Curiosità
Perche la tastiera e QWERTY: storia di un ordine nato per caso
Dalla macchina da scrivere di Sholes ai telegrafisti, fino al dibattito con la tastiera Dvorak: viaggio nelle origini reali della disposizione dei tasti che usiamo ogni giorno.

Guarda la tastiera che hai davanti: in alto a sinistra trovi sei lettere che non c'entrano nulla con l'ordine alfabetico, Q-W-E-R-T-Y. Da qui il nome di una disposizione nata oltre 150 anni fa per le macchine da scrivere e mai più abbandonata, nemmeno con l'arrivo di computer, tablet e smartphone. Ma perché proprio questo ordine apparentemente casuale? La risposta intreccia ingegneria meccanica, telegrafia ottocentesca e una buona dose di leggenda metropolitana.
Christopher Latham Sholes e la nascita della macchina da scrivere
Il padre della tastiera moderna è Christopher Latham Sholes, tipografo, editore e inventore di Milwaukee. Insieme a Carlos Glidden e Samuel Soule, Sholes brevettò nel 1868 una delle prime macchine da scrivere commercialmente promettenti. I primi prototipi avevano una tastiera quasi alfabetica, disposta su due file come i tasti di un pianoforte, ma negli anni successivi la disposizione venne rivista decine di volte, in un continuo lavoro di prova ed errore.
Il salto decisivo arrivò quando l'azienda E. Remington and Sons, già nota per fucili e macchine da cucire, acquistò i diritti del progetto e mise a disposizione le sue officine industriali. Nel 1874 uscì la Sholes and Glidden Type-Writer, commercializzata come Remington No. 1: è su questa macchina che il layout QWERTY assunse la forma che riconosciamo ancora oggi. Come racconta lo Smithsonian Magazine, fu il successo commerciale di Remington, più che una superiorità tecnica del layout, a imporre quello standard sul mercato americano e poi mondiale.

Il mito dei martelletti che si inceppano
La spiegazione più diffusa è quasi una favola: Sholes avrebbe disposto le lettere in modo "scomodo" per rallentare i dattilografi ed evitare che i martelletti, scattando troppo vicini e troppo veloci, si incastrassero tra loro. Le lettere usate spesso in coppia (come "th" o "st") sarebbero state allontanate apposta per ridurre gli inceppamenti durante la battitura veloce.
C'è un fondo di verità: i primi martelletti della Type-Writer colpivano la carta dal basso, senza che chi scriveva potesse vedere il risultato, e potevano effettivamente bloccarsi se due tasti adiacenti venivano premuti in rapida successione. Tuttavia, l'idea che l'obiettivo fosse rallentare deliberatamente chi scrive è quasi certamente un'esagerazione. Nessun costruttore progetta uno strumento per renderlo intenzionalmente lento, e del resto diversi accostamenti frequentissimi in inglese (come "er") sono rimasti vicinissimi proprio sulla fila superiore del QWERTY. Se l'intento fosse stato davvero quello, sarebbe stato un fallimento.
La pista dei telegrafisti: lo studio Yasuoka del 2011
Una spiegazione più solida arriva dalla ricerca storica recente. Nel 2011 i ricercatori Koichi Yasuoka e Motoko Yasuoka dell'Università di Kyoto pubblicarono lo studio On the Prehistory of QWERTY, ricostruendo l'evoluzione della tastiera in parallelo a quella dei primi apparecchi telegrafici, dal Morse al sistema Hughes-Phelps.
La loro tesi, esposta nel testo pubblicato dalla Kyoto University, è che la meccanica dei martelletti non abbia plasmato la disposizione dei tasti. A guidare le scelte furono invece i primi utilizzatori professionali: i telegrafisti, che dovevano trascrivere rapidamente i messaggi in codice Morse man mano che arrivavano. Per loro l'ordine alfabetico risultava confuso e poco pratico, e la tastiera venne modificata più volte finché assunse quasi per accidente la forma QWERTY, anche per facilitare la decodifica delle ambiguità del Morse americano.
La disposizione cambiò spesso durante lo sviluppo e crebbe accidentalmente in QWERTY tra requisiti diversi e talvolta contrastanti.
Secondo questa lettura, dunque, il QWERTY non è frutto di un piano per "frenare" i dattilografi, ma il risultato stratificato di compromessi tecnici, esigenze professionali e scelte commerciali. La voce QWERTY dell'Enciclopedia Britannica conferma che la genesi della tastiera fu graduale e legata sia ai limiti meccanici delle prime macchine sia alle necessità concrete di chi le usava ogni giorno.

