Psicologia
Numero di Dunbar: perché abbiamo al massimo 150 amici veri
Un limite cognitivo legato alle dimensioni del cervello fisserebbe a circa 150 le relazioni stabili che possiamo gestire.

Quanti amici può davvero avere una persona? Non "contatti" su un social network, ma relazioni vere, fatte di fiducia e reciprocità. Secondo una delle ipotesi più celebri e discusse delle scienze sociali, esiste un limite, ed è circa 150. È il cosiddetto numero di Dunbar, dal nome dell'antropologo britannico Robin Dunbar che lo propose all'inizio degli anni Novanta. Un numero che, secondo lui, riflette i limiti fisici del nostro cervello.
Dal cervello dei primati al numero magico
Dunbar arrivò al suo numero studiando le scimmie. Osservò che, tra i primati, esiste una correlazione tra le dimensioni della neocorteccia — la parte più evoluta del cervello — e la grandezza tipica dei gruppi sociali in cui ciascuna specie vive. Più grande è la neocorteccia, più numeroso è il gruppo che l'animale riesce a gestire socialmente. Pubblicò questa scoperta in uno studio del 1992 sul Journal of Human Evolution.
Applicando la stessa relazione al cervello umano, ottenne una previsione: la nostra specie dovrebbe essere in grado di mantenere stabilmente circa 150 relazioni significative. Oltre quella soglia, sostiene Dunbar, il gruppo tende a frammentarsi o a richiedere regole e gerarchie formali per restare coeso, perché il cervello non riesce più a tenere traccia di tutti i legami e della rete di rapporti reciproci.
Indizi dalla storia e dall'organizzazione
A sostegno della sua tesi, Dunbar raccolse una serie di esempi storici e sociali curiosamente vicini a quella cifra. I villaggi agricoli del Neolitico contavano spesso intorno ai 150 abitanti; le comunità religiose degli Hutteriti, per tradizione, si dividono in due quando superano quel numero, ritenendo che oltre quella soglia diventi impossibile governarsi senza polizia o gerarchie formali. Anche l'unità di base degli eserciti, la compagnia, ruota storicamente intorno a una grandezza simile, e alcune aziende hanno organizzato i loro stabilimenti in unità di circa 150 persone per mantenere rapporti diretti.
Dunbar ha anche proposto che le nostre relazioni siano organizzate in strati concentrici: un nucleo intimo di circa 5 persone, una cerchia di circa 15 amici stretti, una di 50 buoni amici, i 150 contatti significativi, poi circa 500 conoscenti e fino a 1.500 volti che riusciamo a riconoscere. Ogni cerchia più ampia richiede meno impegno emotivo e meno tempo di quella interna.
Il linguaggio come "toelettatura sociale"
Perché proprio gli esseri umani riuscirebbero a gestire gruppi così grandi rispetto agli altri primati? Dunbar ha avanzato un'ipotesi affascinante legata al linguaggio. Molte scimmie mantengono i legami sociali attraverso la toelettatura reciproca, il grooming: spulciarsi a vicenda crea fiducia e alleanze, ma richiede contatto fisico diretto e quindi limita il numero di rapporti coltivabili. Il linguaggio umano, secondo Dunbar, avrebbe svolto la stessa funzione in modo molto più efficiente: chiacchierare e, sì, persino spettegolare permette di "curare" più relazioni contemporaneamente e a distanza. La conversazione sarebbe, in quest'ottica, una forma evoluta di toelettatura sociale.
Coerentemente, gran parte delle nostre conversazioni quotidiane non riguarda fatti tecnici o astratti, ma altre persone: chi ha fatto cosa, chi sta con chi, chi è affidabile e chi no. Questo scambio di informazioni sociali aiuterebbe a tenere insieme reti più ampie di quanto il solo contatto fisico consentirebbe.
Un numero conteso
Il numero di Dunbar è diventato popolarissimo, citato in libri di management, urbanistica e tecnologia. Ma non tutti gli scienziati sono d'accordo. Nel 2021 un gruppo di ricercatori svedesi guidati da Patrik Lindenfors ha ripetuto l'analisi con metodi statistici aggiornati, pubblicando i risultati su Royal Society Open Science: secondo loro, i dati non permettono affatto di fissare un valore preciso, e l'intervallo di incertezza è così ampio da rendere il "150" poco più che un'illusione di precisione. Dunbar ha replicato difendendo il suo lavoro, e il dibattito resta aperto.
Una questione di tempo
Dietro il limite proposto da Dunbar c'è anche un vincolo molto concreto: il tempo. Coltivare una relazione richiede investimento — conversazioni, incontri, gesti di attenzione — e le ore di una giornata sono finite. Le ricerche del suo gruppo suggeriscono che dedichiamo la maggior parte del nostro "budget sociale" alle cerchie più interne, quelle dei pochi affetti fondamentali, lasciando briciole di tempo per i livelli più esterni. È un'economia delle relazioni in cui ogni legame "costa", e in cui non si può semplicemente moltiplicare all'infinito il numero di persone a cui vogliamo davvero bene. Quando smettiamo di investire tempo in un rapporto, questo tende a scivolare verso una cerchia più esterna o a spegnersi del tutto.
E i social network?
Una delle domande più frequenti riguarda proprio le piattaforme digitali: se una persona ha migliaia di "amici" o "follower", il numero di Dunbar è stato superato? Secondo Dunbar, no. I social network ci permettono di conoscere e riconoscere moltissime persone, ma non aumentano la nostra capacità di mantenere relazioni profonde e reciproche, che continuerebbe a restare attorno a quella soglia. Le ricerche sui contatti realmente attivi online tendono, in effetti, a confermare numeri molto più piccoli delle liste di amicizie dichiarate.
Al di là della cifra esatta, l'idea di fondo conserva un fascino e un'utilità: ci ricorda che tempo ed energie sociali sono risorse limitate. Coltivare un legame richiede attenzione, e nessuno può davvero dedicarne a un numero illimitato di persone. La voce enciclopedica sul numero di Dunbar raccoglie sia le prove a favore sia le critiche. Che il limite sia esattamente 150 o un intervallo più sfumato, la lezione resta valida: la qualità delle relazioni conta più della quantità.
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