Psicologia
Bias del senno di poi: perché "lo sapevo già" è un'illusione
Una volta conosciuto l'esito, il nostro cervello riscrive il passato convincendoci che era tutto prevedibile.

"Lo sapevo che sarebbe finita così." Quante volte lo pensiamo dopo una partita, un risultato elettorale o una crisi economica? Il problema è che, quasi sempre, non lo sapevamo affatto. È l'effetto di uno dei più insidiosi inganni della mente: il bias del senno di poi (in inglese hindsight bias), la tendenza a considerare un evento come prevedibile dopo che è già accaduto.
L'esperimento che lo dimostrò
A studiarlo per primo in modo sistematico fu lo psicologo Baruch Fischhoff. In una ricerca del 1975, pubblicata sul Journal of Experimental Psychology e descritta nella celebre indagine Hindsight is not equal to foresight, Fischhoff fornì ad alcuni partecipanti la descrizione di eventi storici chiedendo di stimare la probabilità dei diversi esiti possibili. A chi era stato detto quale fosse l'esito reale, quell'esito appariva improvvisamente molto più probabile di quanto non risultasse a chi non lo conosceva. La conoscenza del risultato aveva, retroattivamente, deformato il giudizio.
Tre livelli di un'illusione
Gli studiosi distinguono diverse componenti del fenomeno. C'è la distorsione della memoria ("ricordo di aver previsto questo"), la percezione di inevitabilità ("doveva andare così") e quella di prevedibilità ("lo sapevo in anticipo"). Una rassegna autorevole firmata da Neal Roese e Kathleen Vogel, pubblicata su Perspectives on Psychological Science, ha mostrato come questi tre livelli si combinino e quanto il bias sia radicato e difficile da eliminare, persino quando le persone vengono avvertite della sua esistenza.

Perché il cervello lo fa
Alla radice c'è il bisogno della mente di dare un senso al mondo. Quando apprendiamo come sono andate le cose, il cervello aggiorna automaticamente le sue conoscenze e integra il nuovo dato nella nostra visione del passato, rendendo difficile recuperare lo stato di incertezza in cui ci trovavamo prima. È un meccanismo in parte utile, perché ci aiuta a imparare dall'esperienza, ma ha un costo: cancella la memoria del nostro reale grado di ignoranza e alimenta l'eccesso di sicurezza nelle previsioni future.
Conseguenze concrete
Il bias del senno di poi non è un semplice gioco mentale. Nei processi per malasanità, ad esempio, sapere che un paziente è morto rende un giudice o una giuria più propensi a ritenere che il medico avrebbe dovuto prevederlo, anche quando la decisione clinica era ragionevole con le informazioni disponibili al momento. Lo stesso accade in finanza, dove ogni crollo appare "annunciato" solo a posteriori, e nella politica. Conoscere questo bias è il primo passo per difendersene: tenere un diario delle proprie previsioni prima che gli eventi accadano è uno dei pochi rimedi efficaci, perché ci costringe a confrontarci con ciò che davvero pensavamo, e non con ciò che crediamo di aver pensato. Una difesa preziosa, sottolineata anche dagli studiosi di scienza della decisione, contro l'illusione di essere stati più saggi di quanto eravamo.
Storia di un'idea
Le radici del concetto risalgono ai primi anni Settanta. Insieme a Ruth Beyth, Fischhoff chiese a degli studenti di stimare la probabilità di vari esiti del celebre viaggio del presidente Nixon in Cina e in Unione Sovietica nel 1972. Dopo i fatti, agli stessi partecipanti fu domandato di ricordare le proprie previsioni: la maggioranza ricordava di aver assegnato probabilità più alte agli eventi effettivamente accaduti rispetto a quanto avesse fatto realmente. La memoria delle previsioni era stata silenziosamente "aggiornata" alla luce dei risultati. Fischhoff coniò per questo fenomeno l'espressione creeping determinism, il determinismo strisciante con cui, a posteriori, ogni esito sembra essere stato inevitabile.
Quando il senno di poi fa danni
Una distinzione importante è quella tra bias del senno di poi e outcome bias, la tendenza a giudicare la qualità di una decisione in base al suo esito invece che alle informazioni disponibili al momento. Insieme, questi due meccanismi rendono ingiusti molti giudizi: un investitore che ha avuto fortuna viene considerato un genio, un medico la cui scelta corretta ha avuto un esito sfortunato viene accusato di negligenza. Nelle organizzazioni, il senno di poi alimenta la "caccia al colpevole" dopo ogni incidente, ostacolando un'analisi serena degli errori.
Esistono però strategie di debiasing. La più efficace è la tecnica del "considera l'opposto": prima di emettere un giudizio retrospettivo, ci si sforza di elencare le ragioni per cui l'evento avrebbe potuto andare diversamente. Questo esercizio mentale riapre lo spazio delle alternative che il senno di poi tende a chiudere. Tenere traccia scritta delle proprie previsioni, come suggeriscono gli studiosi di scienza della decisione e numerosi approfondimenti di divulgazione scientifica, resta il rimedio più onesto contro l'illusione di aver sempre saputo tutto in anticipo.
Tra campo, mercato e vita quotidiana
Una volta imparato a riconoscerlo, il bias del senno di poi si vede ovunque. Nello sport, dopo una sconfitta, tifosi e commentatori sono certi che la formazione sbagliata fosse prevedibile, salvo non averlo detto prima della partita. In economia, ogni bolla speculativa appare "annunciata" solo dopo che è scoppiata, mentre durante la corsa al rialzo pochissimi mettevano in guardia. Nelle relazioni personali, il classico "te l'avevo detto" è spesso una ricostruzione a posteriori più che un'autentica previsione. Questo non significa che nessuno preveda mai nulla, ma che tendiamo sistematicamente a sovrastimare quanto fossimo sicuri prima dei fatti. Il rischio più grande è che questa illusione ci impedisca di imparare davvero dagli errori: se crediamo che ogni esito fosse ovvio, non ci sforziamo di capire perché avevamo giudicato male, e ripetiamo gli stessi sbagli. Coltivare l'umiltà di ammettere quanto poco sapevamo, e quanto incerto fosse il futuro, è paradossalmente la forma più alta di intelligenza retrospettiva. Il senno di poi, insomma, andrebbe usato per capire, non per illudersi di aver sempre avuto ragione.
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