Curiosità
Damnatio memoriae: quando Roma cancellava una persona
Statue abbattute, nomi scalpellati, volti raschiati via: come l'antica Roma (e prima l'Egitto) condannava qualcuno all'oblio, e perche il piano spesso falliva.

Immaginate di essere così potenti da poter ordinare allo Stato di dimenticare qualcuno: cancellarne il nome dalle pietre, distruggerne le statue, vietare persino di pronunciarlo. L'antica Roma aveva un nome moderno per questa pena: damnatio memoriae, la "condanna della memoria". Era la sanzione più radicale che il Senato potesse infliggere a un imperatore caduto in disgrazia o a un nemico dello Stato: non solo togliergli la vita, ma cancellarlo dalla storia ufficiale. Eppure, come vedremo, proprio l'atto di voler far sparire qualcuno spesso lo ha reso immortale.
Che cosa significava davvero "damnatio memoriae"
Il termine damnatio memoriae non era usato dai Romani: è una formula coniata dagli studiosi moderni. Il decreto che il Senato approvava si chiamava abolitio nominis, l'abolizione del nome. Come ricorda il vocabolario Treccani, era una "condanna, che si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto".
Gli strumenti erano concreti e burocratici. Le statue venivano abbattute, decapitate o ritagliate; i nomi venivano scalpellati via dalle iscrizioni pubbliche; le monete con l'effigie del condannato venivano ritirate o sfregiate; i documenti ufficiali venivano emendati. L'Enciclopedia Britannica sottolinea un dettaglio paradossale: spesso i Romani non occultavano la cancellazione, ma la lasciavano visibile. Un volto raschiato, un nome scalpellato che lascia un vuoto sulla pietra: la lacuna stessa diventava un monito permanente, un marchio di infamia che tutti potevano vedere.
Il caso più celebre: Geta cancellato dal Tondo dei Severi
Nessun oggetto racconta questa pratica meglio del Tondo dei Severi, conservato all'Altes Museum di Berlino. È una delle rarissime pitture su tavola sopravvissute dall'antichità (circa 199-200 d.C.) e ritrae la famiglia imperiale al completo: Settimio Severo, la moglie Giulia Domna e i due figli, Caracalla e Geta. Solo che dei quattro volti se ne contano tre: quello di Geta è stato completamente raschiato via, ridotto a una macchia informe.
La cronologia spiega la cancellatura. Settimio Severo morì il 4 febbraio 211 d.C. lasciando i due fratelli come coreggenti. Ma l'odio tra loro era profondo: alla fine del 211, Caracalla fece assassinare Geta e migliaia dei suoi sostenitori, poi impose contro il fratello la damnatio memoriae. Si racconta che fosse vietato persino pronunciare il nome di Geta. Sul celebre Arco di Settimio Severo nel Foro Romano, la dedica originale conteneva il nome di entrambi i figli: quello di Geta fu scalpellato e sostituito con altre parole in onore di Caracalla. La traccia di quella rasura è ancora leggibile oggi.
Da Seiano a Domiziano: una pena per i caduti
Geta non fu né il primo né l'ultimo. Già nel I secolo, il prefetto del pretorio Lucio Elio Seiano, braccio destro di Tiberio, cadde di colpo: smascherata la sua congiura, fu giustiziato il 18 ottobre 31 d.C. Le sue statue furono abbattute in tutta Roma, il suo nome cancellato dai registri pubblici e le monete coniate per il suo consolato furono ritirate o deturpate.
Il caso forse più istruttivo è quello di Domiziano. Assassinato nel 96 d.C., fu condannato dal Senato all'oblio. Gli scultori non rifecero da zero i monumenti: ne ricavarono di nuovi. I cosiddetti Rilievi della Cancelleria, oggi ai Musei Vaticani, furono rilavorati per sostituire il volto di Domiziano con quello del suo successore Nerva. Lo stesso destino toccò a Commodo dopo l'assassinio del 192 d.C.: condannato dal Senato, fu poi parzialmente "riabilitato" da Settimio Severo, segno che la memoria, a Roma, era materia politica negoziabile.
Un'idea più antica di Roma: l'Egitto dei faraoni
La cancellazione del nemico dalla memoria non nacque sul Palatino. Millenni prima, l'Egitto faraonico praticava qualcosa di simile. Il nome e l'immagine del faraone "eretico" Akhenaton, fallita la sua rivoluzione religiosa monoteista, furono sistematicamente eradicati dai monumenti dai successori, insieme a chi gli era stato vicino.
A lungo si è raccontato lo stesso anche per la regina-faraone Hatshepsut, le cui immagini furono danneggiate sotto il successore Thutmose III. Ma qui la storiografia recente invita alla prudenza: studi del 2025 mostrano che molte sue statue subirono fratture in punti deboli (collo, vita, ginocchia) coerenti con una "disattivazione" rituale, un trattamento riservato anche ad altri faraoni, e non necessariamente con un odio vendicativo. La stele di Hatshepsut e Thutmose III dei Musei Vaticani testimonia proprio questa complessa sovrascrittura della memoria regale.
Il paradosso: cancellare per rendere eterno
Qui sta l'ironia profonda della damnatio memoriae. Sappiamo che Geta esisteva proprio perché qualcuno volle cancellarlo: il vuoto sul Tondo dei Severi grida la sua assenza più forte di quanto farebbe un ritratto intatto. Conosciamo Domiziano anche grazie ai rilievi rimaneggiati che ne tradiscono la presenza originaria. Come osserva la voce damnatio memoriae della Treccani, la condanna riguardava "ogni ricordo": ma proprio per la sua spettacolarità, l'atto del cancellare lasciava una cicatrice che parla.
Una damnatio memoriae perfetta sarebbe, per definizione, invisibile: nessuno saprebbe che è avvenuta. Il fatto stesso che oggi possiamo elencare Seiano, Geta, Domiziano e Commodo dimostra il fallimento dell'operazione. Volendo togliere a queste persone la storia, Roma finì per consegnarle a una memoria ancora più tenace. La pietra scalpellata, alla fine, ricorda meglio di quella intatta.
C'è anche una ragione pratica a questo paradosso. Per cancellare un nome occorreva prima averlo inciso ovunque: archi, templi, basi di statue, monete sparse per tutto l'Impero. Un'operazione capillare era impossibile da completare, e così sopravvivevano sempre tracce e contraddizioni. Inoltre, gli storici antichi come Svetonio, Tacito e Cassio Dione raccontarono con dovizia di particolari proprio le vite dei condannati, garantendo loro una seconda esistenza fatta di parole. La memoria, insomma, si rivelò più resistente del marmo.
Resta una lezione che attraversa i secoli, dall'Egitto dei faraoni alla Roma imperiale fino alle moderne riscritture politiche della storia: il potere può provare a controllare il ricordo, ma raramente ci riesce del tutto. Ogni vuoto lasciato di proposito è, in fondo, una confessione. E spesso il modo più sicuro per consegnare qualcuno all'eternità è proprio dichiarare, ufficialmente, di volerlo dimenticare.
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