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Linee di Nazca: cento figure giganti tracciate nel deserto peruviano tra il 200 a.C. e il 600 d.C.

Colibrì, ragni, scimmie e geometrie lunghi fino a 280 metri, rivelati dall'alto nel 1927: Patrimonio UNESCO dal 1994

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Geoglifo del colibrì delle linee di Nazca, vista aerea
Geoglifo del colibrì delle linee di Nazca, vista aerea

Nel deserto della costa meridionale del Perù, fra l'oceano Pacifico e le pendici occidentali delle Ande, si estende un altopiano roccioso largo circa 450 chilometri quadrati. Vi piove pochissimo, il vento è debole e costante, le temperature notturne raffreddano la superficie senza sbalzi. È un laboratorio naturale di conservazione: oggetti depositati sulla pampa restano lì per secoli senza essere spostati. Fra il IV secolo a.C. e il VI d.C., uomini e donne della cultura Nazca hanno disegnato sul terreno più di 800 figure geometriche, 300 forme stilizzate di piante e 70 figure di animali grandi fino a 280 metri, visibili solo dall'alto. Le chiamiamo linee di Nazca.

Come sono state tracciate

La tecnica è sorprendente per semplicità. Il suolo della Pampa de Jumana è coperto di ciottoli ricchi di ossidi di ferro che, esposti al sole per migliaia di anni, si sono scuriti formando una crosta detta vernice del deserto. Spostando di lato questi ciottoli si scopre il sottosuolo più chiaro, di colore beige-rosato. Una persona con un mucchio di pietre, una corda e una giornata di tempo può tracciare una linea retta di chilometri. Le figure più grandi, come il Colibrì di 96 metri o la Scimmia di 110 metri, si tracciano per segmenti corti uniti da picchetti.

Un'analisi geometrica pubblicata su arXiv ha mostrato che molte figure sono costruite con un'unica linea continua che non si autointerseca mai — un cammino euleriano — il che lascia ipotizzare che fossero pensate per essere percorse a piedi, forse in cerimonie rituali. Le maggiori figure animali si possono camminare in una decina di minuti senza mai sovrapporre i propri passi.

Il geoglifo del colibrì delle linee di Nazca visto dall'alto
Il celebre Colibrì, lungo 96 metri, è uno dei geoglifi figurativi più conosciuti. Foto: Diego Delso (CC BY-SA 4.0).

Quando furono notate

I geoglifi erano noti agli abitanti locali ma sostanzialmente invisibili dal terreno: si percepiscono solo dall'alto, da una collina, da un aereo o da un drone. Nel 1927 l'archeologo peruviano Toribio Mejía Xesspe, in viaggio nelle vicinanze, fu il primo studioso a riconoscerne il carattere intenzionale durante una camminata da una collinetta naturale. La pubblicazione completa arrivò nel 1939 grazie a Paul Kosok, storico statunitense della Long Island University, che durante un sorvolo del 1941 notò che alcune linee si allineavano con i tramonti dei solstizi.

Kosok coniò la celebre definizione di 'libro di astronomia più grande del mondo'. Il testimone scientifico passò alla matematica e archeologa tedesca Maria Reiche (1903-1998), che dal 1946 fino alla morte dedicò la propria vita alla mappatura e alla protezione del sito, vivendo in una piccola casa sulla pampa, dormendo per anni in un sacco a pelo. Le sue misurazioni, raccolte nel libro Geheimnis der Wüste (1968), restano il riferimento di partenza per chiunque studi le linee. Una retrospettiva dello Smithsonian Magazine ne traccia il profilo.

Quanto sono antiche

La datazione delle linee è stata possibile grazie ai resti organici associati: piccoli pali di legno conficcati per tracciare le geometrie, manufatti ceramici lasciati nelle vicinanze, frammenti di tessuto ritrovati a poca distanza. Il radiocarbonio applicato a questi reperti ha permesso di collocare le linee figurative principali tra il 200 a.C. e il 600 d.C., corrispondenti alla fase di apogeo della cultura Nazca. Alcune linee geometriche più semplici risalgono già al periodo precedente di Paracas (500-200 a.C.). L'UNESCO, che ha iscritto il sito nella lista del Patrimonio dell'Umanità il 17 dicembre 1994, fornisce queste cronologie nella scheda ufficiale.

Geoglifo del ragno delle linee di Nazca, vista aerea
Il geoglifo del Ragno, lungo 46 metri, è una delle linee più note del complesso. Foto: Diego Delso (CC BY-SA 4.0).

A cosa servivano

Una delle domande aperte. Le ipotesi più accreditate si dividono in tre famiglie. La astronomica, sostenuta da Kosok e Reiche, vede le linee come calendario rituale legato al passaggio di Sole, Luna e Pleiadi. La religiosa-cerimoniale, formulata negli anni Ottanta dall'antropologo Anthony Aveni della Colgate University, le interpreta come percorsi processionali collegati al culto dell'acqua: in molti casi le linee terminano in punti dove sono state trovate offerte di conchiglie marine (in pieno deserto!), suggerendo riti di propiziazione delle piogge. La terza ipotesi, sviluppata da Johan Reinhard, lega le figure a divinità della fertilità.

Tutte queste interpretazioni convivono. Una campagna del 2022 del Nasca Project guidata da Masato Sakai dell'Università Yamagata e da Marcus Freitag (IBM Research) ha applicato algoritmi di intelligenza artificiale alle immagini satellitari ad alta risoluzione, identificando 168 nuovi geoglifi minori precedentemente invisibili, distribuiti in piccoli gruppi vicino a vecchi sentieri preispanici. Lo studio rafforza l'idea che le figure più grandi fossero parte di un sistema integrato di marcatori paesaggistici.

Le minacce

Il sito è fragile. Inondazioni, traffico illegale di motociclisti, opere infrastrutturali e atti vandalici hanno danneggiato porzioni della pampa. Nel 2014 alcuni attivisti di Greenpeace dispiegarono uno striscione vicino al geoglifo del Colibrì, lasciando impronte permanenti che danneggiarono il terreno. Da allora il Ministero della Cultura peruviano ha istituito sorveglianza con droni e satelliti. La conservazione è oggi una corsa contro il tempo: i cambi climatici stanno portando piogge anomale in una regione che da millenni non vedeva acqua.

Cosa restano oggi

Volare sopra Nazca a 200 metri di quota e vedere comparire un colibrì lungo come un palazzo di trenta piani resta una delle esperienze più disorientanti della archeologia mondiale. Maria Reiche scrisse: 'Hanno tracciato sulla terra ciò che non potevano disegnare nel cielo'. Forse è una metafora generosa. Più probabilmente, gli abitanti di Nazca volevano semplicemente lasciare ai loro dèi un disegno talmente grande da essere visto solo da chi sta in alto. Quasi duemila anni dopo, la nostra capacità di volare ci ha permesso di rispondere — per la prima volta — al loro invito.

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