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Come fa il camaleonte a cambiare colore? Il segreto è nei nanocristalli

Non si tratta di pigmenti che si mescolano, ma di minuscoli cristalli che il rettile riorganizza per modulare la luce riflessa.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Un camaleonte dai colori vivaci appoggiato a un ramo
Un camaleonte dai colori vivaci appoggiato a un ramo

Il camaleonte è forse l'emblema mondiale del trasformismo: nel linguaggio comune "essere un camaleonte" significa cambiare aspetto e opinione a seconda delle circostanze. Ma come fa davvero, dal punto di vista biologico, a passare dal verde al giallo acceso, dal turchese al rosso? Per molto tempo la risposta è stata semplicistica e, in buona parte, sbagliata. La verità, svelata da uno studio del 2015, è molto più affascinante e ha a che fare con la nanotecnologia naturale.

Lo sfata-mito: non è per mimetizzarsi

La prima convinzione da archiviare è che i camaleonti cambino colore soprattutto per confondersi con l'ambiente. In realtà il loro colore "di riposo" è già spesso ben mimetizzato tra le foglie; i cambiamenti più spettacolari servono soprattutto alla comunicazione sociale e alla termoregolazione. Un maschio che sfida un rivale o corteggia una femmina accende colori vivaci per inviare un messaggio, mentre toni più scuri assorbono calore quando l'animale ha bisogno di scaldarsi. Il colore, insomma, è un linguaggio e un termostato, più che un mantello dell'invisibilità.

Pigmenti, ma non solo

Nella pelle dei rettili e di molti animali esistono cellule chiamate cromatofori, contenenti pigmenti come la melanina (toni scuri) o i carotenoidi (gialli e rossi). Spostando questi pigmenti gli animali possono scurirsi o schiarirsi. Ma i colori brillanti e cangianti del camaleonte — i blu e i verdi metallici — non possono essere spiegati solo così, perché in natura i pigmenti blu sono rarissimi. Doveva esserci dell'altro.

Primo piano della pelle iridescente di un camaleonte verde
I colori cangianti del camaleonte nascono dalla luce riflessa da reticoli di nanocristalli, non solo dai pigmenti. Foto: Roman Biernacki / Pexels.

La scoperta dei "cristalli fotonici" viventi

Nel 2015 un gruppo di ricercatori dell'Università di Ginevra guidato da Michel Milinkovitch ha risolto l'enigma in uno studio pubblicato su Nature Communications. Analizzando il camaleonte pantera (Furcifer pardalis), hanno individuato sotto i cromatofori uno strato di cellule speciali, gli iridofori, contenenti minuscoli cristalli di guanina disposti in un reticolo ordinatissimo. Questi nanocristalli funzionano come un cristallo fotonico: riflettono solo certe lunghezze d'onda della luce a seconda della distanza che li separa.

Ed è qui il colpo di genio dell'evoluzione: il camaleonte può attivamente variare la spaziatura di quel reticolo. Quando la pelle è rilassata, i cristalli sono vicini e riflettono lunghezze d'onda corte (i blu e i verdi); quando l'animale si eccita e la pelle si tende, i cristalli si allontanano e il reticolo riflette lunghezze d'onda più lunghe (gialli, arancioni, rossi). Non sono i pigmenti a muoversi: è la geometria nanometrica della struttura a cambiare, modulando la luce come farebbe uno specchio intelligente.

Due strati, due funzioni

Lo studio ha rivelato anche un secondo strato, più profondo, di iridofori con cristalli più grandi e disordinati che riflettono la luce infrarossa. Questo strato non contribuisce al colore visibile ma probabilmente aiuta a gestire il calore, proteggendo l'animale dall'irraggiamento solare. Il camaleonte possiede quindi un sistema a due livelli: uno per "parlare" con i colori, l'altro per difendersi dal sole. È un esempio raffinatissimo di come la natura abbia inventato la fotonica milioni di anni prima degli ingegneri umani.

Occhi rotanti e lingue balistiche

Il cambio di colore è solo una delle meraviglie del camaleonte. Questi rettili, di cui esistono oltre 200 specie concentrate soprattutto in Madagascar e in Africa, possiedono occhi che ruotano in modo indipendente l'uno dall'altro, garantendo una visione quasi a 360 gradi: ciascun occhio può seguire una preda diversa, salvo poi convergere entrambi sul bersaglio nel momento dell'attacco. E l'attacco è fulmineo: la lingua, più lunga del corpo, viene proiettata fuori con un'accelerazione esplosiva, colpendo l'insetto in pochi centesimi di secondo grazie a un meccanismo elastico paragonabile a una fionda biologica. Anche le zampe, a forma di pinza, e la coda prensile fanno del camaleonte un arrampicatore specializzato.

Chi comanda il colore

Un altro aspetto affascinante riguarda il controllo del cambiamento. La trasformazione cromatica non è casuale né puramente passiva: è regolata dal sistema nervoso e da segnali ormonali legati allo stato emotivo e fisiologico dell'animale. Paura, aggressività, corteggiamento, temperatura e persino la luce ambientale possono innescare la riorganizzazione dei nanocristalli negli iridofori. In pratica, lo "stato d'animo" del camaleonte si traduce quasi istantaneamente in una nuova combinazione di colori, rendendo la sua pelle una sorta di schermo che mostra al mondo le sue intenzioni.

Una lezione di bioispirazione

Il meccanismo del camaleonte è radicalmente diverso da quello di altri grandi trasformisti come polpi e seppie, che modulano i loro colori espandendo e contraendo sacche di pigmento. Capire come un rettile riesca a cambiare struttura ottica in tempo reale interessa moltissimo la scienza dei materiali: schermi flessibili, tessuti che cambiano tinta, sensori e superfici "intelligenti" potrebbero un giorno ispirarsi proprio a questi reticoli viventi. Il vecchio cliché del camaleonte che si confonde con lo sfondo, insomma, nasconde una realtà ben più sorprendente: un piccolo laboratorio di nanotecnologia che cammina sui rami. La prossima volta che vedrete un camaleonte virare dal verde al rosso, ricordate che non sta cambiando "vernice", ma sta riconfigurando un reticolo di cristalli più sottile di un millesimo di millimetro — un prodigio di ingegneria ottica nato dall'evoluzione e ancora oggi capace di insegnarci qualcosa.

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