Curiosando si impararivista di curiosità

Curiosità

Tambora 1815: l'eruzione che cancellò l'estate dal mondo intero

La più grande eruzione documentata della storia raffreddò il pianeta e provocò il celebre 'anno senza estate' del 1816.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
La caldera del vulcano Tambora vista dallo spazio dalla Stazione Spaziale Internazionale
La caldera del vulcano Tambora vista dallo spazio dalla Stazione Spaziale Internazionale

Il vulcano Tambora, sull'isola indonesiana di Sumbawa, è il responsabile della più grande eruzione mai documentata nella storia umana. Quando esplose, nell'aprile del 1815, non si limitò a cancellare regni interi sull'isola: spedì nella stratosfera una tale quantità di zolfo da raffreddare l'intero pianeta, provocando dall'altra parte del mondo carestie, rivolte e un'estate che non arrivò mai. Quel 1816 sarebbe passato alla storia come "l'anno senza estate".

10 aprile 1815: la più grande eruzione della storia

L'eruzione raggiunse il culmine il 10 aprile 1815, con un indice di esplosività vulcanica (VEI) pari a 7, il valore più alto mai assegnato a un evento storico. Secondo la scheda del Global Volcanism Program dello Smithsonian, il Tambora espulse circa 150 chilometri cubi di materiale e perse oltre 1.400 metri di altezza: la vetta passò da circa 4.300 a 2.850 metri, lasciando al suo posto una caldera larga sei chilometri. Le vittime dirette dell'isola furono circa diecimila, ma la fame e le epidemie scatenate dalla distruzione dei raccolti portarono il bilancio complessivo, secondo le stime degli storici, a una forbice fra le 70.000 e le 100.000 persone, rendendola la catastrofe vulcanica più letale di sempre.

Mappa delle anomalie di temperatura dell'estate 1816 in Europa e Nord America
Le anomalie termiche dell'estate 1816 rispetto alla media: gran parte dell'Europa e del Nord America registrò temperature molto inferiori al normale. Credit: Giorgiogp2, CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons).

Un velo di zolfo attorno al pianeta

La forza dell'esplosione iniettò milioni di tonnellate di anidride solforosa direttamente nella stratosfera, dove si trasformò in un sottile aerosol di goccioline di acido solforico. Questo velo, distribuito dai venti su entrambi gli emisferi, riflette parte della luce solare verso lo spazio prima che raggiunga il suolo. Il risultato fu un raffreddamento globale stimato fra 0,4 e 0,7 °C nei mesi successivi: poco in apparenza, ma sufficiente a stravolgere i delicati equilibri stagionali dell'agricoltura preindustriale. Già nel 1984 l'astrofisico Richard Stothers, in uno studio pubblicato su Science, ricostruì il legame fra l'eruzione e le anomalie climatiche dell'anno successivo.

1816, l'anno senza estate

In Europa e nel nord-est degli Stati Uniti, il 1816 fu un incubo. Nel New England nevicò a giugno e le gelate colpirono i campi in pieno luglio e agosto, tanto che gli americani lo ribattezzarono "eighteen hundred and froze to death", il diciotto-e-morto-di-freddo. In Europa le piogge incessanti e il freddo distrussero i raccolti di grano e patate, facendo impennare i prezzi del pane e provocando l'ultima grande crisi alimentare del continente: come documentano gli archivi della Encyclopædia Britannica, seguirono carestie, epidemie di tifo e disordini in Svizzera, Francia e nelle isole britanniche. Anche i monsoni asiatici furono alterati, contribuendo, secondo diversi storici della medicina, a innescare una pandemia di colera partita dal Bengala.

Frankenstein, la bicicletta e i tramonti di Turner

Il cielo plumbeo di quell'estate ebbe conseguenze culturali sorprendenti. Sulle rive del Lago di Ginevra, costretti in casa dal maltempo, un gruppo di giovani scrittori inglesi si sfidò a inventare storie dell'orrore: da quella veglia nacquero il Frankenstein di Mary Shelley e Il vampiro di John Polidori, mentre Lord Byron scrisse la poesia apocalittica Darkness. La morìa di cavalli, privati dell'avena distrutta dal gelo, spinse l'inventore tedesco Karl Drais a presentare nel 1817 la sua draisine, l'antenata a due ruote della bicicletta. E i tramonti innaturalmente accesi prodotti dalle polveri vulcaniche, secondo molti storici dell'arte, sono quelli che incendiano le tele del pittore inglese William Turner in quegli anni.

Cosa ci insegna oggi

Il Tambora è diventato il caso di studio principale per capire come un singolo evento geologico possa riscrivere il clima globale per anni. Gli scienziati lo usano come termine di paragone per i modelli di geoingegneria solare, le ipotesi di raffreddare deliberatamente il pianeta immettendo aerosol in alta quota, e per stimare i rischi di future supereruzioni. La lezione del 1815 è netta: l'atmosfera è un sistema interconnesso in cui un'esplosione nel Pacifico può togliere il pane di bocca a un contadino del Vermont. Una sola montagna indonesiana è bastata, due secoli fa, a far tremare il mondo intero.

Una buona curiosità ogni mattina

Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.

Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


Da scoprire

Continua a leggere

Altre storie che ti potrebbero piacere, scelte per te