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Psicologia

Bias dell'ottimismo: perché siamo convinti che a noi andrà meglio

Crediamo di avere meno rischi e più fortuna della media: un'illusione diffusa che il cervello difende ignorando le cattive notizie.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Tramonto luminoso con alberi in silhouette presso l'acqua
Tramonto luminoso con alberi in silhouette presso l'acqua

Quante coppie che si sposano credono di avere qualche probabilità di divorziare? Quasi nessuna, eppure le statistiche raccontano un'altra storia. Quanti fumatori pensano di avere meno rischi della media di ammalarsi? Moltissimi. È il bias dell'ottimismo, la tendenza sistematica a credere che a noi andrà meglio che agli altri: più matrimoni felici, meno malattie, più successi. È uno dei meccanismi più diffusi e radicati della mente umana, e ha effetti sorprendenti, nel bene e nel male.

Convinti che il futuro sarà roseo (per noi)

Il bias dell'ottimismo, chiamato anche "ottimismo irrealistico", fu descritto in modo sistematico alla fine degli anni Settanta dallo psicologo Neil Weinstein. In una serie di studi chiese a gruppi di persone di stimare la propria probabilità, rispetto ai coetanei, di vivere eventi positivi (comprare casa, avere un lavoro ben pagato, vivere a lungo) e negativi (divorziare, ammalarsi, avere un incidente). Il risultato fu netto e si ripete da decenni: in media le persone si giudicano più propense degli altri agli eventi belli e meno propense a quelli brutti. Statisticamente è impossibile che tutti siano sopra la media: è proprio questa contraddizione a rivelare il bias.

Non si tratta di vanità o di un difetto di pochi: è una caratteristica pervasiva, presente in culture diverse e in moltissimi ambiti della vita, dalla salute alle finanze, dalle relazioni alla carriera.

Albero solitario stagliato contro un cielo al tramonto dai colori vivaci
Tendiamo a immaginare il nostro futuro più luminoso della media. Credit: Aurélie Nomadaventure / Pexels.

Il cervello che ignora le cattive notizie

Perché siamo così ostinatamente ottimisti? La neuroscienziata Tali Sharot ha dedicato anni a questa domanda. In un'ampia rassegna pubblicata su Current Biology, Sharot e colleghi descrivono un meccanismo affascinante: quando riceviamo informazioni più rosee delle nostre aspettative, aggiorniamo prontamente le nostre convinzioni; ma quando riceviamo informazioni peggiori del previsto, tendiamo a "scontarle", ad aggiornare molto meno le nostre stime. In pratica il cervello assorbe volentieri le buone notizie e fa orecchie da mercante con quelle cattive.

Gli studi di neuroimmagine hanno individuato i circuiti coinvolti: alcune regioni della corteccia frontale rispondono in modo asimmetrico alle notizie positive e negative, e la forza di questa asimmetria si correla con quanto una persona è ottimista. Non è dunque una semplice "filosofia di vita", ma un modo in cui il cervello processa l'informazione.

Un'illusione utile (e pericolosa)

Il bias dell'ottimismo ha un lato sorprendentemente positivo. Aspettarsi un futuro luminoso riduce lo stress e l'ansia, sostiene la motivazione, ci spinge a fare progetti, a impegnarci, a non arrenderci di fronte alle difficoltà. Da questo punto di vista è quasi un meccanismo protettivo: chi crede che le cose andranno bene è più propenso ad agire per farle andare bene, in una sorta di profezia che a volte si autoavvera. Diversi studi associano un moderato ottimismo a una migliore salute e a un maggiore benessere.

C'è però il rovescio della medaglia. Sottostimare i rischi può portare a comportamenti pericolosi: non risparmiare per il futuro perché "andrà tutto bene", trascurare la prevenzione sanitaria, sottovalutare i tempi e i costi di un progetto. Quest'ultimo fenomeno ha persino un nome, la "fallacia della pianificazione": tendiamo a essere troppo ottimisti su quanto tempo ci vorrà per finire un lavoro, ed è per questo che tanti progetti, dai lavori di casa alle grandi opere pubbliche, finiscono in ritardo e fuori budget.

Conoscerlo per usarlo meglio

Curiosamente, sapere di avere questo bias non basta a eliminarlo: l'ottimismo irrealistico è notevolmente resistente. Ma esserne consapevoli aiuta a correggere il tiro nelle decisioni importanti, quelle in cui un eccesso di fiducia può costare caro. Per le scelte di salute, di denaro o di sicurezza, può essere saggio affidarsi ai dati e alle statistiche invece che alla sensazione che "a me non capiterà". Al tempo stesso, non bisogna demonizzare l'ottimismo: come spiega la stessa Tali Sharot nelle sue divulgazioni, quella tendenza a immaginare un domani migliore è anche ciò che ci dà l'energia per costruirlo. La sfida, semmai, è coltivare un ottimismo "informato": sognare in grande, ma con un occhio onesto sui rischi reali. Una sintesi del concetto è disponibile nella voce enciclopedica dedicata al bias dell'ottimismo.

Ottimismo, pessimismo e "realismo depressivo"

Se la maggior parte delle persone è ottimista in modo irrealistico, esiste un'eccezione studiata a lungo dagli psicologi: in alcune ricerche, le persone con sintomi depressivi si sono mostrate, in certe condizioni, più accurate dei soggetti non depressi nel valutare il proprio grado di controllo su determinati eventi. È la controversa ipotesi del "realismo depressivo", secondo cui un umore più cupo si accompagnerebbe a una visione meno distorta — anche se più dolorosa — della realtà. Il tema è dibattuto e i risultati non sempre si replicano, ma solleva una domanda affascinante: vedere il mondo "come è davvero" rende necessariamente più felici?

La risposta della psicologia tende al no. Un certo grado di ottimismo sembra avere un valore adattivo: sostiene la motivazione, favorisce la resilienza di fronte alle avversità ed è associato a migliori esiti di salute. Non per questo il pessimismo è sempre un difetto: esiste una strategia chiamata "pessimismo difensivo", in cui immaginare in anticipo ciò che potrebbe andare storto aiuta alcune persone a prepararsi meglio e a gestire l'ansia.

La sintesi più equilibrata è probabilmente quella di un ottimismo flessibile: coltivare aspettative positive per affrontare la vita con energia, ma saper attivare uno sguardo più analitico e prudente quando la posta in gioco è alta e gli errori costano cari, come nelle decisioni di salute, di denaro o di sicurezza. In altre parole, non si tratta di scegliere una volta per tutte tra ottimismo e pessimismo, ma di sapere quando usare l'uno e quando l'altro. È forse questa la forma più matura di intelligenza emotiva di fronte al futuro.

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