Psicologia
Effetto bouba/kiki: perché i suoni hanno una forma
Il 95% delle persone associa il suono 'bouba' a una forma rotonda e 'kiki' a una appuntita: un legame tra udito e vista che attraversa le culture.

Guarda due figure: una tutta curve morbide e arrotondate, l'altra spigolosa e appuntita. Ora associa a ciascuna uno di questi due nomi inventati: "bouba" e "kiki". Quasi certamente hai chiamato "bouba" la forma rotonda e "kiki" quella appuntita. Non sei l'unico: lo fa il 95% delle persone, in ogni parte del mondo. È l'effetto bouba/kiki, uno dei più sorprendenti indizi sul fatto che il legame tra suoni e significati non è del tutto casuale.
Un secolo di esperimenti
Il fenomeno fu osservato per la prima volta dallo psicologo georgiano Dimitri Uznadze nel 1924 e poi reso celebre dallo psicologo tedesco Wolfgang Köhler nel 1929. Köhler mostrava ai partecipanti due forme, una arrotondata e una a punte, chiedendo quale si chiamasse "maluma" e quale "takete". La stragrande maggioranza assegnava "maluma" alla forma morbida e "takete" a quella spigolosa.
Nel 2001 i neuroscienziati Vilayanur Ramachandran ed Edward Hubbard ripeterono l'esperimento con i nomi "bouba" e "kiki", trovando che circa il 95% delle persone sceglieva la forma curva come "bouba" e quella appuntita come "kiki". Da allora questi sono diventati i nomi ufficiali del fenomeno, descritto nella voce enciclopedica sull'effetto bouba/kiki.
Perché succede
L'effetto nasce da una corrispondenza tra sensi diversi. Da un lato il suono: pronunciare "bouba" arrotonda le labbra e produce consonanti "morbide", mentre "kiki" richiede una lingua tesa e consonanti dure e improvvise. Dall'altro la vista: una forma curva è "morbida", una appuntita è "tagliente". Il cervello coglie istintivamente l'analogia tra la morbidezza del suono e quella della forma, tra la durezza fonetica e gli spigoli. È un esempio di simbolismo sonoro: l'idea che certi suoni "assomiglino" a certe proprietà del mondo.
Funziona in (quasi) tutte le lingue
La cosa straordinaria è che l'effetto non dipende dalla lingua o dall'alfabeto. Uno studio del 2022 ha verificato l'associazione bouba/kiki su parlanti di 25 lingue diverse e nove sistemi di scrittura, trovando il fenomeno quasi ovunque, come riportato sulle Philosophical Transactions of the Royal Society B. L'effetto compare anche nei bambini piccoli, prima ancora che imparino a leggere e scrivere, segno che non è un prodotto della cultura alfabetica ma qualcosa di più profondo e radicato.
Esistono però delle eccezioni interessanti. Alcuni studi hanno riscontrato un effetto più debole in certe popolazioni, come gli Himba della Namibia, e in alcune persone autistiche, suggerendo che il fenomeno, pur ampiamente diffuso, non sia un automatismo identico in tutti.
Cosa ci dice sull'origine del linguaggio
Per più di un secolo i linguisti hanno sostenuto che il legame tra una parola e il suo significato sia completamente arbitrario: non c'è nulla nel suono "cane" che assomigli a un cane. L'effetto bouba/kiki incrina parzialmente questa idea, mostrando che almeno per alcune dimensioni (forma, dimensione, morbidezza) i suoni non sono del tutto neutri. Ramachandran e Hubbard hanno proposto che fenomeni come questo possano offrire indizi sull'origine del linguaggio: forse le primissime parole dei nostri antenati nacquero proprio da associazioni istintive tra suoni e cose, prima che la convenzione prendesse il sopravvento.
La prossima volta che un prodotto si chiama in un certo modo, o che un personaggio di fantasia ha un nome "tondo" o "spigoloso", ricorda che chi l'ha scelto, magari senza saperlo, stava sfruttando un meccanismo antico quanto la nostra mente.
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