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Sindrome di Kessler: come un guasto in orbita può rendere lo spazio inaccessibile

L'effetto domino dei detriti orbitali teorizzato da Donald Kessler nel 1978

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
A satellite glides over Earth showcasing dramatic cloud formations and the vast expanse of space.
A satellite glides over Earth showcasing dramatic cloud formations and the vast expanse of space.

Il 10 febbraio 2009, alle 16:56 UTC, sopra la Siberia settentrionale, il satellite per telecomunicazioni statunitense Iridium 33 si schiantò contro il satellite militare russo dismesso Kosmos 2251, viaggiando a una velocità relativa di 11,7 km/s. L'urto generò in pochi secondi oltre 2.000 frammenti tracciabili più grandi di 10 cm e decine di migliaia di schegge minori, sparpagliati su orbite differenti a 789 km di quota. Era la prima collisione accidentale tra due satelliti interi della storia, e fu la dimostrazione pratica di un fenomeno che la NASA aveva teorizzato tre decenni prima: la sindrome di Kessler.

Il paper del 1978 che cambiò la sicurezza orbitale

A descrivere per primo l'effetto fu Donald J. Kessler, allora ricercatore al Johnson Space Center di Houston, insieme al collega Burton Cour-Palais. Il lavoro "Collision Frequency of Artificial Satellites: The Creation of a Debris Belt", pubblicato nel giugno 1978 sul Journal of Geophysical Research, calcolava che la densità crescente di oggetti artificiali nell'orbita bassa terrestre (LEO, fino a 2.000 km di quota) avrebbe portato, intorno al 2000, a un punto in cui ogni collisione tra detriti ne avrebbe generati di nuovi, alimentando una reazione a catena esponenziale.

La definizione operativa è chirurgica: il flusso di detriti continua a crescere anche se gli ingressi di nuovi oggetti scendono a zero. Il battezzato del fenomeno fu John Gabbard, un altro ricercatore NASA: in un'intervista del 1982 a Popular Science coniò il termine "Kessler syndrome", che da allora è entrato nel lessico tecnico delle agenzie spaziali.

High angle view of discarded electronics with exposed wires and components on a cracked surface.
High angle view of discarded electronics with exposed wires and components on a cracked surface.. Credit: Francesco Ungaro / Pexels.

Quanti detriti ci sono davvero sopra le nostre teste

Le cifre dell'Agenzia Spaziale Europea aggiornate ai modelli MASTER e DISCOS sono impressionanti. Secondo l'ESA Space Debris Office, in orbita attorno alla Terra si trovano oggi circa 40.500 oggetti tracciati di diametro superiore ai 10 cm, oltre 1,1 milioni di frammenti tra 1 e 10 cm e più di 130 milioni di schegge tra 1 mm e 1 cm. Solo una piccola percentuale è costituita da satelliti operativi: il resto è spazzatura — stadi di razzi esauriti, rivestimenti termici, viti, gocce di refrigerante, scaglie di vernice — che continua a girare a circa 7,8 km/s.

A queste velocità, un bullone da 1 cm sprigiona in un impatto un'energia paragonabile a quella di una bomba a mano. È per questo che la Stazione Spaziale Internazionale ha dovuto eseguire oltre 40 manovre di evitamento collisione dal 1999 a oggi, e che equipaggia gli scudi di Whipple progettati proprio contro le micro-schegge.

Gli eventi che hanno reso il rischio reale

Oltre alla collisione Iridium-Kosmos del 2009, il 2007 aveva già visto un episodio peggiore: la Cina testò un'arma anti-satellite distruggendo il proprio meteorologico Fengyun-1C a 865 km di quota. L'evento creò in un istante più di 3.500 frammenti tracciabili, ancora oggi la singola fonte di detriti più dannosa della storia spaziale, come documentato dal NASA Orbital Debris Quarterly News.

Nel novembre 2021 la Russia eseguì un test analogo distruggendo il satellite dismesso Kosmos 1408, generando un'altra nube di 1.500+ frammenti che costrinse l'equipaggio della ISS a rifugiarsi nelle capsule di salvataggio. Reuters riportò la condanna immediata di NASA e Dipartimento di Stato.

Breathtaking image of Earth from space showcasing the vast blue oceans.
Breathtaking image of Earth from space showcasing the vast blue oceans.. Credit: Zelch Csaba / Pexels.

Siamo già nella sindrome?

Lo stesso Kessler, in un'intervista del 2012 a IEEE Spectrum, ha dichiarato che alcune fasce orbitali — in particolare tra 800 e 1.000 km — sono già oltre la soglia critica: anche fermando ogni lancio, il numero di frammenti continuerebbe a crescere. La proliferazione delle megacostellazioni (Starlink ha superato i 6.000 satelliti operativi, OneWeb e Project Kuiper accelerano) sta aumentando il problema, ma anche introducendo nuove pratiche di rientro controllato a fine vita.

Le agenzie stanno reagendo. L'approccio Zero Debris dell'ESA impone ai propri satelliti il rientro completo entro 5 anni dalla fine missione a partire dal 2030. La missione ClearSpace-1, in costruzione con Airbus, sarà il primo veicolo a recuperare attivamente un detrito (un adattatore Vespa di 100 kg) e portarlo a bruciare nell'atmosfera nel 2028. La FCC americana ha ridotto da 25 a 5 anni il termine massimo di permanenza orbitale post-missione per i nuovi satelliti commerciali.

Cosa rischiamo se la cascata parte davvero

Una sindrome di Kessler pienamente innescata renderebbe inutilizzabili intere fasce orbitali per decenni o secoli. Senza satelliti in LEO niente meteo accurato, niente comunicazioni d'emergenza in molte regioni, niente osservazione climatica continuativa, e missioni con equipaggio (incluso il programma lunare Artemis nelle fasi di partenza) diventerebbero proibitivamente rischiose. Il GPS, in orbita media a 20.200 km, sarebbe meno colpito; il telescopio Hubble, a 540 km, già non riceve più visite per via dei costi-rischio.

L'aspetto inquietante è che, a differenza dell'inquinamento atmosferico, l'attrito naturale che ripulisce le orbite basse impiega anni per i satelliti sotto i 600 km, decenni per quelli a 800 km, e migliaia di anni sopra i 1.000 km. Una soluzione richiederà infrastrutture orbitali nuove, regolamentazione internazionale rafforzata e un cambiamento radicale nel modo in cui consideriamo lo spazio: non come un vuoto infinito, ma come una risorsa finita da gestire con la stessa cautela che riserviamo agli oceani.

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