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Shavarsh Karapetyan, 16 settembre 1976: il nuotatore che salvò 20 persone dal trolleybus affondato

A 23 anni, undici volte campione del mondo di nuoto pinnato, si tuffò quaranta volte nel lago di Yerevan

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Tramonto su un lago tranquillo in Armenia
Tramonto su un lago tranquillo in Armenia

Era una mattina mite di settembre. Il 16 settembre 1976, intorno alle 11:30, lungo la diga del lago di Yerevan capitale dell'Armenia sovietica, un giovane di 23 anni stava correndo. Si chiamava Shavarsh Karapetyan, era nato ad Aparan, e l'anno prima aveva vinto il campionato mondiale di nuoto pinnato a Hannover stabilendo dieci primati mondiali. Quel mattino aveva appena terminato il suo allenamento standard: venti chilometri di corsa con pesi, sempre insieme al fratello Kamo, allenatore.

Sentì un rumore sordo. Da una curva della strada che corre sopra il lago vide un trolleybus rosso precipitare oltre il parapetto, sbattere sul lungolago e scivolare nell'acqua. A bordo c'erano 92 passeggeri. Il trolleybus si inabissò a venticinque metri dalla riva e si depositò sul fondo, capovolto, a una profondità di dieci metri. L'acqua era torbida, putrida — quel lago raccoglieva anche le acque reflue della città — la visibilità era nulla.

Quaranta tuffi, venticinque secondi a vita

Quello che Shavarsh fece nei venti minuti successivi è raccontato da decine di testimoni e ricostruito in dettaglio dal long-form di Grantland del 2014 firmato da Brian Phillips. Si tolse le scarpe da ginnastica, si tuffò in acqua e raggiunse il trolleybus. Con un calcio violento, allenato da anni di esercizio in vasca, ruppe il finestrino posteriore.

Da lì cominciò una catena di tuffi metodici. Ogni discesa durava circa venticinque secondi: nuotava verso un corpo nell'acqua scura, lo afferrava, lo trascinava all'esterno, lo affidava al fratello Kamo che lo trasportava verso la superficie e verso la riva. Quaranta tuffi consecutivi. Quaranta volte attraverso lo stesso buco di vetro, tra spigoli taglienti.

Nei minuti in cui Shavarsh lavorava sott'acqua, Kamo riceveva i corpi, alcuni soccorritori sulla riva tentavano la respirazione artificiale, una folla di curiosi si era radunata sulla diga senza poter aiutare. Alla fine i due fratelli portarono in superficie un numero di passeggeri stimato fra 30 e 46. Venti di loro sopravvissero. Gli altri non rispondevano più alla rianimazione.

Edificio governativo storico a Yerevan
Yerevan, capitale dell'Armenia: la diga sul lago artificiale dove Karapetyan salvò 20 vite si trova nella periferia ovest della città. Foto: Valeria Drozdova / Pexels.

L'eroe non ufficiale

L'URSS era una macchina di celebrazioni controllate. Una storia come quella di Karapetyan, che evidenziava la fragilità della burocrazia sovietica (perché un trolleybus difettoso era finito in acqua? Perché nessuno aveva pensato a salvataggi acquatici cittadini?), non venne raccontata dai grandi giornali per sei anni. I notiziari di Mosca tacquero. La notizia circolò solo a Yerevan, a bocca a bocca.

Shavarsh finì in ospedale per polmonite e setticemia: i tagli sulle gambe causati dai vetri, infettati dall'acqua reflua, lo inchiodarono a letto per 45 giorni. Quando si rialzò, scoprì di aver compromesso la sua carriera sportiva: la sua capacità polmonare era ridotta, il fisico provato. Continuò ad allenarsi e a competere ma non recuperò mai i livelli precedenti. Nel 1979 si ritirò dalle competizioni a 26 anni.

1982: la verità su Komsomolskaya Pravda

Nel 1982, sei anni dopo, la giornalista Ol'ga Čajkovskaja scrisse un reportage per la Komsomolskaya Pravda, il quotidiano della gioventù comunista, raccontando finalmente la storia in URSS. L'articolo si intitolava Twenty-Five Seconds Per Life ("Venticinque secondi a vita") e divenne un caso editoriale: la storia rivelò ai sovietici un eroe civile di tutt'altra natura rispetto ai modelli ufficiali.

Da quel momento, Karapetyan ricevette tardive onorificenze: la Medaglia per il salvataggio di vite umane dell'URSS, la decorazione di UNESCO Fair Play Award nel 1985, e l'asteroide 3027 Shavarsh, scoperto nel 1978 da Nikolaj Černych all'Osservatorio Astrofisico di Crimea.

1985: un altro salvataggio

La sua storia non si fermò al 1976. Nel 1985, di nuovo in Armenia, in un incendio in un edificio pubblico a Yerevan, Karapetyan entrò più volte in una palestra in fiamme per portare in salvo bambini e ferendosi gravemente ai polmoni. Anche quel salvataggio gli costò un ricovero, ma fu il sigillo di una vocazione: aveva salvato decine di vite senza essere mai stato un pompiere né un militare.

Vita dopo lo sport

Dopo il crollo dell'URSS, Karapetyan si trasferì a Mosca, dove ancora vive. Negli anni Duemila ha aperto un piccolo laboratorio di calzature ortopediche, le "Scarpe Shavarsh", che produce calzature sportive per disabili e per chi ha problemi al piede. Tiene conferenze nelle scuole armene e russe sull'etica dello sport e sul senso del dovere civile.

Cosa resta della storia

Karapetyan ha sempre rifiutato la retorica eroica. Intervistato negli anni Duemila ha detto: "Ero un atleta. Avevo le pinne, sapevo nuotare, sapevo trattenere il fiato per quattro minuti. Avrei dovuto guardare l'acqua?". È una frase che riassume una versione laica e materiale del coraggio: non un dono mistico, ma una somma di abilità tecniche, condizione fisica e disponibilità mentale.

Il 16 settembre, in Armenia, è oggi il Giorno del Salvatore. Yerevan ha intitolato a Shavarsh il parco affacciato sulla diga dove avvenne il salvataggio. Nel piccolo museo allestito sul posto, c'è una targa di marmo con i nomi dei venti sopravvissuti. Nessuno di loro ha più dimenticato il giovane nuotatore che, in venti minuti, decise il loro secondo compleanno.

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