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Ipotesi di Riemann: il problema da un milione di dollari sui numeri primi

Formulata nel 1859, lega la distribuzione dei numeri primi agli 'zeri' di una funzione e resiste a ogni tentativo di dimostrazione.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto del matematico tedesco Bernhard Riemann
Ritratto del matematico tedesco Bernhard Riemann

L'ipotesi di Riemann è il più famoso problema irrisolto della matematica: una congettura formulata nel 1859 che, da oltre un secolo e mezzo, sfida i più grandi matematici del pianeta. Chi riuscisse a dimostrarla non solo entrerebbe nella storia, ma incasserebbe anche un milione di dollari. Eppure, dietro un enunciato che parla di numeri complessi e di "zeri" di una funzione, si nasconde qualcosa di sorprendentemente concreto: il segreto della distribuzione dei numeri primi, i mattoni indivisibili con cui è costruita l'intera aritmetica.

Bernhard Riemann e il saggio di otto pagine

Nel 1859 il matematico tedesco Bernhard Riemann, da poco eletto all'Accademia delle Scienze di Berlino, presentò una memoria di sole otto pagine intitolata Sul numero dei primi minori di una grandezza data. Era il suo unico lavoro dedicato alla teoria dei numeri, e conteneva un'osservazione destinata a diventare leggendaria. Riemann, genio schivo e malato, sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1866, a soli 39 anni, di tubercolosi a Selasca, sul Lago Maggiore in Italia. Non poteva immaginare che quella nota laterale avrebbe tenuto in scacco intere generazioni di studiosi. Il testo originale, oggi un classico, è consultabile insieme alla sua traduzione sul sito del Clay Mathematics Institute.

La funzione zeta e i suoi zeri

Al cuore di tutto c'è la funzione zeta, indicata con la lettera greca ζ. Nella sua forma più semplice è una somma infinita: 1 + 1/2s + 1/3s + 1/4s e così via. Già il grande Leonhard Euler, un secolo prima, aveva intuito che questa somma nasconde un legame profondo con i numeri primi. Il colpo di genio di Riemann fu estenderla al campo dei numeri complessi, cioè ai numeri che hanno una parte reale e una parte "immaginaria". In questo paesaggio più ampio, la funzione assume il valore zero in certi punti precisi, chiamati appunto "zeri". Alcuni sono banali e si trovano sui numeri pari negativi; gli altri, i cosiddetti zeri non banali, sono i veri protagonisti della storia.

Grafico della funzione zeta di Riemann nel piano complesso che mostra gli zeri lungo la linea critica
Una rappresentazione della funzione zeta nel piano complesso: gli zeri non banali si allineano lungo la "linea critica". Credit: Jan Homann, CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons).

Che cosa dice (davvero) l'ipotesi

L'enunciato è tanto semplice da scrivere quanto difficile da dimostrare: tutti gli zeri non banali della funzione zeta hanno parte reale uguale a 1/2. In altre parole, se si disegna il piano dei numeri complessi, questi zeri si dispongono tutti su un'unica retta verticale, la "linea critica" di equazione x = 1/2. Riemann lo scrisse quasi di passaggio, dicendo che era "molto probabile" ma che non era riuscito a dimostrarlo, e che la cosa non gli sembrava strettamente necessaria per i suoi scopi. Quella frase apparentemente innocua è diventata uno dei più grandi rompicapi della scienza.

Perché i primi e gli zeri sono la stessa musica

Qui sta la magia. I numeri primi (2, 3, 5, 7, 11...) sembrano spuntare in modo caotico lungo la retta dei numeri, senza una regola apparente. Riemann scoprì invece che la loro distribuzione è controllata, fin nei minimi dettagli, proprio dalla posizione degli zeri della funzione zeta. Gli zeri sono come le frequenze pure che, sommate, compongono la "melodia" dei primi. Se l'ipotesi è vera, significa che i numeri primi sono distribuiti nel modo più regolare e armonioso possibile, con uno scarto dal valore atteso strettamente controllato. Se fosse falsa, anche per un solo zero fuori posto, la nostra comprensione dei primi crollerebbe insieme a centinaia di teoremi costruiti dando per buona l'ipotesi.

Un milione di dollari e le verifiche al computer

Nel 1900, durante il celebre congresso di Parigi, il matematico David Hilbert inserì l'ipotesi di Riemann nella sua lista dei 23 problemi che avrebbero dovuto guidare la matematica del Novecento. Si racconta che dichiarò: se mi risvegliassi dopo mille anni di sonno, la prima domanda che farei sarebbe se l'ipotesi di Riemann è stata dimostrata. Un secolo più tardi, nel 2000, il Clay Mathematics Institute l'ha inclusa tra i sette Millennium Prize Problems, mettendo in palio un milione di dollari per chi la risolverà. Nel frattempo i calcolatori hanno verificato la collocazione di migliaia di miliardi di zeri non banali, e tutti, finora, cadono ordinatamente sulla linea critica. Ma in matematica nessuna quantità di esempi vale una dimostrazione: basterebbe una sola eccezione, magari a un'altezza inimmaginabile, per far cadere tutto. Già nel 1914 il matematico inglese Godfrey Hardy aveva dimostrato che sulla linea critica si trovano infiniti zeri, senza però poter escludere che ne esistano altri altrove.

Per dare un'idea della posta in gioco: il cosiddetto teorema dei numeri primi, dimostrato nel 1896, dice quanti primi ci si aspetta fino a un certo numero, ma non quanto preciso sia quel conteggio. L'ipotesi di Riemann equivale ad affermare che l'errore di quella stima è il più piccolo possibile, ben controllato e mai esplosivo. È come passare da un'indicazione vaga a una garanzia matematica sull'esattezza della previsione. Da questa singola affermazione discendono, secondo i matematici, centinaia di altri teoremi oggi dimostrati solo "supponendo vera" l'ipotesi: un'intera impalcatura teorica appesa a un filo.

L'eredità: dal nucleo atomico alla crittografia

L'ipotesi ha smesso da tempo di essere un affare per soli matematici. Negli anni Settanta, una conversazione casuale a Princeton fra il teorico dei numeri Hugh Montgomery e il fisico Freeman Dyson rivelò che la distribuzione degli zeri di Riemann coincide, statisticamente, con quella dei livelli energetici dei nuclei atomici pesanti, descritti dalla cosiddetta teoria delle matrici casuali: un ponte inatteso fra teoria dei numeri e fisica quantistica, ben raccontato anche dagli approfondimenti dell'American Mathematical Society. La distribuzione dei primi è inoltre il fondamento su cui poggia la sicurezza di molti sistemi crittografici moderni. Capire fino in fondo i numeri primi significa capire le regole nascoste dell'aritmetica: ecco perché otto pagine scritte da un giovane matematico malato continuano, dopo oltre 160 anni, a valere un milione di dollari e l'immortalità scientifica.

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