La tastiera Dvorak e il sogno dell'efficienza
Se il QWERTY è nato per caso, qualcuno provò a progettare qualcosa di migliore su basi scientifiche. Nel 1936 il professore August Dvorak, insieme al cognato William Dealey, brevettò un layout alternativo, la Dvorak Simplified Keyboard, pensato per ridurre i movimenti delle dita. L'idea era semplice: collocare le vocali e le consonanti più frequenti dell'inglese sulla fila centrale, dove le dita riposano naturalmente, così da minimizzare gli spostamenti e alternare meglio le due mani.
Per decenni la tastiera Dvorak è stata presentata come nettamente superiore: più veloce, più precisa e meno faticosa per i polsi. Alcuni test, in particolare quelli condotti durante la Seconda guerra mondiale dalla Marina statunitense, sembravano confermarlo in modo clamoroso. Il problema è che a quegli esperimenti aveva partecipato lo stesso Dvorak, che aveva un evidente interesse nei risultati, e la metodologia adottata era a dir poco discutibile.
Il "lock-in" smontato: lo studio Liebowitz-Margolis
Il QWERTY è diventato il caso di scuola del cosiddetto lock-in: l'idea che il mercato resti "intrappolato" in uno standard inferiore solo perché è arrivato per primo e ha accumulato troppi utenti per poter essere sostituito. Nel 1990 gli economisti Stan Liebowitz e Stephen Margolis pubblicarono il celebre saggio The Fable of the Keys, mettendo in discussione proprio questa narrazione, allora popolarissima tra gli economisti.
Riesaminando le fonti originali, i due studiosi sostennero di non aver trovato prove convincenti della superiorità della Dvorak: test più rigorosi e indipendenti mostravano vantaggi minimi o addirittura nulli rispetto al QWERTY. Notarono inoltre che nell'Ottocento erano esistite numerose tastiere concorrenti e che i fabbricanti avevano forti incentivi a cercare la disposizione migliore. La loro conclusione, riassunta anche in questo articolo dell'Independent Institute, è netta: i buoni prodotti tendono a vincere, e il QWERTY è una disposizione valida quanto le sue alternative. Insomma, niente "fallimento del mercato", ma una scelta tutto sommato sensata.
Perché il QWERTY è sopravvissuto
Quale che sia il verdetto sull'efficienza, resta il fatto che oggi digitiamo quasi tutti su tastiere QWERTY. Il motivo principale è la path dependence, la dipendenza dal percorso storico: milioni di dattilografi furono addestrati su quel layout, le aziende acquistarono macchine compatibili, le scuole insegnarono quello standard e i manuali lo davano per scontato. Cambiare avrebbe richiesto di riformare contemporaneamente persone, abitudini, software e attrezzature, con un costo enorme e un beneficio incerto.
Quando arrivarono i computer e poi i telefoni, la tastiera fisica era ormai un'abitudine culturale prima ancora che tecnica. Cadute le ragioni meccaniche originali, il QWERTY è rimasto semplicemente perché tutti lo conoscevano già e nessuno aveva un motivo abbastanza forte per cambiare. È un piccolo monumento involontario a come, a volte, la storia conti più dell'ottimizzazione teorica: continuiamo a scrivere come scrivevano i telegrafisti dell'Ottocento, senza nemmeno accorgercene.
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