Psicologia
Bias di conferma: perché cerchiamo solo le prove che ci danno ragione
L'esperimento del 2-4-6 ideato da Peter Wason svela la distorsione cognitiva più diffusa: tendiamo a confermare le nostre idee invece di metterle alla prova.

Pensa a un'idea in cui credi fermamente. Ora chiediti: quante volte negli ultimi mesi hai cercato attivamente prove che potessero smentirla? Se la risposta è "quasi mai", non sei un caso isolato: sei un esemplare perfettamente normale della specie umana. Questa tendenza a cercare, interpretare e ricordare solo le informazioni che confermano ciò che già pensiamo si chiama bias di conferma (in inglese confirmation bias), ed è probabilmente la distorsione cognitiva più pervasiva e insidiosa della nostra mente.
Non è semplice testardaggine: è un meccanismo automatico, che agisce sotto il livello della consapevolezza e che colpisce esperti e profani allo stesso modo. A descriverlo per primo, con un esperimento tanto semplice quanto geniale, fu lo psicologo britannico Peter Cathcart Wason negli anni Sessanta.
Il rompicapo del 2-4-6
Nel 1960 Wason pubblicò sul Quarterly Journal of Experimental Psychology uno studio intitolato "On the failure to eliminate hypotheses in a conceptual task". Il gioco proposto ai partecipanti era questo: lo sperimentatore aveva in mente una regola che governava le sequenze di tre numeri, e annunciava che la terna 2-4-6 la rispettava. I volontari potevano proporre altre terne, ricevere un "sì" o un "no" a seconda che rispettassero la regola, e infine annunciare quale fosse la regola.
Quasi tutti caddero nella stessa trappola. Convinti che la regola fosse "numeri pari crescenti di due in due", proponevano 8-10-12, poi 20-22-24, ricevendo sempre conferme entusiaste. Ma stavano solo cercando esempi che confermavano la loro ipotesi. La regola vera, come spiega la voce dedicata a Peter Wason, era molto più ampia: "una qualsiasi sequenza crescente". Per scoprirlo, sarebbe bastato provare una terna che si aspettavano fosse sbagliata, come 1-2-3 o 6-4-2. Quasi nessuno lo fece.
Perché cercare la smentita è così difficile
L'esperimento di Wason rivelò una verità scomoda sul nostro ragionamento: tendiamo a "verificare" le nostre idee accumulando prove a favore, quando l'unico modo logicamente valido per metterle alla prova è cercare di falsificarle. È la stessa intuizione che il filosofo Karl Popper poneva al centro del metodo scientifico: una teoria si rafforza non quando trova conferme, ma quando sopravvive ai tentativi di smentirla. Il nostro cervello, però, fa esattamente il contrario.
Nel 1998 lo psicologo Raymond Nickerson dedicò al fenomeno una rassegna monumentale sulla Review of General Psychology, intitolata significativamente "Confirmation bias: a ubiquitous phenomenon in many guises". La sua conclusione, ripresa anche da risorse divulgative come BehavioralEconomics.com, era che questo bias si nasconde sotto mille travestimenti diversi e ha contribuito storicamente a errori giudiziari, diagnosi mediche sbagliate e disastri decisionali.
Dalle echo chamber alle diagnosi mediche
Oggi il bias di conferma trova nel mondo digitale un amplificatore senza precedenti. Gli algoritmi dei social network ci mostrano contenuti coerenti con ciò che già clicchiamo, creando le cosiddette echo chamber, camere dell'eco in cui le nostre convinzioni rimbalzano e si rinforzano senza mai incontrare un'obiezione. Ma il fenomeno è antico e trasversale: un medico convinto di una diagnosi può inconsciamente dare più peso ai sintomi che la confermano; un investigatore può "leggere" gli indizi in modo da incastrare il sospettato che ha già in mente. Come ricorda Psychology Today, riconoscere il bias è il primo passo, ma non basta a neutralizzarlo.
Come provare a difendersi
Sconfiggere del tutto il bias di conferma è impossibile, ma si può addomesticare. Gli psicologi suggeriscono alcune strategie: porsi deliberatamente la domanda "quali fatti dimostrerebbero che ho torto?", cercare attivamente fonti che la pensano diversamente, e affidarsi a procedure che obbligano al confronto, come il "avvocato del diavolo" nelle decisioni di gruppo. Nella scienza, questa funzione è svolta dalla revisione tra pari e dalla replicabilità degli esperimenti.
La lezione del rompicapo di Wason, a oltre sessant'anni di distanza, resta sorprendentemente attuale: la nostra mente è una macchina splendida per costruire conferme, ma per arrivare alla verità dobbiamo allenarla a fare la cosa più innaturale di tutte, cioè andare a caccia delle proprie smentite.
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