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Psicologia

Sindrome di Stoccolma: come una rapina del 23 agosto 1973 diede il nome a un meccanismo psicologico

Sei giorni di ostaggi in una banca svedese, una telefonata di Kristin Enmark al primo ministro, e un termine coniato dal criminologo Nils Bejerot.

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Edificio storico dell'ex Kreditbanken a Norrmalmstorg, Stoccolma
Edificio storico dell'ex Kreditbanken a Norrmalmstorg, Stoccolma

La mattina del giovedì 23 agosto 1973, alle 10:15, un trentaduenne svedese in fuga dal carcere di Kalmar entrò nella sede principale della Kreditbanken a Piazza Norrmalmstorg, nel centro di Stoccolma. Si chiamava Jan-Erik 'Janne' Olsson, aveva una mitraglietta nascosta sotto la giacca, e gridò in inglese maccheronico: 'The party has just begun!'. Sparò una raffica in aria, mise sotto tiro i due cassieri, raggiunse la cassaforte. Pochi minuti dopo, prese in ostaggio quattro impiegati: Birgitta Lundblad (31 anni), Elisabeth Oldgren (21), Kristin Enmark (23) e Sven Säfström (25). L'episodio passò poi alla storia come Norrmalmstorgsdramat, il dramma di Norrmalmstorg.

Edificio della Kreditbanken a Norrmalmstorg Stoccolma
L'edificio dell'ex Kreditbanken a Norrmalmstorg, oggi sede di altre attività commerciali. Il caveau in cui per sei giorni furono tenuti gli ostaggi è ancora visibile dal piano strada. Credit: Holger Ellgaard / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

La trattativa, il complice, i cappi

Olsson aveva una richiesta inusuale: voleva che la polizia portasse alla banca il suo ex compagno di cella, Clark Olofsson, un criminale di professione famoso in Svezia per evasioni multiple. Il ministro della giustizia Lennart Geijer autorizzò la cosa contro il parere dell'unità anticrimine; alle 18 di quello stesso giovedì Olofsson entrò nella banca. Anche lui prese in ostaggio gli impiegati.

I sei giorni successivi furono un susseguirsi di richieste, di rifiuti, di trattative tese. Olsson voleva 3 milioni di corone svedesi, due pistole e una macchina di fuga. Gli ostaggi furono legati al collo con cappi attaccati a una cassaforte: se la polizia avesse fatto irruzione, una tensione anche piccola li avrebbe strangolati. La polizia tentò più volte di entrare; ogni volta gli ostaggi si misero davanti agli aggressori per impedirlo.

La telefonata di Kristin Enmark

Il fatto più sorprendente non fu però l'eroismo difensivo, ma una telefonata. Il terzo giorno, Kristin Enmark — la più giovane delle ostaggi — convinse i rapinatori a passarle il telefono. Compose il numero del primo ministro Olof Palme e chiese di parlargli personalmente. Palme rispose. Enmark, calma e articolata, gli disse di temere più la polizia che i rapinatori: 'Mi fido completamente di Clark e del rapinatore', ribadì. 'Lasciateci andare con loro. Non sopporterò più questa polizia, hanno ucciso più persone di quanto immagini'. Palme, anche lui interdetto, le promise che nessuno avrebbe sparato.

Quella conversazione, registrata e poi diffusa, fu lo shock dell'opinione pubblica. Come era possibile che la vittima preferisse i rapinatori ai suoi soccorritori?

