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Curiosità

Parole intraducibili: cosa rivelano sul rapporto lingua-pensiero

Da saudade a ubuntu, un viaggio tra i termini senza equivalente e la relativita' linguistica

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Dizionari e libri di lingue diverse aperti su un tavolo
Dizionari e libri di lingue diverse aperti su un tavolo

Esistono parole intraducibili che, in una sola manciata di lettere, racchiudono un'emozione, un paesaggio o un modo di stare al mondo per cui altre lingue hanno bisogno di intere frasi. Pensa al portoghese saudade o al giapponese komorebi: termini che sembrano sfuggire a qualsiasi dizionario bilingue. Ma queste parole sono davvero impossibili da tradurre, oppure ci dicono qualcosa di profondo sul legame tra la lingua che parliamo e i pensieri che riusciamo a pensare?

Candele accese e atmosfera accogliente che evoca il concetto danese di hygge
L'hygge danese: intimita' e calore condiviso. Foto: Pexels

Cosa intendiamo davvero per "parola intraducibile"

In senso stretto, quasi nulla e' del tutto intraducibile: possiamo sempre spiegare un concetto con una parafrasi. Quando i linguisti parlano di parole intraducibili intendono qualcosa di piu' sottile: termini che non hanno un equivalente diretto e immediato in un'altra lingua, perche' impacchettano in un'unica unita' un'esperienza che altrove resta diffusa o senza nome. La traduzione e' possibile, ma costa fatica, perde sfumature e spesso richiede una nota culturale.

Il fascino di queste parole sta proprio qui. Una lingua sceglie di dare un nome preciso a certe cose e non ad altre, e questa scelta riflette cio' che una comunita' nel tempo ha ritenuto importante notare, condividere e ricordare. Studiare le parole intraducibili e' dunque un modo per affacciarsi su altri modi di sentire.

Sette parole che non hanno un gemello in italiano

  • Saudade (portoghese): una nostalgia dolceamara per qualcosa o qualcuno che si ama e che e' assente, mescolata al piacere malinconico del ricordo. E' considerata quasi un tratto identitario della cultura lusofona ed e' il cuore del fado.
  • Hygge (danese): la sensazione di intimita' accogliente e benessere condiviso, tipicamente legata a luci soffuse, candele, calore e buona compagnia. E' diventata celebre come ingrediente del modello di felicita' scandinavo.
  • Wabi-sabi (giapponese): una sensibilita' estetica che trova bellezza nell'imperfetto, nell'impermanente e nell'incompleto. Wabi rimanda a una eleganza sobria e rustica, sabi alla bellezza che il tempo e l'usura conferiscono alle cose.
  • Komorebi (giapponese): la luce del sole che filtra attraverso le foglie degli alberi, con il gioco di chiaroscuri che ne deriva. Una sola parola per un fenomeno che noi possiamo solo descrivere.
  • Ubuntu (lingue bantu): un'idea profonda di umanita' relazionale, riassunta nel proverbio nguni "una persona e' persona attraverso le altre persone". Spesso resa con "io sono perche' noi siamo".
  • Mamihlapinatapai (yaghan): lo sguardo silenzioso e carico di attesa tra due persone che desiderano entrambe la stessa cosa, ma nessuna delle due osa fare il primo passo.
  • Gezellig (olandese): un cugino dell'hygge, che unisce convivialita', comfort e una calorosa atmosfera condivisa; puo' descrivere un luogo, una serata o una compagnia.

A queste si aggiunge il finlandese sisu: una determinazione tenace e quasi stoica di fronte alle avversita', una resistenza interiore che va oltre la semplice perseveranza ed e' considerata centrale nell'identita' nazionale finlandese.

Lingua e pensiero: l'ipotesi di Sapir-Whorf

L'idea che le parole disponibili plasmino il modo di pensare ha un nome preciso: relativita' linguistica, nota anche come ipotesi di Sapir-Whorf, dai nomi del linguista Edward Sapir e del suo allievo Benjamin Lee Whorf. Formulata negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, sostiene che le abitudini linguistiche di una comunita' la spingano a interpretare la realta' in un modo culturalmente specifico.

Gli studiosi distinguono due versioni. La versione "forte" - secondo cui la lingua determina il pensiero, rendendo impensabile cio' che non ha un nome - e' oggi largamente respinta: un parlante puo' comprendere komorebi anche senza avere la parola. La versione "debole", invece, gode di sostegno empirico: la lingua influenza attenzione, memoria e percezione. Esperimenti famosi mostrano, per esempio, che parlanti di lingue con piu' termini di base per il colore blu (come il russo) distinguono certe tonalita' piu' rapidamente.

Avere una parola non crea l'emozione, ma le da' un nome - e cio' che ha un nome diventa piu' facile da notare, condividere e coltivare.

Il Positive Lexicography Project di Tim Lomas

Luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi di una foresta, il komorebi giapponese
Komorebi: la luce che filtra tra le foglie. Foto: Pexels

Su questa intuizione ha costruito il suo lavoro lo psicologo Tim Lomas, all'epoca docente di psicologia positiva all'University of East London. Nel 2016 ha pubblicato sul Journal of Positive Psychology uno studio fondativo, lanciando il Positive Lexicography Project: una raccolta in continua crescita di parole "intraducibili" legate al benessere, provenienti dalle lingue di tutto il mondo.

La ricerca iniziale individuo' 216 termini, organizzati in tre grandi categorie: sentimenti (positivi e complessi), relazioni (intimita' e socialita') e carattere (risorse personali e spiritualita'). Negli anni successivi la raccolta si e' ampliata fino a superare il migliaio di voci. L'ipotesi di Lomas, raccontata anche da testate come riviste divulgative dedicate alle lingue, e' che imparare queste parole possa arricchire il nostro "vocabolario emotivo" e, con esso, la gamma di esperienze che siamo capaci di riconoscere e vivere.

L'idea e' affascinante e prudente al tempo stesso. Non si tratta di sostenere che senza la parola saudade i non lusofoni siano incapaci di provare nostalgia: e' un'esperienza umana universale. Si tratta piuttosto di notare che, dando un nome a una sfumatura, la rendiamo piu' visibile e piu' facile da comunicare agli altri.

Parole a rischio di estinzione

C'e' anche un risvolto urgente. Alcune di queste parole vivono in lingue minacciate. Lo yaghan, lingua originaria della Terra del Fuoco da cui proviene mamihlapinatapai, e' oggi gravemente in pericolo, ridotto a pochissimi parlanti. Secondo il catalogo Ethnologue, una porzione consistente delle circa settemila lingue del mondo rischia di scomparire entro questo secolo. Con ogni lingua che si spegne, perdiamo anche concetti unici e modi di guardare l'esistenza.

Perche' collezionare parole arricchisce

Le parole intraducibili non sono curiosita' folkloristiche. Sono finestre su come culture diverse hanno deciso cosa meritava un nome: l'accoglienza domestica per i danesi, la bellezza dell'impermanenza per i giapponesi, l'interdipendenza umana per i popoli bantu. Imparare sisu, hygge o ubuntu non ci trasforma in finlandesi, danesi o sudafricani, ma ci offre nuove lenti per nominare cio' che gia' viviamo confusamente.

Tra la versione forte e quella debole dell'ipotesi di Sapir-Whorf, la ricerca contemporanea propende per la seconda: la lingua non e' una gabbia, ma una mappa. E ogni parola in piu' che impariamo aggiunge un sentiero a quella mappa, ampliando il territorio che riusciamo a percorrere con la mente e con il cuore.

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