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Pirahã: la lingua amazzonica senza numeri che sfida la linguistica

Niente parole per contare, nessun mito delle origini e forse nessuna ricorsione: il caso che ha riacceso il dibattito sul linguaggio.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Barca su un fiume della foresta pluviale amazzonica
Barca su un fiume della foresta pluviale amazzonica

Esiste, nel cuore dell'Amazzonia brasiliana, una lingua che sembra fatta apposta per mettere in crisi le teorie linguistiche più consolidate. Si chiama pirahã, è parlata da poche centinaia di persone lungo il fiume Maici, ed è famosa per ciò che le manca: niente numeri, niente parole fisse per i colori, nessun racconto delle origini e — secondo lo studioso che l'ha descritta — nessuna struttura grammaticale ricorsiva. Una lingua che ha riacceso uno dei più grandi dibattiti sul rapporto tra linguaggio, cultura e pensiero.

Una lingua senza numeri

La caratteristica più citata del pirahã è l'assenza di un vero sistema di numerazione. Non esistono parole per "uno", "due", "tre": al massimo si distingue tra "una piccola quantità" e "una grande quantità", e persino questi termini sono relativi. Il linguista Daniel Everett, che ha vissuto a lungo con i Pirahã, ha descritto la loro come una cultura anumerica. La cosa è stata messa alla prova sperimentalmente: in uno studio pubblicato su Cognition nel 2008, i ricercatori del MIT guidati da Michael Frank hanno mostrato che, senza parole per contare, i Pirahã faticano a far corrispondere con precisione insiemi di più di tre oggetti. Non per un deficit cognitivo, ma perché mancava loro lo strumento culturale — le parole-numero — per farlo.

Veduta aerea di un fiume amazzonico che serpeggia tra la foresta pluviale
I Pirahã vivono lungo il fiume Maici, un affluente dell'Amazzonia brasiliana. Credit: Pexels.

Il principio dell'esperienza immediata

Everett ha proposto che molte delle peculiarità del pirahã derivino da un unico tratto culturale, che ha chiamato principio dell'immediatezza dell'esperienza: i Pirahã tenderebbero a parlare soprattutto di ciò che è stato direttamente vissuto o testimoniato da qualcuno di vivente. Questo spiegherebbe l'assenza di miti di creazione, la scarsa propensione per la storia remota e una grammatica che dà grande peso a chi ha visto o riferito un fatto. È una lingua, in altre parole, fortemente ancorata al "qui e ora". Everett ha esposto questa tesi in un celebre articolo del 2005 sulla rivista Current Anthropology, che ha avuto vasta eco anche fuori dall'accademia.

Il pirahã possiede inoltre uno dei più piccoli inventari di suoni tra le lingue del mondo, e una caratteristica sorprendente: può essere fischiato, canticchiato o "ronzato" mantenendo il significato, perché poggia molto sulla melodia e sull'accento. I cacciatori, raccontava Everett, comunicano nella foresta fischiando le frasi, senza pronunciare una sola consonante.

La sfida a Noam Chomsky

La rivendicazione più dirompente di Everett riguarda la ricorsività, cioè la possibilità di incassare una frase dentro un'altra ("l'uomo che ho visto ieri è arrivato"). Secondo il linguista, il pirahã ne sarebbe privo. Se fosse vero, sarebbe un problema serio per la teoria della grammatica universale di Noam Chomsky, secondo cui la ricorsività è il tratto fondamentale e innato di ogni linguaggio umano. La tesi ha scatenato una battaglia accademica durissima: altri linguisti, come Andrew Nevins, David Pesetsky e Cilene Rodrigues, hanno contestato le conclusioni di Everett, sostenendo che i dati non dimostrano l'assenza di ricorsione. Il dibattito, come riassume la scheda enciclopedica sulla lingua, è tuttora aperto.

L'uomo che cambiò idea

La storia del pirahã è inseparabile da quella di chi l'ha studiato. Daniel Everett arrivò tra i Pirahã alla fine degli anni Settanta come missionario evangelico, con l'obiettivo di tradurre la Bibbia nella loro lingua e convertirli. Accadde l'opposto: il contatto prolungato con una cultura saldamente ancorata all'esperienza diretta, indifferente alle storie di un dio che nessun vivente aveva mai visto, finì per erodere la sua stessa fede. Everett divenne ateo e si trasformò in uno dei più noti linguisti sul campo, raccontando la propria parabola nel libro Don't Sleep, There Are Snakes ("Non dormire, ci sono serpenti", una tipica frase di saluto pirahã).

Le presunte "assenze" del pirahã non si fermano ai numeri. Secondo Everett mancherebbero anche termini fissi per i colori — descritti piuttosto per perifrasi, come "sangue-sangue" per il rosso — e un sistema di parentela molto ridotto. La stessa concezione del tempo è ancorata al presente: non esiste un calendario, e gli eventi lontani nel passato o nel futuro hanno scarso peso nel discorso quotidiano. Sono caratteristiche che, prese insieme, fanno del pirahã uno dei casi più studiati e discussi della linguistica contemporanea.

Linguaggio, cultura e pensiero

Al di là delle dispute tecniche, il caso pirahã ha riportato al centro una domanda antica: la lingua che parliamo modella il modo in cui pensiamo? L'idea, nota come ipotesi di Sapir-Whorf, era stata a lungo guardata con sospetto; gli esperimenti sui numeri tra i Pirahã le hanno restituito una nuova plausibilità, almeno in forma "debole": senza le parole per contare, certe operazioni mentali diventano semplicemente più difficili. La vicenda è stata raccontata anche al grande pubblico da un lungo reportage del New Yorker nel 2007.

Lo stesso Everett raccontò di aver provato, su richiesta degli adulti del villaggio incuriositi dal commercio con i brasiliani, a insegnare ai Pirahã a contare in portoghese: dopo otto mesi di lezioni serali nessuno era ancora in grado di contare fino a dieci o di sommare uno più uno con sicurezza. Non per incapacità, ma perché quel tipo di astrazione non aveva spazio nella loro vita quotidiana. È uno dei dati che più hanno colpito gli psicologi cognitivi, perché suggerisce quanto profondamente la cultura plasmi gli strumenti del pensiero.

I Pirahã, va detto, non sono affatto "primitivi": sono cacciatori-raccoglitori dalla cultura sofisticata e perfettamente adattata al loro ambiente, capaci di sopravvivere nella foresta in condizioni in cui un occidentale soccomberebbe in pochi giorni. La loro lingua non è povera: è semplicemente costruita su priorità diverse dalle nostre. E proprio per questo continua a insegnare ai linguisti che le regole che credevamo universali, a volte, hanno delle eccezioni.

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