La piazza Norrmalmstorg di Stoccolma vista dall'alto
Piazza Norrmalmstorg oggi, nel centro di Stoccolma. L'edificio della Kreditbanken è visibile sulla destra; di fronte, un negozio Acne Studios. Credit: Roger Olsson / Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

Il termine di Bejerot

Nei sei giorni della crisi, la polizia svedese chiese consulenza al criminologo Nils Bejerot, professore di tossicodipendenze al Karolinska Institutet, all'epoca consulente psichiatrico del corpo di polizia. Bejerot fu il primo a parlare in conferenza stampa di 'Norrmalmstorgssyndromet', il 'sindrome di Norrmalmstorg', per descrivere il legame inatteso che si era stabilito tra ostaggi e rapitori. La stampa anglosassone, mai troppo precisa sui nomi svedesi di tre sillabe, semplificò in Stockholm syndrome. La definizione di Bejerot identificava quattro tratti: (1) un legame emozionale degli ostaggi con i rapitori, (2) un atteggiamento difensivo verso di loro, (3) una percezione negativa verso la polizia che avrebbe dovuto liberarli, (4) il proseguire di questi sentimenti anche dopo la liberazione.

L'irruzione del 28 agosto

La crisi si chiuse alle 9 del mattino del 28 agosto 1973, sesto giorno. La polizia gasò il caveau con cianogeno. Olsson e Olofsson uscirono camminando, senza opporre resistenza; gli ostaggi furono trovati incolumi. Olsson fu condannato a 10 anni per rapina aggravata e sequestro; Olofsson fu in seguito assolto in appello dalle accuse legate alla rapina, sostenendo (vincentemente) di essere stato anche lui sotto coazione. Olofsson divenne, nei decenni successivi, una specie di celebrità criminale, fino alla docu-serie Netflix del 2022.

Una sindrome che non è una sindrome

Va detto: la 'sindrome di Stoccolma' non è una diagnosi clinica, non figura nel DSM-5 né nell'ICD-11. È più un'etichetta giornalistica che una categoria medica. Una review dell'FBI del 1999 sui casi documentati ha mostrato che solo l'8% degli ostaggi presi in incidenti rispetta i criteri di Bejerot. Significa che è un evento relativamente raro, non la regola. Anche nello stesso evento di Norrmalmstorg, Kristin Enmark anni dopo (autobiografia del 2015, Jag blev Stockholmssyndromet) ha rifiutato l'interpretazione di Bejerot. Ha scritto: 'Non avevo una sindrome. Avevo paura, una paura razionale, della polizia che ci puntava le armi contro più dei rapitori. Bejerot non mi ha mai intervistata. Ha diagnosticato da fuori una persona che non conosceva'.

Casi famosi (e contestati)

Tra i casi più citati come 'sindrome di Stoccolma': Patty Hearst, l'ereditiera californiana rapita dal Symbionese Liberation Army il 4 febbraio 1974 e ritrovata due mesi dopo a rapinare una banca insieme ai rapitori; Natascha Kampusch, rapita a 10 anni in Austria nel 1998 e prigioniera per otto anni, che dopo la fuga compianse il rapitore morto suicida; Jaycee Lee Dugard, rapita in California nel 1991 a 11 anni e tenuta in un giardino per 18 anni. In tutti questi casi, gli psichiatri sono in disaccordo: alcuni parlano di sindrome di Stoccolma, altri di reazioni di sopravvivenza adattativa, altri ancora di trauma complesso che imita certi sintomi.

Cosa resta, davvero

Indipendentemente dal dibattito clinico, l'evento di Norrmalmstorg ha cambiato la formazione delle forze dell'ordine. Dopo il 1973, l'FBI introdusse i crisis negotiators, professionisti psicologici dedicati alla trattativa con rapinatori; oggi sono parte di tutti i corpi di polizia avanzati. La 'sindrome di Stoccolma' è diventata anche uno strumento utile, paradossalmente, per i negoziatori: sapere che gli ostaggi possono sviluppare un legame con i sequestratori serve a non interpretare i loro segnali come 'tradimento' ma come strategia di sopravvivenza. Una review del 2013 del FBI Hostage Negotiation Course sostiene che 'il legame emotivo è la condizione che più spesso garantisce che gli ostaggi escano vivi'. Un fenomeno bizzarro, ma a volte utile.

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