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Witold Pilecki: l'uomo che si fece internare ad Auschwitz

Nel 1940 si fece arrestare di proposito per infiltrarsi nel campo, organizzare la resistenza e documentare lo sterminio.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto a colori di Witold Pilecki in uniforme
Ritratto a colori di Witold Pilecki in uniforme

Nella storia della Seconda guerra mondiale ci sono atti di coraggio così estremi da sembrare inventati. Quello di Witold Pilecki è tra i più incredibili: nel 1940 questo ufficiale polacco si fece arrestare di proposito dai nazisti per essere deportato ad Auschwitz, con l'obiettivo di organizzare la resistenza all'interno del campo e raccogliere prove dei crimini che vi si commettevano. Entrò volontariamente all'inferno, e poi ne uscì per raccontarlo. Eppure il suo nome è rimasto sconosciuto per decenni.

Un volontario per l'inferno

Nato nel 1901, Pilecki era un ufficiale di cavalleria che aveva già combattuto nella guerra polacco-sovietica del 1920 e contro l'invasione tedesca del 1939. Dopo la sconfitta della Polonia entrò nella resistenza clandestina. Quando arrivarono le prime notizie frammentarie su un nuovo campo di prigionia tedesco, propose ai suoi superiori un piano folle: farsi catturare per infiltrarsi e capire cosa stesse succedendo. Il 19 settembre 1940 si lasciò deliberatamente prendere in un rastrellamento per le strade di Varsavia e fu deportato ad Auschwitz, dove ricevette il numero di matricola 4859.

L'ingresso principale del campo di Auschwitz II-Birkenau con i binari
L'ingresso di Auschwitz-Birkenau. Pilecki vi entrò volontariamente nel 1940. Credit: Wikimedia Commons.

La resistenza dentro Auschwitz

Una volta dentro, Pilecki fece ciò per cui era venuto. Organizzò una rete clandestina di prigionieri, chiamata ZOW, che aveva diversi scopi: sollevare il morale, distribuire cibo e vestiti di nascosto, preparare un'eventuale rivolta e, soprattutto, raccogliere informazioni. Sfruttando i prigionieri rilasciati e canali clandestini, riuscì a far arrivare alla resistenza polacca, e da lì agli Alleati, alcuni dei primi rapporti dettagliati su ciò che accadeva nel campo: le condizioni disumane, le esecuzioni e, col tempo, lo sterminio di massa. Quei documenti, noti come "Rapporto di Pilecki", furono tra le prime testimonianze oculari della macchina di morte nazista.

I rapporti descrivevano dettagli che il mondo esterno faticava persino a credere: le selezioni, le fucilazioni di massa, le epidemie di tifo e, con il passare del tempo, l'arrivo dei trasporti di ebrei e l'entrata in funzione delle camere a gas. Pilecki documentò la trasformazione di Auschwitz da campo di prigionia per polacchi a centro di sterminio su scala industriale. Le sue informazioni, trasmesse a Londra, contribuirono a far conoscere agli Alleati la realtà del campo, anche se per anni la portata di quei crimini fu accolta con incredulità.

Per quasi tre anni Pilecki sopravvisse a fame, malattie e violenze, continuando il suo lavoro di intelligence. Aspettava un ordine di rivolta che non arrivò mai: gli Alleati ritenevano un attacco al campo troppo rischioso e poco realistico. Capì allora che doveva uscire per riferire di persona.

La fuga e l'ultima battaglia

Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1943, Pilecki e due compagni riuscirono in un'impresa rarissima: evasero da Auschwitz, approfittando di un turno di lavoro in una panetteria del campo. Tornato in libertà, redasse un rapporto ancora più ampio e continuò a combattere: nel 1944 partecipò alla rivolta di Varsavia, l'insurrezione con cui la resistenza polacca tentò di liberare la capitale, e al suo fallimento finì prigioniero di guerra dei tedeschi. La sua storia, oggi documentata anche dal Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau, è quella di un uomo che non smise mai di battersi.

L'evasione era stata in sé un'impresa quasi suicida: pochissimi prigionieri riuscirono a fuggire da Auschwitz, e Pilecki vi riuscì portando con sé documenti rubati. Durante la rivolta di Varsavia combatté in prima linea in quartieri devastati, guadagnandosi il rispetto dei compagni. Quando l'insurrezione fu schiacciata e la città rasa al suolo per rappresaglia, finì in un campo di prigionia in Germania, da cui sarebbe stato liberato solo alla fine della guerra. Avrebbe potuto restare al sicuro all'estero; scelse invece di tornare in una Polonia ormai sotto un nuovo regime, per continuare a servire il suo Paese.

Tradito dalla storia

La beffa più amara arrivò dopo la guerra. La Polonia era ormai sotto il controllo di un regime comunista filo-sovietico, e Pilecki continuò la sua attività di intelligence per il governo polacco in esilio. Fu arrestato nel 1947, torturato e sottoposto a un processo-farsa. Condannato a morte, venne giustiziato il 25 maggio 1948; il luogo della sua sepoltura rimase a lungo sconosciuto. Per i decenni successivi il regime ne cancellò la memoria: parlare di lui era proibito, e il suo nome scomparve dai libri.

Solo con la caduta del comunismo, dal 1990 in poi, Witold Pilecki è stato riabilitato e gradualmente riconosciuto come uno degli eroi della resistenza europea, insignito postumo delle massime onorificenze polacche. La sua vicenda è stata riportata all'attenzione internazionale anche da opere come la biografia The Volunteer di Jack Fairweather, vincitrice di importanti premi letterari. In Polonia gli sono state dedicate strade, scuole e un istituto di ricerca storica, il Pilecki Institute, che ne studia l'eredità e quella delle vittime dei totalitarismi del Novecento; nel 2006 gli è stata conferita postuma la massima onorificenza nazionale, l'Ordine dell'Aquila Bianca.

Resta una domanda che la sua vicenda pone a chiunque: quanti, potendo scegliere, entrerebbero volontariamente in un campo di concentramento per raccogliere prove di un crimine che il mondo non voleva vedere? Pilecki lo fece, sopravvisse, combatté ancora e infine pagò con la vita la fedeltà ai propri ideali, ucciso non dal nemico contro cui aveva lottato ma dal regime che gli succedette. La storia dell'uomo che scelse Auschwitz per smascherarlo resta, oggi più che mai, un promemoria di che cosa significhi davvero il coraggio.

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