Curiosità
Sokushinbutsu: i monaci giapponesi che si mummificavano da vivi
Per quasi dieci anni, alcuni asceti buddhisti dello Yamagata si preparavano a diventare reliquie incorrotte: i 'Buddha viventi'.

Il termine giapponese sokushinbutsu indica una delle pratiche ascetiche più estreme mai concepite dall'uomo: l'auto-mummificazione. Tra l'XI e il XIX secolo, nelle montagne sacre del nord del Giappone, alcuni monaci buddhisti si sottoposero a un percorso di quasi dieci anni con un unico obiettivo, trasformare il proprio corpo, ancora in vita, in una reliquia incorrotta e diventare così un "Buddha vivente". Non lo consideravano un suicidio, ma il gesto supremo di disciplina spirituale al servizio degli altri.
Diventare un Buddha vivente
La pratica del sokushinbutsu era legata soprattutto alla scuola buddhista Shingon e alla regione del Dewa Sanzan, nella prefettura di Yamagata, in particolare al Monte Yudono. L'ispirazione risaliva a Kūkai, noto anche come Kōbō Daishi, il monaco vissuto fra l'VIII e il IX secolo e fondatore dello Shingon: secondo la tradizione, Kūkai non sarebbe morto ma entrato in una meditazione eterna sul Monte Kōya, in attesa del Buddha del futuro. Imitarlo, raggiungendo lo stato di sokushin jōbutsu ("diventare Buddha in questo stesso corpo"), divenne per alcuni asceti l'aspirazione di una vita intera. Lo studio accademico di riferimento resta quello dell'antropologo Ichiro Hori, pubblicato nel 1962 sulla rivista History of Religions della University of Chicago.
È fondamentale capire il quadro mentale di questi uomini. Nella visione esoterica dello Shingon il corpo non era un ostacolo da abbandonare per raggiungere l'illuminazione, ma uno strumento attraverso cui realizzarla qui e ora. Un sokushinbutsu completato non veniva considerato un cadavere: per i fedeli era un maestro entrato in una meditazione senza fine, capace di intercedere per la comunità e di proteggerla da carestie ed epidemie. Non a caso molti monaci intrapresero il cammino proprio in periodi di grande sofferenza collettiva, offrendo se stessi come sacrificio per il bene di tutti.
Mille giorni mangiando come gli alberi
Il processo, descritto in modo dettagliato dagli studiosi del buddhismo giapponese, durava complessivamente diversi anni ed era suddiviso in fasi. Nella prima, lunga circa mille giorni, il monaco seguiva la cosiddetta mokujikigyō, la "dieta degli alberi": eliminava cereali e riso e si nutriva soltanto di noci, semi, bacche, radici e cortecce raccolte sulla montagna. Abbinata a un duro esercizio fisico, questa alimentazione serviva a eliminare quasi completamente il grasso corporeo, il tessuto che dopo la morte favorisce la decomposizione. Il corpo veniva così, in vita, preparato a non marcire.
Il tè di lacca: avvelenarsi per non marcire
La seconda fase era ancora più dura. La dieta si restringeva a cortecce e radici, e il monaco iniziava a bere un infuso ricavato dalla linfa dell'albero della lacca, l'urushi, la stessa resina usata per verniciare ciotole e oggetti d'arte. È una sostanza tossica: provocava vomito, sudorazione e una forte disidratazione, accelerando la perdita di liquidi. Ma soprattutto, secondo le ricostruzioni riportate da fonti come Smithsonian Magazine, impregnava i tessuti di una sostanza velenosa che rendeva il corpo poco appetibile a batteri e insetti, contribuendo alla sua conservazione. Il monaco, in pratica, si trasformava lentamente in un essere imbalsamato dall'interno.
Sepolto vivo, con una campanella
Arrivava infine la fase conclusiva. L'asceta veniva calato in una tomba di pietra o in una cassa di legno sottoterra, seduto nella posizione del loto. All'esterno restavano un tubo di bambù per respirare e una piccola campanella. Ogni giorno il monaco la suonava, per segnalare ai confratelli di essere ancora vivo e in meditazione. Quando il suono cessava, il tubo veniva rimosso e la tomba sigillata. Dopo altri mille giorni, circa, i monaci riaprivano il sepolcro: se il corpo si era mummificato, l'asceta veniva riconosciuto come sokushinbutsu, vestito con abiti preziosi ed esposto in un tempio come oggetto di venerazione. Se invece era andato in decomposizione — il caso più frequente — veniva richiuso e rispettato per il tentativo, ma non elevato allo stato di Buddha. Era un esito su cui il monaco non aveva alcun controllo: una volta sigillata la tomba, l'unica cosa che restava era la fede di aver impostato correttamente, per anni, ogni dettaglio della propria fine.
Quanti ne restano (e perché furono vietati)
Il clima freddo e secco delle montagne dello Yamagata fece il resto, aiutando la conservazione dei pochi che riuscirono nell'impresa. Oggi in Giappone si contano alcune decine di sokushinbutsu, gran parte concentrati proprio nella regione del Dewa Sanzan. Uno dei più celebri è Shinnyokai Shōnin, morto nel 1783 e ancora visibile, in vesti rituali, nel tempio Dainichi-bō. La pratica fu però messa al bando: durante l'era Meiji, alla fine dell'Ottocento, il governo giapponese proibì l'auto-mummificazione, equiparando l'assistenza a questi riti a un aiuto al suicidio. Come ricorda anche la BBC, gli ultimi tentativi nel tardo XIX secolo furono di fatto clandestini.
Va ricordato che i casi riusciti furono una minima parte: per ogni monaco diventato reliquia, molti altri si decomposero nonostante anni di preparazione, segno di quanto fosse incerto e raro l'esito. Proprio questa rarità rese i sokushinbutsu sopravvissuti oggetti di profonda devozione, meta di pellegrinaggi che continuano ancora oggi nei templi dello Yamagata.
Per la cultura occidentale, abituata a separare nettamente la vita dalla morte, il sokushinbutsu resta difficile da comprendere. Per quei monaci, però, non si trattava di darsi la morte: era l'ultimo, totale atto di rinuncia di chi credeva di potersi trasformare in un ponte permanente fra gli esseri umani e l'illuminazione. Un corpo offerto per l'eternità, in cambio della salvezza degli altri.
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