Psicologia
Effetto Werther ed effetto Papageno: come i media possono indurre o prevenire i suicidi
David Phillips nel 1974 dimostrò che dopo un suicidio celebre i casi aumentano; nel 2010 Niederkrotenthaler ha provato il contrario: raccontare chi è uscito dalla crisi protegge

Avviso: questo articolo parla di suicidio, contagio mediatico e prevenzione. Se ti trovi in una situazione di crisi o se conosci qualcuno che lo è, in Italia puoi contattare il Telefono Amico Italia al numero 02 2327 2327 oppure il servizio Samaritans Onlus allo 06 77208977, attivo 24 ore su 24. Esiste anche il numero unico per la prevenzione del suicidio: 800 86 00 22.
Nel 1774 un giovane Goethe pubblicò I dolori del giovane Werther, romanzo epistolare con un protagonista che si toglie la vita per amore. La fama del libro fu enorme. Negli anni successivi, in mezza Europa, si raccontavano casi di giovani trovati morti con una copia del libro vicino. Il fenomeno colpì tanto che diversi stati — Lipsia, Copenaghen, Milano — vietarono la diffusione del volume.
Duecento anni dopo, nel 1974, il sociologo americano David Phillips riprese quella storia per dare un nome a un fenomeno statistico che stava studiando con i dati moderni. Lo chiamò effetto Werther. Oggi è uno degli ambiti più documentati della psicologia sociale e della salute pubblica, ed è alla base delle linee guida internazionali su come i giornalisti devono — e non devono — raccontare i suicidi.
Lo studio di David Phillips, 1974
Phillips, sociologo della University of California San Diego, esaminò i numeri di suicidio negli Stati Uniti fra il 1947 e il 1968 e li confrontò con la copertura mediatica del New York Times. Risultato: nei mesi successivi alla pubblicazione in prima pagina di una notizia di suicidio, il numero medio di suicidi aumentava in modo significativo, con un picco di +12% in alcune fasce di età. L'effetto era più forte quando il suicidio riguardava una celebrità. Lo studio originale, pubblicato su American Sociological Review, è diventato il punto di riferimento di tutta la letteratura successiva.
I lavori successivi hanno mostrato che il fenomeno non è limitato agli Stati Uniti. Una meta-analisi del 2010 sul British Journal of Psychiatry ha riassunto 419 studi: l'aumento dei casi dopo un suicidio celebre coperto in modo sensazionalistico è di circa il 13% in media, con effetti maggiori sui giovani e sulle persone che condividono caratteristiche con la persona deceduta (età, professione, contesto).
L'effetto Papageno: la prevenzione tramite racconto
Per anni la letteratura si è concentrata sul lato oscuro. Poi, nel 2010, una svolta. Lo psichiatra austriaco Thomas Niederkrotenthaler della Medical University of Vienna pubblicò sul British Journal of Psychiatry un'analisi diversa: cosa succede quando i media raccontano persone che si sono trovate in una crisi suicidaria e ne sono uscite? La risposta, controintuitiva: i tassi di suicidio diminuiscono. Niederkrotenthaler lo battezzò effetto Papageno, dal personaggio del Flauto magico di Mozart, che era tentato di togliersi la vita ma viene fermato da tre genietti che gli indicano una via d'uscita.

Cosa dicono le linee guida internazionali
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato nel 2017 una guida operativa per giornalisti, costruita esattamente sui due effetti. Sintetizzando: non fare dell'effetto Werther — non titolare in prima pagina, non descrivere il metodo, non drammatizzare il gesto, non semplificare le cause. Fai dell'effetto Papageno — raccontare le storie di chi ne è uscito, indicare risorse di aiuto, evitare la mitologia romantica del dolore «irrisolvibile».
Le evidenze del cambio di pratiche sono concrete. Quando nel 1987 a Vienna i mezzi di comunicazione sottoscrissero un protocollo concordato di copertura dei suicidi nella metropolitana, il tasso di suicidi in metropolitana scese dell'80% nei sei mesi successivi, e mantenne livelli bassi negli anni successivi. È uno dei dati più replicati della letteratura.
Celebrità, serie televisive, social media
Nel 2017 la serie Netflix 13 Reasons Why mostrò esplicitamente il suicidio di un'adolescente. Uno studio del 2019 del National Institute of Mental Health ha trovato un aumento del 28,9% nel tasso di suicidio fra i ragazzi americani di 10-17 anni nei mesi immediatamente successivi al lancio, con corrispondenza temporale stretta. Dopo le critiche, nel 2019 Netflix tagliò la scena. Era l'effetto Werther sul piccolo schermo.
Quando nel 2014 morì Robin Williams, una analisi pubblicata su PLOS ONE da David Fink e collaboratori della Columbia University documentò un eccesso di 1.841 suicidi negli Stati Uniti nei quattro mesi successivi, particolarmente con lo stesso metodo. L'effetto era concentrato fra uomini di mezza età.
Una responsabilità condivisa
La pubblicazione delle linee guida e i protocolli editoriali stanno funzionando. Una rassegna del 2021 conta più di 250 studi sulle due strategie, e mostra che la formazione dei giornalisti riduce in modo misurabile l'effetto Werther e amplifica il Papageno. In Italia, l'Ordine dei Giornalisti ha recepito i criteri dell'OMS e li ha integrati nella Carta di Trieste del 2020 sulla salute mentale.
Restano vuoti: i social media. Lì le narrazioni sono più sfuggenti, gli algoritmi promuovono ciò che genera engagement e la moderazione è imperfetta. Ma il principio è chiaro: parlare di suicidio si può, e in molti casi si deve. Conta come lo si racconta. Werther può uccidere; Papageno può salvare.
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