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Psicologia

Legge di Yerkes-Dodson: quanta tensione serve per rendere al meglio

Dal 1908 una curva a U rovesciata descrive il legame tra attivazione e prestazione: un po' di stress aiuta, troppo blocca.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Atleta donna concentrata prima della gara, immagine dell'attivazione ottimale per la prestazione
Atleta donna concentrata prima della gara, immagine dell'attivazione ottimale per la prestazione

Un pizzico di tensione prima di un esame o di una gara può aiutarci a dare il meglio, ma se l'ansia diventa eccessiva il rendimento crolla. Questo equilibrio delicato tra attivazione e prestazione ha un nome e una storia che risale a oltre un secolo fa: è la legge di Yerkes-Dodson, formulata nel 1908 da due psicologi americani. Da allora è diventata uno dei pilastri della psicologia della motivazione, anche se, come vedremo, la versione che tutti conoscono è in parte una semplificazione di ciò che gli autori scoprirono davvero.

L'esperimento del 1908

Robert Yerkes e John Dillingham Dodson lavoravano all'Università di Harvard quando pubblicarono il loro studio sul Journal of Comparative Neurology and Psychology. L'esperimento, il cui testo integrale è ancora consultabile negli archivi della Classics in the History of Psychology, utilizzava dei piccoli topi "danzanti" giapponesi. Gli animali dovevano imparare a distinguere tra due passaggi, uno bianco e uno nero, scegliendo quello corretto per evitare una lieve scossa elettrica.

I ricercatori variavano l'intensità della scossa, cioè il livello di "stimolazione" o motivazione negativa, e misuravano quanto rapidamente i topi imparavano il compito. Il risultato fu sorprendente: i topi non imparavano tanto più in fretta quanto più forte era la scossa. Esisteva un livello intermedio ottimale: scosse troppo deboli non motivavano abbastanza, scosse troppo forti disorganizzavano il comportamento e rallentavano l'apprendimento. La prestazione migliore si otteneva con un'attivazione moderata.

Studentessa stanca circondata da libri mentre studia, immagine dell'ansia da prestazione
Troppa tensione, come troppo poca, peggiora il rendimento. Credit: Pexels.

La curva a U rovesciata

Da queste osservazioni nasce l'immagine più celebre associata alla legge: una curva a U rovesciata. Sull'asse orizzontale c'è il livello di attivazione (oggi diremmo arousal, cioè quanto siamo "accesi", vigili, sotto pressione); sull'asse verticale c'è la qualità della prestazione. Quando l'attivazione è troppo bassa, siamo apatici, distratti, poco motivati: il rendimento è scarso. Man mano che l'attivazione cresce, miglioriamo, fino a raggiungere un punto ottimale. Oltre quel picco, se la tensione continua a salire, subentrano agitazione, panico e blocco, e la prestazione precipita di nuovo.

È un'esperienza che chiunque ha vissuto: lo studente troppo rilassato che non si prepara, e quello talmente in ansia da avere un vuoto di memoria davanti al foglio. Entrambi rendono male, ma per ragioni opposte. La condizione ideale è quella di una vigilanza energica ma controllata, ciò che alcuni chiamano lo "stato di prontezza".

Il ruolo della difficoltà del compito

Yerkes e Dodson aggiunsero un'osservazione fondamentale: il livello ottimale di attivazione dipende dalla difficoltà del compito. Per i compiti semplici e ben appresi, anche un'attivazione elevata non danneggia la prestazione, anzi può aiutarla. Per i compiti complessi, che richiedono concentrazione, ragionamento e memoria, il livello ottimale di attivazione è più basso: basta un eccesso di stress per mandare in tilt le funzioni cognitive più fini.

Questo spiega perché un atleta possa beneficiare di una forte carica adrenalinica in una prova di forza, mentre un chirurgo o uno studente alle prese con un problema difficile rendono meglio in uno stato di calma vigile. La pressione che esalta un'azione automatica è la stessa che paralizza un compito che richiede lucidità.

Un funambolo in equilibrio su un cavo teso contro il cielo, metafora dell'equilibrio ottimale
La prestazione migliore richiede un equilibrio, non il massimo della tensione. Credit: Pexels.

Cosa c'è di vero e cosa è semplificazione

Vale la pena fare una precisazione che spesso si dimentica. Lo studio originale del 1908 riguardava l'apprendimento di un'abitudine nei topi, non la complessa relazione tra ansia e prestazione umana. La famosa curva a U rovesciata, con la sua distinzione tra compiti facili e difficili, è in larga parte frutto di interpretazioni e riformulazioni successive, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta con le teorie sull'arousal del neuropsicologo Donald Hebb. Alcuni studiosi hanno fatto notare che la "legge" è stata talvolta applicata in modo troppo generico, ben oltre i dati che la sostengono.

Ciò non toglie che il nucleo dell'intuizione abbia ricevuto solide conferme. La ricerca moderna sullo stress e la memoria, riassunta per esempio in una rassegna pubblicata sulla rivista Neural Plasticity, ha mostrato che gli ormoni dello stress come il cortisolo influenzano l'apprendimento proprio secondo un andamento a U rovesciata: livelli moderati favoriscono la memoria, livelli troppo alti la compromettono. Il cervello, insomma, sembra davvero avere una "zona ottimale" di attivazione.

Dallo sport agli esami

Le applicazioni della legge di Yerkes-Dodson sono ovunque. Nella psicologia dello sport si parla di "zona di funzionamento ottimale", il livello di attivazione personale a cui ciascun atleta esprime il massimo. Nella gestione dell'ansia da esame si insegnano tecniche di respirazione e rilassamento per riportare l'attivazione entro la fascia produttiva. Nel mondo del lavoro si distingue tra eustress, lo stress positivo che stimola, e distress, quello negativo che logora.

Il messaggio pratico è incoraggiante: un po' di tensione non è il nemico, ma un alleato. L'obiettivo non è eliminare lo stress, bensì calibrarlo in base a ciò che dobbiamo fare. Quella curva a U rovesciata, nata da un esperimento su topi che imparavano a evitare una scossa, ci offre una mappa preziosa per capire quando spingere sull'acceleratore e quando, invece, conviene rallentare per non perdere il controllo.

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