Psicologia
Esperimento di Little Albert (1920): un bambino di 11 mesi, un topo bianco e una sbarra di metallo
John B. Watson e Rosalie Rayner dimostrarono alla Johns Hopkins University che si poteva condizionare la paura in un essere umano. Lo studio è uno dei più famosi (e più discussi) della storia della psicologia.

Nel novembre del 1919, in una stanza del Phipps Psychiatric Clinic della Johns Hopkins University di Baltimora, due psicologi misero un bambino di 11 mesi su un materassino e gli porsero un piccolo topo bianco da laboratorio. Il bambino, che la letteratura ricorda col nome di copertura «Little Albert», lo prese sorridendo. Allora uno dei due, posizionato dietro a una tenda, batté con un martello su una sbarra d'acciaio sospesa: un suono violentissimo, simile a uno sparo, a un metro e mezzo dalla testa del piccolo. Albert pianse. Sette volte, in due settimane, fu ripetuta la stessa associazione. Alla fine bastava il topo bianco — senza più nessun rumore — a far piangere il bambino. Era il primo esperimento di condizionamento classico delle emozioni nell'essere umano. I nomi dei ricercatori erano John B. Watson e Rosalie Rayner.
Il sogno comportamentista
Watson, allora 41 anni, era il fondatore del behaviorism, la scuola psicologica che negli anni Dieci e Venti del Novecento dominò il pensiero accademico americano. Per Watson la psicologia non doveva occuparsi della mente o della coscienza (concetti inverificabili, «metafisica») ma solo del comportamento osservabile. Era convinto, in linea con i lavori di Ivan Pavlov sui cani (1903), che ogni emozione complessa fosse il prodotto di catene di riflessi condizionati a stimoli iniziali. «Datemi una dozzina di neonati sani», scrisse Watson in una celebre frase del 1924, «e io li trasformerò in qualunque adulto vogliate: medico, ladro, mendicante, capo». L'esperimento di Albert doveva essere la prova provata della sua tesi. La sintesi più equilibrata della storia è quella di Wikipedia.
La procedura, passo per passo
L'articolo originale fu pubblicato nel febbraio 1920 sul Journal of Experimental Psychology con il titolo Conditioned Emotional Reactions. Watson e Rayner descrivono il piccolo Albert come «un bambino sano, stoico, dal temperamento eccezionalmente calmo». Nella prima fase verificano che non abbia paura di nessuno degli stimoli «neutri» di prova: un topo bianco, un coniglio, un cane, una maschera di Babbo Natale con la barba bianca, un fascio di lana. Albert ride, prova a toccarli. Quando però viene battuta la sbarra d'acciaio, piange di terrore. La fase di condizionamento dura due settimane: ogni volta che ad Albert viene mostrato il topo, viene battuta anche la sbarra. Sette accoppiamenti. Dopo il settimo, basta presentare il topo senza alcun rumore: Albert si gira, piange, prova a strisciare via dal materassino.
La paura si generalizza. Quando gli vengono mostrati un coniglio (mai accoppiato al rumore), un cane, un cappotto di pelliccia, perfino la maschera di Babbo Natale, Albert mostra reazioni di paura. Il principio della generalizzazione dello stimolo, cardine di tutto il comportamentismo successivo, è dimostrato per la prima volta nell'essere umano. La cronaca dettagliata è disponibile sul sito divulgativo Simply Psychology.

L'estinzione che non fu mai fatta
Watson aveva promesso, all'inizio dello studio, una fase di decondizionamento: dopo aver creato la paura, l'avrebbero «spenta» con un percorso inverso. Non venne mai fatta. Albert lasciò l'ospedale prima della seconda fase: era figlio di una donna che lavorava come balia nella stessa Hopkins, e la madre fu trasferita a un altro ospedale. Per quasi un secolo si è ignorato cosa fosse successo al bambino. Nel 2009 il professore di psicologia Hall Beck dell'Appalachian State University ha pubblicato un'indagine documentaria che identifica Albert in Douglas Merritte, morto di idrocefalia a sei anni di età. Altri ricercatori, nel 2014, hanno invece sostenuto che fosse Albert Barger, vissuto fino al 2007 a 87 anni senza apparenti tracce della paura indotta. Le due ipotesi continuano a dividere gli storici della psicologia.
Un disastro etico
Dal punto di vista etico, lo studio di Little Albert sarebbe oggi assolutamente impubblicabile e probabilmente penalmente perseguibile. Nessun consenso informato della madre (alla quale, a quanto risulta, fu detto solo che il bambino sarebbe stato «coinvolto in alcuni esperimenti innocui»), nessuna fase di reversibilità delle paure indotte, esposizione di un minore a stress emotivi gravi e potenzialmente duraturi. Le linee guida APA (American Psychological Association) per la ricerca su soggetti umani, formulate fra il 1953 e il 1973, sono state pensate proprio per impedire la replicazione di studi come questo. Lo riassume con tono critico la voce The Behavioral Scientist.
Watson, lo scandalo e una nuova carriera
L'esperimento finì la sua carriera accademica. Nell'autunno del 1920 Watson divorziò dalla moglie per una relazione con la sua assistente Rosalie Rayner: lo scandalo costrinse la Johns Hopkins a chiedergli le dimissioni. Watson trovò impiego a New York alla J. Walter Thompson, una delle più grandi agenzie di pubblicità del Novecento. Lì applicò il suo behaviorismo alla creazione di campagne di marketing: il caffè Maxwell House, le sigarette Chesterfield, i prodotti Pond's. Watson è considerato uno dei padri della pubblicità moderna, e non è un caso: l'idea di associare stimoli neutri (un prodotto) a stimoli emotivamente caricati (una bella donna, un'avventura, una famiglia felice) è esattamente il principio del condizionamento di Little Albert applicato in scala industriale.

Cosa abbiamo imparato
L'esperimento ha avuto un'eredità doppia. Da una parte ha dimostrato in modo inequivocabile che il comportamento emotivo umano può essere appreso, modellato dall'esterno, generalizzato a stimoli simili: un principio che è alla base di tutta la psicoterapia comportamentale moderna (terapia di esposizione, desensibilizzazione sistematica per le fobie, terapia cognitivo-comportamentale per i disturbi d'ansia). Dall'altra ha fissato per sempre il limite oltre il quale la ricerca scientifica non può andare: nessuna scoperta giustifica il trauma di un soggetto incapace di esprimere consenso. Per questa ragione, oggi Little Albert si studia nei corsi di etica della ricerca prima ancora che nei corsi di psicologia dello sviluppo. È uno dei rari casi in cui il «cosa non fare» è diventato più importante del «cosa abbiamo scoperto».
Una buona curiosità ogni mattina
Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.
Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


