato, suo malgrado, uno dei banchi di prova più discussi per la scienza del linguaggio.

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