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Il microbioma di Ötzi è ancora vivo: lo studio del 2026 sulla mummia del Similaun

L'Istituto per lo studio delle mummie di Bolzano scopre lieviti attivi sul corpo dell'Uomo venuto dal ghiaccio.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ghiacciaio e rocce delle Alpi, ambiente simile a quello in cui fu trovata la mummia di Ötzi
Ghiacciaio e rocce delle Alpi, ambiente simile a quello in cui fu trovata la mummia di Ötzi

A più di trent'anni dal suo ritrovamento, Ötzi continua a sorprendere. La mummia naturale più antica d'Italia — l'Uomo venuto dal ghiaccio, vissuto circa 5.300 anni fa nell'Età del Rame — non è un reperto inerte conservato sotto vetro, ma un vero e proprio sistema biologico ancora attivo. Lo rivela uno studio dell'Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research di Bolzano, pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome e rilanciato dall'ANSA il 3 giugno 2026.

I ricercatori hanno mappato il microbioma della mummia, cioè l'insieme dei microrganismi che la abitano, scoprendo che accanto al DNA antico convivono comunità di batteri e lieviti tuttora vitali, adattati alle condizioni estreme di freddo in cui il corpo si è conservato per cinque millenni.

Chi era l'Uomo venuto dal ghiaccio

Ötzi fu scoperto nel 1991 da due escursionisti tedeschi sul ghiacciaio del Similaun, al Giogo di Tisa, a 3.210 metri di quota, sul confine tra Alto Adige e Tirolo austriaco. Le perizie stabilirono che il corpo si trovava in territorio italiano, e oggi la mummia è custodita al Museo Archeologico dell'Alto Adige di Bolzano, in una cella climatizzata che riproduce le condizioni del ghiacciaio. Le indagini di questi decenni hanno raccontato una storia minuziosa: Ötzi morì intorno ai 45 anni, ucciso da una freccia che gli recise un'arteria, dopo aver consumato un ultimo pasto a base di carne di stambecco e cervo.

Mappa che ricostruisce gli ultimi giorni e gli spostamenti di Ötzi sulle Alpi
La ricostruzione degli ultimi giorni di Ötzi prima della morte sul ghiacciaio. Credit: Wikimedia Commons, CC BY-SA.

Cosa ha trovato il nuovo studio

Per leggere il "paesaggio microbico" della mummia, il team di Eurac ha combinato tecniche di metagenomica di nuova generazione: sequenziamento shotgun, analisi degli ampliconi, assemblaggio del genoma e isolamento diretto dei microrganismi vivi. I risultati distinguono due strati. Il microbioma antico è dominato da batteri del genere Clostridium e comprende specie come Romboutsia hominis, Ruminococcus bromii e Treponema succinifaciens, alcuni dei quali tipici dell'intestino umano. Accanto a questo, gli studiosi hanno individuato DNA più recente, frutto della continua interazione tra il corpo e l'ambiente del museo e del laboratorio.

La sorpresa maggiore riguarda i lieviti. Ne sono stati isolati di vivi dalla pelle, dall'acqua di fusione interna alla mummia e dal contenuto dello stomaco: si tratta di ceppi altamente specializzati e resistenti al freddo, capaci di prosperare a basse temperature. I ricercatori hanno persino avviato test per valutarne possibili impieghi biotecnologici, ad esempio nella panificazione.

Una mummia "dinamica" da proteggere

Il messaggio scientifico più importante è concettuale: la mummia non va pensata come un oggetto fermo nel tempo, ma come un ecosistema vivo, in equilibrio delicato con l'ambiente. Conoscere quali microrganismi la abitano e come si comportano è essenziale per la conservazione: un monitoraggio microbiologico costante permette di intervenire prima che proliferino specie potenzialmente dannose per i tessuti.

Non è la prima volta che il microbioma di Ötzi riscrive le conoscenze. Già nel 2016 un team guidato da Frank Maixner aveva ricostruito dallo stomaco della mummia il genoma del batterio Helicobacter pylori, in uno studio pubblicato su Science che permise di ricostruire le antiche migrazioni umane in Europa attraverso i ceppi batterici. Il lavoro del 2026 si inserisce in questa tradizione, mostrando quanto un singolo corpo conservato dal ghiaccio possa ancora insegnare.

Un archivio biologico unico al mondo

Ötzi è probabilmente l'individuo preistorico più studiato di sempre. Le ricerche di questi decenni hanno ricostruito un ritratto sorprendentemente dettagliato: aveva gli occhi castani, era intollerante al lattosio e portava sul corpo oltre sessanta tatuaggi, ottenuti incidendo la pelle e strofinandovi carbone, spesso in corrispondenza di articolazioni sofferenti, tanto da far ipotizzare una forma primitiva di terapia del dolore. Trasportava un'ascia con lama di rame quasi puro, segno di uno status sociale elevato, un arco non ancora finito e un kit per accendere il fuoco.

Ogni nuova tecnica di analisi, applicata a questo corpo, restituisce informazioni che riguardano un'intera epoca. Il microbioma appena mappato non racconta solo la storia di un singolo uomo, ma offre una finestra sui microrganismi che convivevano con gli esseri umani dell'Età del Rame e sull'ambiente alpino di cinquemila anni fa. È il motivo per cui gli scienziati parlano di Ötzi come di un vero e proprio archivio biologico: un solo reperto che continua a generare dati su alimentazione, salute, migrazioni e tecnologia di una società scomparsa. Conservata a Bolzano in condizioni rigorosamente controllate, la mummia è anche un caso esemplare di come ricerca scientifica e tutela del patrimonio possano procedere insieme: ogni prelievo è minimo e mirato, e i dati del monitoraggio microbiologico servono tanto alla scienza quanto alla sopravvivenza fisica del corpo nei decenni a venire.

Il caso di Ötzi mostra anche quanto la conservazione di un reperto sia una sfida permanente: ogni intervento, ogni spostamento, ogni prelievo va valutato con cautela per non alterare l'equilibrio raggiunto in migliaia di anni di ghiaccio. Conoscere i microrganismi che lo abitano significa, in pratica, saperlo proteggere meglio dalle minacce biologiche.

Per la ricerca italiana, e in particolare per il polo altoatesino di Eurac Research, è un'ulteriore conferma di leadership nello studio delle mummie. E per il pubblico è un'immagine potente: a cinque millenni di distanza, sul corpo di un uomo del Neolitico, la vita microscopica non si è mai del tutto fermata.

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