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Gallipoli, scoperto un relitto romano con anfore di garum: l'annuncio del 4 febbraio 2026
Una grande nave oneraria del IV secolo d.C. è stata individuata al largo del Salento nell'estate 2025 dalla Guardia di Finanza. Il Ministero della Cultura ha tenuto segreta la scoperta per nove mesi.

Da un fondale del Mar Ionio, davanti alle coste del Salento, sta riemergendo una pagina perduta del commercio dell'Impero romano. Il 4 febbraio 2026 il Ministero della Cultura italiano ha annunciato il ritrovamento, durato segreto per oltre sei mesi, di un grande relitto romano carico di anfore di garum al largo di Gallipoli, in provincia di Lecce. La nave, identificata come una navis oneraria di età tardo-imperiale, riposa sul fondo del Mar Ionio in uno stato di conservazione definito dagli archeologi «eccezionale».
Una scoperta della Guardia di Finanza, nascosta per nove mesi
Il relitto è stato individuato nell'estate 2025 nel corso di una normale attività di controllo marittimo delle Sezioni Aeree e Navali della Guardia di Finanza. La strumentazione di bordo di una motovedetta ha registrato un'anomalia sul fondale: la verifica subacquea, condotta dal Reparto Operativo Aeronavale di Bari insieme al Nucleo Sommozzatori di Taranto, ha rivelato che si trattava di una nave antica con il carico originale ancora a bordo. Da quel momento è scattata la consegna del silenzio: la Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo ha chiesto e ottenuto la massima riservatezza per evitare saccheggi e tutelare il sito. L'annuncio ufficiale è stato dato solo dopo aver organizzato un perimetro di sorveglianza, come ricostruisce il quotidiano locale Archaeoreporter.

Il carico: la salsa di pesce degli imperatori
A bordo gli archeologi hanno contato decine di anfore — fonti specializzate parlano di circa duecento esemplari — e molte di esse sono ancora sigillate: una condizione rarissima nella storia dell'archeologia subacquea italiana. Le forme rimandano alle officine ceramiche del Nord Africa romano, soprattutto della Tripolitania (l'attuale Libia) e della Byzacena (Tunisia centrale). Per gli archeologi è la pista più solida per ricostruire la rotta del mercantile, partita probabilmente da un porto nordafricano e diretta verso un grande terminal portuale dell'Adriatico settentrionale o dell'Italia tirrenica.
Il contenuto delle anfore sembra essere il garum, la salsa fermentata di pesce e sale che i romani consumavano come noi oggi consumiamo l'olio o l'aceto. Il garum era un prodotto di lusso ma anche di consumo diffuso: Pompei, Ercolano e i mercati di Roma ne ricevevano forniture costanti dalle saline e dalle cetariae sparse fra Spagna meridionale, Africa romana e Portogallo. La presenza di anfore sigillate offre alla scienza un'opportunità senza precedenti: poter analizzare il contenuto organico originale, intatto, dopo quasi 1.700 anni.
Una nave del IV secolo nella crisi dell'Impero
La datazione preliminare colloca il naufragio in un periodo cruciale: il IV secolo d.C., quando l'Impero romano è già diviso tra Oriente e Occidente e attraversa la lunga crisi che porterà al sacco di Roma del 410. Sapere che in piena crisi del commercio mediterraneo una nave-cargo di queste dimensioni stava ancora attraversando lo Ionio cambia il quadro storiografico: il commercio del garum nordafricano era più resiliente di quanto si pensasse, e Gallipoli — fondata dai messapi col nome di Kallipolis, «città bella» — era un nodo della rotta. Il Salento, in particolare, fungeva da porto di scalo per le navi dirette verso Ravenna, Aquileia e i porti dell'alto Adriatico, come ricorda anche la scheda enciclopedica di Britannica sulla città salentina.

I prossimi passi: scavo subacqueo e laboratorio
L'attività ora prevista è una campagna di ricognizione sistematica con droni subacquei a bassa invasività. La Soprintendenza nazionale del Patrimonio culturale subacqueo, guidata da Barbara Davidde, sta predisponendo la documentazione fotogrammetrica del sito: ogni anfora verrà mappata in tre dimensioni prima di qualsiasi operazione di prelievo. Un laboratorio dell'Università del Salento e l'Istituto Centrale per il Restauro analizzeranno i residui organici delle anfore sigillate con tecniche cromatografiche e isotopiche. La datazione esatta della nave dipenderà dall'analisi del legno del fasciame, eventualmente conservato sotto la sabbia in regime anaerobico, e dai bolli ceramici impressi sui colli delle anfore stesse.
Il valore archeologico, dentro un caso più ampio
Quello di Gallipoli si inserisce in una stagione straordinaria per l'archeologia subacquea italiana: nella stessa rassegna delle scoperte di inizio 2026 firmata da Artribune compaiono il ritrovamento della basilica vitruviana di Fano e gli affreschi inediti di Ercolano. Per quanto riguarda il garum, la fonte primaria della distribuzione tardoantica era considerata fino ad oggi un altro relitto, il celebre Tantura F trovato in Israele negli anni Novanta. La nave del Salento, con il suo carico ancora compatto, ha buone possibilità di diventare il riferimento mondiale per lo studio del commercio della salsa di pesce in età tardoimperiale. Lo conferma anche la sintesi pubblicata da Artribune.
Per ora, dunque, il relitto romano di Gallipoli resta lì dove lo ha lasciato la tempesta che lo affondò: sigillato, intatto, sul fondo del Mar Ionio. Tra qualche mese, racconteranno gli archeologi, potremo finalmente assaggiare scientificamente il sapore di una scatoletta di pesce romana di sedici secoli fa.
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