Psicologia
Impotenza appresa: l'esperimento del 1967 che spiega la rassegnazione
Seligman e Maier scoprirono che, dopo eventi incontrollabili, si smette di reagire anche quando una via d'uscita esiste.

Che cosa succede quando ci convinciamo che, qualunque cosa facciamo, nulla cambierà? Smettiamo di provarci. Questo meccanismo psicologico ha un nome preciso, impotenza appresa, e nacque quasi per caso in un laboratorio dell'Università della Pennsylvania nel 1967, da un esperimento condotto da due giovani ricercatori, Martin Seligman e Steven Maier. La loro scoperta avrebbe trasformato il modo in cui la psicologia comprende la depressione, la rassegnazione e, paradossalmente, anche la resilienza.
L'esperimento del 1967
Seligman e Maier progettarono uno studio dal disegno ingegnoso, che coinvolgeva tre gruppi di cani. Il primo gruppo riceveva lievi scosse elettriche che poteva interrompere premendo un pannello con il muso: aveva quindi il controllo della situazione. Il secondo gruppo riceveva esattamente le stesse scosse, per la stessa durata, ma non aveva alcun modo di fermarle: subiva passivamente. Il terzo gruppo, di controllo, non riceveva alcuna scossa. La chiave dell'esperimento era che il secondo gruppo era "accoppiato" al primo: le scosse erano identiche, ciò che cambiava era solo la possibilità di controllarle.
In una fase successiva, tutti gli animali venivano posti in una scatola divisa da una bassa barriera, dove bastava saltare dall'altra parte per evitare la scossa. I cani del primo e del terzo gruppo imparavano in fretta a scavalcare l'ostacolo. Ma i cani che in precedenza avevano subito scosse incontrollabili restavano fermi, accettando passivamente il dolore senza nemmeno tentare la fuga, pur avendone la possibilità. Avevano "imparato" di essere impotenti.
Dalla gabbia alla depressione umana
Seligman intuì che quel comportamento somigliava in modo impressionante a ciò che osserviamo in molte persone depresse: la convinzione che nessuno sforzo possa migliorare la situazione, la perdita di iniziativa, la rassegnazione. Negli anni Settanta sviluppò un vero e proprio modello dell'impotenza appresa come spiegazione della depressione, sostenendo che l'esposizione ripetuta a eventi negativi e incontrollabili può generare un senso di impotenza che si estende ad altri ambiti della vita.
Il concetto ebbe un'enorme influenza. Permetteva di leggere la depressione non solo come uno squilibrio chimico, ma anche come il risultato di un apprendimento: l'individuo "impara" che le proprie azioni non hanno effetto sull'ambiente e di conseguenza smette di agire. Questa prospettiva aprì la strada a interventi psicologici mirati a ricostruire nel paziente il senso di controllo e di efficacia personale.
La svolta: lo stile attribuzionale
Il modello originale, però, aveva un limite: non tutte le persone esposte a eventi incontrollabili sviluppano impotenza. Perché alcuni crollano e altri reagiscono? Nel 1978 Lyn Abramson, Martin Seligman e John Teasdale pubblicarono una riformulazione del modello, integrandolo con la teoria dell'attribuzione. Secondo questa versione, ciò che conta non è solo l'evento negativo, ma il modo in cui lo spieghiamo a noi stessi: il cosiddetto stile esplicativo.
Le persone più vulnerabili tendono a interpretare gli insuccessi come dovuti a cause interne ("è colpa mia"), stabili ("sarà sempre così") e globali ("rovina tutto"). Chi invece attribuisce i fallimenti a cause esterne, temporanee e specifiche è più protetto dall'impotenza. Questa intuizione, descritta in dettaglio nella letteratura raccolta dall'American Psychological Association, ha avuto applicazioni concrete nell'istruzione, nello sport e nella prevenzione del disagio psicologico.
Cinquant'anni dopo: la lezione delle neuroscienze
Nel 2016 gli stessi Steven Maier e Martin Seligman tornarono sul loro celebre esperimento con un articolo pubblicato su Psychological Review, intitolato significativamente "Learned helplessness at fifty". Alla luce di mezzo secolo di ricerca sul cervello, i due studiosi proposero una correzione sorprendente: non è l'impotenza a essere appresa, bensì il controllo.
Secondo questa nuova lettura, di fronte a un'avversità prolungata la passività e la rassegnazione sono in realtà la risposta automatica predefinita del cervello dei mammiferi, mediata da circuiti antichi che coinvolgono il nucleo del rafe dorsale e il rilascio di serotonina. Ciò che gli animali imparano davvero, quando hanno la possibilità di controllare la situazione, è proprio l'esistenza di quel controllo: è la corteccia prefrontale a "riconoscere" la possibilità di agire e a inibire la reazione automatica di resa. Una distinzione tutt'altro che accademica, perché sposta l'obiettivo terapeutico dal "disimparare l'impotenza" all'"imparare a percepire il controllo".
Imparare l'ottimismo
Forse il lascito più importante di questa ricerca è stato il percorso intellettuale di Seligman stesso. Partito dallo studio dell'impotenza e della rassegnazione, finì per chiedersi il contrario: che cosa rende le persone resistenti e capaci di reagire? Da quella domanda nacque la psicologia positiva, una corrente che indaga il benessere, la speranza e ciò che lui chiamò "ottimismo appreso", inteso come la capacità, allenabile, di interpretare gli eventi in modo più funzionale.
L'impotenza appresa resta così una delle idee più feconde della psicologia del Novecento. Ci ricorda che la rinuncia non è sempre un tratto del carattere, ma può essere il prodotto di esperienze in cui ci siamo sentiti privi di controllo. E ci offre, al tempo stesso, una speranza concreta: se l'impotenza si può apprendere, anche il senso di controllo e la fiducia nelle proprie azioni possono essere coltivati e ricostruiti.
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