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Pompei, lo scheletro di un equide riemerge nei Casti Amanti

Nell'Insula dei Casti Amanti gli archeologi hanno trovato i resti integri di un asino o cavallo travolto dall'eruzione del 79 d.C.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Affresco con scena di banchetto dalla Casa dei Casti Amanti a Pompei
Affresco con scena di banchetto dalla Casa dei Casti Amanti a Pompei

A Pompei il passato continua a riaffiorare. Nel giugno 2026 gli archeologi che lavorano nell'Insula dei Casti Amanti hanno annunciato il ritrovamento dello scheletro integro di un equide — un asino o un cavallo — rimasto sepolto per quasi venti secoli sotto i materiali piroclastici dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. I resti si trovavano in un ambiente adibito alla lavorazione del pane, una circostanza che racconta molto della vita quotidiana della città nel momento esatto della catastrofe.

Dove e cosa è stato trovato

L'Insula dei Casti Amanti è uno dei comparti più studiati e affascinanti di Pompei, celebre per gli affreschi che le danno il nome, raffiguranti coppie a banchetto. L'animale è stato rinvenuto in un locale collegato a un'attività di panificazione. Nel mondo romano gli equidi fornivano la forza motrice per girare le grandi macine di pietra a forma di clessidra che trasformavano il grano in farina: erano, di fatto, il "motore" dei panifici urbani, animali da lavoro preziosi e quotidianamente impiegati.

Lo scheletro, descritto come integro, offre quindi una testimonianza diretta del legame tra l'economia del pane e il lavoro animale nella Pompei del I secolo. È plausibile che la bestia sia morta proprio durante l'eruzione, forse mentre cercava riparo all'interno del fornaio, intrappolata insieme agli esseri umani che con essa condividevano gli spazi di lavoro.

Veduta panoramica delle rovine di Pompei con il Vesuvio sullo sfondo
Le rovine di Pompei con il Vesuvio sullo sfondo: l'eruzione del 79 d.C. sigillò la città e i suoi abitanti. Credit: Yair Haklai, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

La bioarcheologia trasforma lo scavo

Il ritrovamento non vale solo per l'oggetto in sé, ma soprattutto per il metodo con cui viene studiato. Il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei non si limita più a recuperare e catalogare i reperti: li analizza con gli strumenti della bioarcheologia, la disciplina che applica le scienze della vita ai materiali archeologici.

Sullo scheletro dell'equide vengono condotte analisi osteologiche per stabilire la specie esatta, l'età e lo stato di salute dell'animale; indagini archeobotaniche sui microresti vegetali associati; e soprattutto studi sul DNA antico (aDNA) e sugli isotopi stabili, che permettono di ricostruire l'alimentazione e la provenienza geografica della bestia. Sapere cosa mangiava e da dove veniva un singolo asino può rivelare molto sulle reti commerciali e sull'allevamento dell'epoca.

Le parole del direttore

Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, Pompei "non è più soltanto un museo a cielo aperto": grazie a queste tecnologie il sito diventa un laboratorio vivo, in cui ogni reperto biologico aggiunge un tassello alla comprensione della vita — e della morte — degli antichi pompeiani. È un cambio di paradigma: l'archeologia non recupera più solo oggetti d'arte e architetture, ma informazioni genetiche, chimiche e ambientali che fino a pochi anni fa sarebbero andate perdute. Le attività di scavo e ricerca sono documentate sul sito ufficiale del Parco Archeologico di Pompei.

Un 2026 ricco di scoperte

Il ritrovamento dell'equide si inserisce in una stagione particolarmente fertile per gli scavi pompeiani. Da alcuni anni il team del Parco indaga sistematicamente la Regio IX, un'ampia area che ha restituito ambienti con pareti ancora intonacate, mosaici pavimentali, larari domestici con statuine votive e tracce di pasti interrotti dall'eruzione. Ogni campagna di scavo aggiunge dettagli al quadro di una città fotografata, suo malgrado, nell'istante della fine. Notizie e comunicati ufficiali vengono diffusi anche dal Ministero della Cultura, che coordina le attività di tutela e valorizzazione del sito patrimonio dell'UNESCO.

Perché conta

Ogni nuovo reperto biologico di Pompei è un documento storico a tutti gli effetti. Lo scheletro di un equide nel retro di un fornaio non è soltanto un animale morto: è la prova materiale di come si organizzava la produzione alimentare, di quali animali si utilizzassero, di come fossero nutriti e da dove provenissero. Combinando l'archeologia tradizionale con la genetica e la geochimica, i ricercatori stanno riscrivendo la storia quotidiana della città sepolta, restituendo voce non solo agli uomini, ma anche agli animali che condivisero con loro l'ultimo, drammatico giorno del 79 d.C.

Animali e uomini nell'ultimo giorno

Pompei ci ha abituati a immagini potenti: i calchi in gesso degli abitanti sorpresi dalla morte, ottenuti colando il materiale negli spazi lasciati dai corpi decomposti. Anche gli animali fanno parte di questa memoria. In passato gli scavi avevano già restituito i resti di cani, muli e cavalli, testimoni silenziosi della catastrofe. Il nuovo equide dei Casti Amanti si aggiunge a questa galleria, ma con una differenza fondamentale: oggi disponiamo di strumenti che permettono di farlo "parlare" molto più dei reperti del passato.

L'analisi degli isotopi nelle ossa e nei denti, per esempio, può indicare se l'animale fosse nato in zona o fosse stato importato da un'altra regione; lo studio del DNA può chiarirne la specie e perfino il sesso. Sono informazioni che trasformano un singolo scheletro in una finestra sull'economia, sui commerci e sull'allevamento dell'Italia romana, rendendo questo ritrovamento molto più di una semplice curiosità.

Pompei resta così, a quasi due secoli e mezzo dall'inizio degli scavi sistematici, uno dei laboratori archeologici più avanzati al mondo. Non perché smetta di restituire tesori, ma perché continua a reinventare il modo in cui quei tesori vengono interrogati. Lo scheletro di un umile animale da soma, sepolto accanto a una macina di pietra, può oggi raccontare una storia che gli archeologi dell'Ottocento non avrebbero nemmeno immaginato di poter ascoltare.

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