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Psicologia

La maledizione della conoscenza: perché chi sa spiega sempre male

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Due persone che conversano sedute a un tavolo, una sembra non comprendere l'altra
Due persone che conversano sedute a un tavolo, una sembra non comprendere l'altra

La maledizione della conoscenza (in inglese curse of knowledge) è uno dei bias cognitivi più subdoli che condizionano la nostra comunicazione: una volta che impariamo qualcosa, diventa quasi impossibile ricordare com'era non saperlo. Chi possiede un'informazione tende a sopravvalutare quanto la capiscano gli altri, e finisce per spiegare in modo oscuro convinto di essere chiarissimo. È il motivo per cui l'esperto borbotta «è ovvio!» mentre l'interlocutore non ha capito nulla. In questo articolo vediamo da dove nasce il concetto, l'esperimento che lo ha reso celebre e come difendersi.

L'esperimento dei «tappers and listeners»

La dimostrazione più elegante del fenomeno arriva da uno studio condotto nel 1990 dalla psicologa Elizabeth Newton per la sua tesi di dottorato alla Stanford University. Newton divise i partecipanti in due ruoli: i «tappers» (i battitori) e i «listeners» (gli ascoltatori). A ciascun battitore veniva data una lista di canzoni notissime, come gli inni nazionali o «Tanti auguri a te». Il compito era scegliere un brano e tamburellarne il ritmo sul tavolo con le dita; l'ascoltatore doveva indovinare il titolo.

Prima di iniziare, Newton chiedeva ai battitori di stimare quante volte gli ascoltatori avrebbero indovinato. La previsione media era ottimistica: circa il 50%. La realtà fu impietosa. Su 120 brani tamburellati, gli ascoltatori ne indovinarono solo 3, cioè il 2,5%. Mentre batteva, ogni tapper sentiva nella propria testa la melodia completa, con strumenti e parole; l'ascoltatore percepiva invece una serie di colpi sconnessi, simili a un codice Morse incomprensibile. Il battitore, «maledetto» dalla conoscenza della canzone, non riusciva più a immaginare quel silenzio musicale.

Quando conosciamo già la risposta, ci sembra impossibile che gli altri non la vedano. Eppure, dall'altra parte, c'è solo rumore.

Chi ha coniato il termine

L'espressione «curse of knowledge» fu coniata nel 1989 dagli economisti Colin Camerer, George Loewenstein e Martin Weber in un articolo pubblicato sul Journal of Political Economy (vol. 97, n. 5, pp. 1232-1254). Studiando i mercati, i tre ricercatori notarono un fatto controintuitivo: gli agenti meglio informati non riescono a ignorare le proprie informazioni private, neppure quando farlo sarebbe nel loro interesse. In altre parole, più informazioni non equivalgono sempre a decisioni migliori. Le loro analisi sperimentali, raccolte anche negli archivi del Caltech, mostrarono che le forze di mercato riducono il bias di circa il 50%, ma non lo eliminano. Le implicazioni toccano la contrattazione, i rapporti tra principale e agente e le scelte in condizioni di incertezza.

Teoria della mente e hindsight bias

La maledizione della conoscenza è strettamente legata alla teoria della mente, cioè la capacità di rappresentarsi gli stati mentali altrui (credenze, desideri, conoscenze) come distinti dai propri. Quando questa capacità viene «sporcata» da ciò che già sappiamo, proiettiamo le nostre conoscenze sugli altri, dando per scontato che condividano il nostro sapere.

C'è inoltre un parente stretto: il senno di poi, o hindsight bias. Negli anni Settanta lo psicologo Baruch Fischhoff (1975) dimostrò che, una volta conosciuto l'esito di un evento, le persone non riescono più a ricostruire accuratamente quanto fosse incerto in precedenza: restano «ancorate» allo stato mentale informato. La maledizione della conoscenza è la versione applicata alla comunicazione di questo stesso meccanismo: l'incapacità di tornare a una mente «ingenua».

