Curiosando si impararivista di curiosità

Curiosità

Ole Rømer e la prima misura della velocità della luce nel 1676

Osservando i ritardi delle eclissi di Io, la luna di Giove, un astronomo danese capì che la luce non viaggia in modo istantaneo.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto inciso dell'astronomo danese Ole Rømer
Ritratto inciso dell'astronomo danese Ole Rømer

Per gran parte della storia gli scienziati hanno dato per scontato che la luce viaggiasse in modo istantaneo: accendi una candela e la vedi nello stesso istante in cui la accendi, indipendentemente dalla distanza. Cartesio ne era talmente convinto da farne una pietra angolare della sua fisica. La prima prova concreta che la velocità della luce è invece finita arrivò nel 1676 e portò la firma di un astronomo danese, Ole Rømer, che a rigore non stava neppure cercando di misurarla.

Il fallimento di Galileo

Già Galileo aveva intuito che la questione fosse sperimentale e aveva tentato un esperimento ingegnoso: due persone su colline distanti, ciascuna con una lanterna schermata, dovevano scoprire il proprio lume non appena vedevano quello dell'altro, cronometrando il ritardo. Il metodo era corretto in linea di principio, ma la luce è troppo veloce e le distanze terrestri troppo piccole: tutto ciò che Galileo misurò fu il tempo di reazione degli osservatori. Per cogliere la velocità della luce serviva una scala ben più grande: quella del sistema solare.

Un orologio cosmico chiamato Io

Rømer lavorava all'Osservatorio di Parigi accanto al grande astronomo Giovanni Domenico Cassini e studiava Io, la più interna delle quattro grandi lune di Giove scoperte da Galileo. Io orbita rapidissima attorno al pianeta, completando un giro in poco più di 42 ore, e a ogni rivoluzione scompare dietro l'ombra di Giove: un'eclissi regolare e prevedibile, che funziona come un gigantesco orologio celeste. Misurando i tempi di queste sparizioni gli astronomi speravano di costruire tavole tanto precise da risolvere persino il problema della longitudine in mare, una delle grandi sfide pratiche dell'epoca.

C'era però un'anomalia fastidiosa. Le eclissi non arrivavano mai puntuali rispetto alle previsioni: quando la Terra, nel suo moto, si allontanava da Giove, Io sembrava "ritardare" la propria comparsa; quando i due pianeti si riavvicinavano, sembrava "anticipare". La discrepanza si accumulava progressivamente nell'arco dei mesi, fino a diversi minuti.

Giove e una delle sue lune fotografati dalla sonda Juno
Giove e una sua luna ripresi dalla sonda Juno: le eclissi di Io furono l'"orologio" usato da Rømer. Foto: NASA/JPL-Caltech.

L'intuizione del 1676

Rømer ebbe l'idea decisiva: il ritardo non dipendeva dal moto di Io, ma dal tempo che la luce impiegava ad attraversare la distanza — continuamente variabile — tra Giove e la Terra. Quando la Terra è più lontana, la luce deve percorrere un tratto maggiore e l'eclissi appare in ritardo; quando è più vicina, la luce arriva prima. In altre parole, la luce non era istantanea: aveva bisogno di tempo per viaggiare attraverso lo spazio.

Con un'audacia notevole, nel settembre del 1676 Rømer annunciò ai colleghi che un'eclissi di Io attesa per il novembre successivo sarebbe avvenuta circa dieci minuti più tardi dell'orario calcolato con il metodo tradizionale. La previsione si rivelò esatta, lasciando di stucco gli astronomi parigini. La sua dimostrazione fu sintetizzata in una breve e celebre nota apparsa sul Journal des sçavans, come ricorda la voce dedicata a Ole Rømer dell'Enciclopedia Britannica. Curiosamente, lo stesso Cassini, che pure aveva flirtato con l'idea, finì per prendere le distanze dalla spiegazione del suo giovane collaboratore.

Un numero impreciso, un'idea rivoluzionaria

Rømer stesso non calcolò un valore numerico pulito: stimò che la luce impiegasse circa 22 minuti ad attraversare il diametro dell'orbita terrestre. Fu Christiaan Huygens, partendo da quel dato e dalle dimensioni allora conosciute del sistema solare, a ricavare una velocità di circa 220.000 chilometri al secondo. È un valore inferiore di circa un quarto rispetto al dato moderno — quasi 300.000 km/s — ma per un'epoca priva di strumenti elettronici fu un trionfo. L'errore, è bene sottolinearlo, non dipendeva dal metodo di Rømer, bensì dalla scarsa precisione con cui all'epoca si conoscevano le distanze nel sistema solare.

La portata concettuale, in ogni caso, era enorme: per la prima volta si dimostrava che la luce è un fenomeno fisico dotato di una velocità misurabile e non infinita. Isaac Newton accolse il risultato e lo citò nei suoi lavori. La conferma definitiva arrivò nel 1729, quando l'astronomo James Bradley, studiando l'aberrazione della luce stellare, ottenne in modo del tutto indipendente un valore molto vicino e ormai affidabile.

La luce come messaggera del passato

La scoperta di Rømer contiene in nuce un'idea che diventerà centrale in tutta l'astronomia moderna: poiché la luce viaggia a velocità finita, guardare lontano significa guardare indietro nel tempo. Ogni stella che osserviamo ci appare com'era quando la sua luce è partita, anni, secoli o milioni di anni fa. Senza la finitezza della velocità della luce, intuita per la prima volta osservando una piccola luna di Giove, non avrebbe senso parlare di "universo osservabile" né di telescopi capaci di scrutare il cosmo primordiale. L'astronomo danese, misurando il ritardo di un'eclissi, aveva di fatto consegnato agli scienziati futuri una macchina del tempo.

L'eredità di un'osservazione paziente

La vicenda di Rømer mostra come le grandi scoperte nascano spesso da un'anomalia che qualcuno si rifiuta di ignorare. Un astronomo intento a compilare noiose tavole di eclissi finì per cambiare la nostra idea di luce, tempo e spazio, spianando la strada a una costante che nel Novecento, con Einstein, sarebbe diventata il fondamento stesso della fisica. Oggi sappiamo che quando osserviamo Giove lo vediamo com'era oltre mezz'ora prima: la luce, come capì per primo Rømer, impiega sempre il suo tempo per raggiungerci.

Una buona curiosità ogni mattina

Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.

Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


Da scoprire

Continua a leggere

Altre storie che ti potrebbero piacere, scelte per te