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Corpo Umano

Prosopagnosia: il 2,5% delle persone non riconosce i volti — anche quello della propria madre

Da Brad Pitt a Oliver Sacks fino a Jane Goodall, il disturbo della cecità ai volti coinvolge un'area precisa del cervello: il giro fusiforme della corteccia temporale.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto in bianco e nero in lunga esposizione di un giovane con i capelli scuri
Ritratto in bianco e nero in lunga esposizione di un giovane con i capelli scuri

Nel 2022, in un'intervista a GQ, Brad Pitt confessò qualcosa che da anni dava un tono curioso ai suoi incontri sociali: 'non riconosco i volti'. La frase, banale in apparenza, descrive un disturbo neurologico vero, con nome scientifico preciso e un substrato anatomico noto. Si chiama prosopagnosia — dal greco prósopon (volto) e agnōsía (mancato riconoscimento) — e coinvolge, secondo gli ultimi dati epidemiologici, circa una persona su 40, ovvero il 2,5% della popolazione mondiale.

Chi ha la prosopagnosia non vede male: nessun deficit nelle vie ottiche, niente cataratta, niente daltonismo. Vede gli occhi, il naso, la bocca, i contorni del viso, la pelle e le rughe. Ma il suo cervello non integra questi elementi in un'identità riconoscibile. Un volto, due secondi dopo, è dimenticato. Lo stesso volto rivisto un'ora dopo è 'nuovo'. Lo stesso volto della moglie, della madre, del figlio, può essere percepito come 'una persona generica' se incontrato in un contesto inatteso.

Cosa scopre Bodamer nel 1947

Il termine fu coniato nel 1947 dal neurologo tedesco Joachim Bodamer, sulla base di tre pazienti reduci dalla Seconda guerra mondiale con ferite alla regione occipito-temporale destra. Pubblicò il caso emblematico di un giovane di 24 anni, ex sottotenente, che dopo un colpo di pallottola alla nuca continuava a non riconoscere i volti dei propri genitori. Funzionava tutto il resto: leggeva, scriveva, riconosceva l'auto del padre dal modello, identificava la mucca della stalla dalla macchia bianca sul fianco. I volti no.

Il giro fusiforme: dove il cervello fa i volti

Bodamer non lo sapeva, ma ci aveva già azzeccato l'area: la zona ferita era proprio il giro fusiforme del lobo temporale inferiore, una struttura allungata che il neurologo Justine Sergent identificò nel 1992 con la risonanza magnetica funzionale come 'specializzata nei volti'. Nel 1997 Nancy Kanwisher al MIT pubblicò il paper che le diede un nome: Fusiform Face Area (FFA). Quando un soggetto sano guarda un volto la FFA si accende; quando guarda una mano, una macchina o un cane, no.

Animazione del giro fusiforme nel cervello umano
Il giro fusiforme (in rosso) nella superficie ventrale del lobo temporale: ospita la Fusiform Face Area scoperta da Kanwisher. Credit: Daniel Sabinasz / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Due tipi diversi

Si distinguono due forme: l'acquisita, conseguente a un danno cerebrale (ictus, trauma, tumore, intervento di lobectomia), e la congenita o evolutiva, presente fin dall'infanzia senza danno strutturale identificabile. La forma acquisita è rara; la congenita è quella che oggi sappiamo essere relativamente comune. Studi di gemelli condotti da Brad Duchaine al Dartmouth College mostrano un'ereditabilità intorno al 70%: una buona parte è scritta nel DNA.

I prosopagnosici congeniti spesso non sanno di esserlo: pensano che 'siamo tutti così, riconosciamo le persone dalla voce, dal taglio di capelli, dall'andatura'. Quando sentono parlare del disturbo per la prima volta, molti realizzano che la loro vita sociale è sempre stata costellata di gaffe — la mancata risposta al saluto della collega, il non aver riconosciuto un parente al ristorante. Brad Pitt ha raccontato di aver sviluppato negli anni una reputazione di 'snob' perché spesso non rispondeva ai sorrisi delle persone — semplicemente non le riconosceva.

Ritratto in bianco e nero di un volto in lieve sfocatura
Una persona con prosopagnosia non vede 'sfocato': vede ogni dettaglio chiaramente, ma il cervello non li integra in un'identità riconoscibile. Credit: Nothing Ahead / Pexels.

Oliver Sacks: il neurologo che non riconosceva sé stesso

Pochi hanno raccontato la prosopagnosia dall'interno come Oliver Sacks, il neurologo britannico-americano autore di L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985). Era un caso conclamato: non riconosceva il proprio assistente, non riconosceva sé stesso nelle vetrine, una volta a New York fu visto attraversare un parco senza salutare un cugino che gli passava davanti. Nel libro autobiografico Face Blind, pubblicato sul New Yorker nel 2010, riconobbe che il proprio fratello David soffrisse della stessa condizione e che probabilmente fosse familiare. Sacks raccontava che si presentava a riunioni con la moglie chiedendole, sotto voce, di dirgli i nomi delle persone che gli si avvicinavano.

Le tre persone famose

Oltre a Pitt e Sacks, è documentato che ne abbia sofferto Jane Goodall, la primatologa che però riconosceva benissimo gli scimpanzé del Gombe. È una distinzione interessante: la FFA è specializzata sui volti conspecifici, ovvero della propria specie, e in chi ha un addestramento intensivo su una categoria (cani per i giudici cinofili, uccelli per gli ornitologi, scimpanzé per Goodall) sviluppa anche sotto-categorie. La prosopagnosia colpisce il modulo umano principale ma può lasciare integri quelli accessori.

Diagnosi e (assenza di) cura

Lo strumento clinico più usato è il Cambridge Face Memory Test, sviluppato da Duchaine e Nakayama nel 2006. Si presentano 72 volti maschili anonimi, di cui il soggetto deve ricordare e riconoscere 6 in serie sempre più difficili. Punteggi sotto il 65% (su 100) sono diagnostici. Non esiste una terapia: le strategie sono di compensazione (memorizzare gli occhiali, l'orecchino, la voce, la posizione abituale nell'ufficio). Su questo, però, la ricerca è ancora aperta: alcuni studi recenti sul training percettivo intensivo, pubblicati nel 2022 da Edwin Burns alla Edinburgh Napier University, mostrano miglioramenti modesti ma reali nei bambini sotto i dodici anni, suggerendo che la plasticità della FFA non sia chiusa.

Perché ce ne occupiamo

La prosopagnosia ha avuto, nella storia delle neuroscienze, lo stesso ruolo che le afasie di Broca e Wernicke hanno avuto nel linguaggio: ha provato che esistono moduli cerebrali specifici, geneticamente programmati, dedicati a una funzione precisa. Riconoscere il volto di un genitore, capire l'identità di chi ci sta di fronte, è una di queste funzioni cardinali, sostenuta da circa 400 millimetri quadrati di corteccia. Quando funzionano, non ce ne accorgiamo; quando no, scopriamo quanto siamo fatti di moduli.

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