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Pinguini africani: collegano suoni gravi a oggetti grandi
Uno studio dell'Università di Torino dimostra per la prima volta in un uccello l'associazione tra altezza del suono e dimensione.

Un suono grave evoca qualcosa di grande, un suono acuto qualcosa di piccolo. Per noi è quasi automatico: lo facciamo quando associamo il rombo di un motore a un veicolo imponente o il cinguettio a un uccellino. Ora uno studio italiano dimostra che anche i pinguini africani (Spheniscus demersus) condividono questa capacità di collegare l'altezza di un suono alla dimensione di un oggetto. La ricerca, pubblicata a giugno 2026 sulla rivista Annals of the New York Academy of Sciences, è firmata dal gruppo dell'Università di Torino ed è la prima a documentare questo tipo di associazione "intersensoriale" in un uccello.
Cosa hanno scoperto i ricercatori di Torino
Lo studio nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell'Università di Torino, l'Université Jean-Monnet di Saint-Étienne e il parco Zoomarine di Roma. Il gruppo è guidato dalla prima autrice Francesca Terranova, insieme a Luigi Baciadonna, docente di psicologia comparata, e a Livio Favaro, zoologo che da anni studia la comunicazione vocale di questi animali. Come spiega il portale dell'Università di Torino dedicato alle ricerche sui pinguini, l'ateneo ha alle spalle una lunga linea di lavoro sul "linguaggio" di questi uccelli.
I pinguini sono stati addestrati ad associare suoni gravi a oggetti grandi e suoni acuti a oggetti piccoli. La prova decisiva è arrivata quando gli animali hanno applicato spontaneamente questa regola anche a oggetti e suoni del tutto nuovi, mai incontrati prima: segno che non avevano memorizzato singole coppie, ma colto una corrispondenza astratta tra il mondo del suono e quello delle dimensioni.
Perché un pinguino dovrebbe "ragionare" così?
La spiegazione che propongono gli autori è evolutiva e affascinante. In natura esiste una regolarità fisica: gli animali e gli oggetti grandi tendono a produrre suoni più gravi, perché hanno corde vocali e cavità di risonanza più ampie; quelli piccoli emettono suoni più acuti. Un cervello capace di sfruttare questa correlazione possiede un vantaggio adattativo: può stimare le dimensioni di un altro animale – un rivale, un partner, un predatore – semplicemente ascoltandone la voce, anche senza vederlo.
Per i pinguini africani questo conta moltissimo. Vivono in colonie affollate e rumorose, dove riconoscere il proprio partner o il proprio pulcino in mezzo a centinaia di simili, magari al buio o tra la calca, è una questione di sopravvivenza. La capacità di integrare informazioni provenienti da sensi diversi – udito e vista – rende il riconoscimento più rapido e affidabile.
Un ponte tra noi e gli altri animali
Associazioni di questo tipo, definite cross-modali, erano state documentate negli esseri umani e in alcuni mammiferi, ma mai in modo così chiaro in un uccello. Negli umani il fenomeno è imparentato con il celebre effetto bouba/kiki, per cui tendiamo ad abbinare suoni "morbidi" a forme arrotondate e suoni "spigolosi" a forme appuntite. Trovare un meccanismo analogo in una specie filogeneticamente lontana suggerisce che queste corrispondenze tra i sensi non siano un'esclusiva umana, ma una soluzione cognitiva antica e diffusa, radicata nelle regolarità del mondo fisico.
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca che l'équipe torinese porta avanti da tempo: in precedenza il gruppo di Favaro aveva mostrato che i versi dei pinguini africani seguono alcune regolarità statistiche tipiche dei linguaggi umani, come la tendenza delle parole più usate a essere più brevi, descritte in lavori pubblicati su riviste internazionali del gruppo Biology Letters della Royal Society.
Una specie da proteggere
C'è un risvolto che rende questa ricerca ancora più importante. Il pinguino africano è una specie in pericolo critico di estinzione secondo la Lista Rossa IUCN: la sua popolazione è crollata drasticamente negli ultimi decenni a causa della pesca eccessiva, dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici. Studiare la sua sofisticata vita cognitiva e sociale non è solo un esercizio accademico: aiuta a comprendere quanto sia complesso e prezioso ciò che rischiamo di perdere. Ricerche come quella torinese ricordano che anche un uccello che non vola custodisce abilità mentali che fino a poco fa credevamo riservate a noi, e che la biodiversità è anche una biodiversità di intelligenze.
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