Insegnante davanti a una lavagna spiega a una classe di studenti
Nella didattica, l'esperto fatica a immaginare le difficoltà di chi sta imparando da zero. Foto: Max Fischer / Pexels

Dove colpisce: scuola, scrittura, management, design

Gli effetti pratici di questo bias sono ovunque. Vediamoli ambito per ambito.

Insegnamento

L'esperto di una materia ha automatizzato passaggi che per il principiante sono ostacoli enormi. Salta gli anelli intermedi del ragionamento perché li ritiene «scontati», e lo studente si perde. Non a caso, come ricorda anche un'analisi di Evidence Based Education, la maledizione della conoscenza è un bias che ogni docente dovrebbe conoscere.

Scrittura

Lo psicolinguista Steven Pinker, nel suo manuale di stile The Sense of Style (2014), indica proprio la maledizione della conoscenza come la causa principale della prosa accademica e burocratica incomprensibile: chi scrive usa gergo e abbreviazioni dimenticando che il lettore non ha la sua mappa mentale.

Management e leadership

Nel celebre articolo «The Curse of Knowledge» pubblicato sull'Harvard Business Review nel dicembre 2006, Chip e Dan Heath (autori del libro «Made to Stick» / «Idee che resistono») mostrano come molte strategie aziendali falliscano perché i dirigenti le formulano con slogan astratti come «deliziare il cliente». Per loro è cristallino, sintesi di anni di esperienza; per chi sta in prima linea è solo una frase vuota. La Harvard Business School dedica al tema guide specifiche per i manager.

Design e prodotti

Il progettista che ha disegnato un'interfaccia la trova «ovvia» perché ne conosce ogni logica nascosta. L'utente, che la vede per la prima volta, non trova il pulsante. È il classico «è ovvio!» che condanna tanti prodotti a essere usabili solo da chi li ha creati.

Persona con espressione confusa che si tocca la testa davanti a un foglio
Dall'altra parte della comunicazione c'è spesso solo confusione. Foto: Anna Shvets / Pexels

Non confonderlo con altri bias

La maledizione della conoscenza va tenuta distinta da due fenomeni simili. L'effetto spotlight è la tendenza a sopravvalutare quanto gli altri notino il nostro aspetto o i nostri errori (ci sentiamo osservati più di quanto siamo). Il falso consenso è invece la tendenza a credere che gli altri condividano le nostre opinioni e i nostri gusti. La maledizione della conoscenza riguarda specificamente le informazioni: sopravvalutiamo quanto gli altri sappiano, non quanto ci osservino o ci approvino.

Come contrastarla

Il bias è resistente: spiegarlo, chiedere di mettersi nei panni altrui o offrire incentivi economici si è rivelato poco efficace. Tuttavia, alcune strategie aiutano davvero:

  • Testare con persone reali. Far leggere un testo o provare un prodotto a chi non lo conosce è il rimedio più affidabile: rivela i punti oscuri che noi non vediamo più.
  • Usare il concreto. Esempi, storie e immagini riducono l'astrazione che alimenta il malinteso.
  • Esplicitare i passaggi. Nell'insegnamento, scomporre il ragionamento negli anelli intermedi che per noi sono automatici.
  • Chiedere un riassunto. Far ripetere all'interlocutore ciò che ha capito, invece di domandare «è chiaro?».
  • Ridurre il gergo. Sostituire sigle e termini tecnici con parole condivise, secondo quanto suggerito anche da fonti come Wikipedia.

Riconoscere la maledizione della conoscenza è già un primo passo: ci ricorda che essere chiari non dipende da quanto sappiamo, ma da quanto sappiamo dimenticare di sapere. La prossima volta che state per dire «è ovvio», fermatevi: per chi vi ascolta, forse, è ancora solo un tamburellio sul tavolo.

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